Nel buio dell'America, Dissonanze - Teatro Elfo Puccini (Milano)

Scritto da  Serena Lietti Lunedì, 08 Aprile 2013 

Dal 3 al 21 aprile. Dissonanze è una delle due pièce teatrali pubblicate da Joyce Carol Oates con il titolo Nel buio dell'America. Frank ed Emily Gulick, coniugi del New Jersey, partecipano a un talk show per proclamare l’innocenza del figlio, accusato di omicidio. Una critica serrata al perbenismo delle famiglie medie americane e un’amara riflessione sulla ferocia dell’estrema spettacolarizzazione contemporanea.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Produzione Teatro dell'Elfo presenta
NEL BUIO DELL'AMERICA - DISSONANZE
di Joyce Carol Oates
traduzione di Luisa Balacco
regia di Francesco Frongia
musiche Gionata Bettini
con Corinna Agustoni, Luca Toracca
voce Ferdinando Bruni
luci Rocco Colaianna

 

 

Crudo e spiazzante è il testo portato in scena da Corinna Agustoni e Luca Toracca, ben diretti da Francesco Frongia. Entrambi riescono a trasmetterci con realismo e drammaticità l’immagine dei due protagonisti di Dissonanze, sconvolti dall’arresto del figlio, accusato di aver assassinato la giovane vicina di casa, ma incapaci di ammetterne la colpevolezza. Siamo in un talk show americano e la calda voce di Ferdinando Bruni intervista i coniugi Gulick, posti all’interno di un ring a scacchiera sormontato da un rosso baldacchino, un ambiente a metà tra il pubblico e il privato. Incalzati da domande al limite dell’assurdo, i due rispondono aggrappandosi ai luoghi comuni più scontati.
Di fronte a noi la testimonianza di una tragica dissonanza che distrugge la favola della società americana (ma non solo), demolendo il perbenismo e rivelando la drammatica verità del vuoto che lo regge. Tuttavia non c’è possibilità di riscatto per questi individui, perché in loro non vi è consapevolezza dell’erroneità di una condotta di vita che soffoca ogni concretezza individuale nella mediocrità del piatto conformismo: una religiosità esteriore, la perenne accusa degli altri e del diverso, l’ottusità tipica di chi vive nel mondo ovattato di convinzioni massificate e superficiali.
Ma le fastidiose dissonanze che udiamo sono anche quelle che si creano tra la società e questa famiglia, tra il modo in cui loro si vedono e il modo in cui gli altri li vedono, tra ciò che ha commesso il figlio e ciò che essi si ostinano a sostenere. C’è sempre qualcun altro cui dare la colpa, la violenza non è mai nelle proprie case, qualsiasi dato di fatto viene travisato alla luce di convinzioni pregiudiziali basate sull’incapacità di analizzare criticamente se stessi e i propri cari. Un figlio che non ha un lavoro perché forse non è stato in grado di tenere quelli passati e non ne cerca di nuovi, con la stanza piena di oggetti nazisti e riviste pornografiche deturpate in modo inquietante, finisce per essere un ragazzo che ha solo degli hobby un po’ particolari.
E allora ci si perde nell’incapacità di capire il vuoto trasmesso ai propri figli, perché di quell’assassinio sono colpevoli tutti. Il fallimento di una condotta di vita che nei genitori è la soddisfazione di vivere giornate tutte uguali, nella rassicurante corazza di opinioni standardizzate, nel figlio sfocia nell’estremo della violenza. Forse per noia, per cattiveria, per amoralità, non importa, la causa è in quell’ottundimento di sé come persona e in quel trasformarsi in massa benpensante che nulla di profondo è riuscita a trasmettere ai giovani.
Ma, alla fine, la dissonanza è una sensazione che non lascia scampo nemmeno allo spettatore. Da una parte ci sentiamo superiori rispetto a questi personaggi, li giudichiamo e li accusiamo senza pietà. Dall’altra, tuttavia, quando in sala le tenui luci lasciano intravedere il resto del pubblico, arriva in noi la consapevolezza di partecipare a una delle tante forme di eccessiva spettacolarizzazione contemporanea, un sadico gioco che trasforma i coniugi in animali in gabbia, da biasimare per la loro ridicola inferiorità. E allora ci sentiamo drammaticamente parte di quella società che ha prodotto ciò che stiamo guardando, pronti a puntare il dito sugli altri prima che su noi stessi e persi nella morbosità di un triste voyeurismo. Uno spettacolo che scuote e fa riflettere, un sapiente intreccio di dissonanze che mettono in discussione individuo, famiglia e società.

 

 

Teatro Elfo Puccini (sala Bausch) - corso Buenos Aires 33, 20124 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/00660606, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 19.30, domenica ore 15.30
Biglietti: intero euro 30.50, martedì biglietto unico euro 20, ridotto<25 anni e >60 anni euro 16, gruppi scuola euro 12
Durata: 55 minuti

 


Articolo di Serena Lietti
Grazie a: Veronica Pitea e Barbara Caldarini, Ufficio stampa Teatro Elfo Puccini
Sul web: www.elfo.org

 

 

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