Natale in casa Cupiello - Teatro Argentina (Roma)

Scritto da  Venerdì, 06 Gennaio 2017 

Torna al Teatro Argentina “Natale in casa Cupiello di Antonio Latella. Il messaggio è chiaro: tradizione non è rifare ogni anno il presepe, tradizione è capire e tramandare cosa quel presepe significa.

 

NATALE IN CASA CUPIELLO
di Eduardo De Filippo
regia Antonio Latella
con Francesco Manetti, Monica Piseddu, Lino Musella, Valentina Acca, Francesco Villano, Michelangelo Dalisi, Leandro Amato, Giuseppe Lanino, Maurizio Rippa, Annibale Pavone, Emilio Vacca, Alessandra Borgia
drammaturga del progetto Linda Dalisi
scene Simone Mannino, Simona D'Amico
costumi Fabio Sonnino
musiche Franco Visioli
luci Simone De Angelis
assistenti alla regia Michele Mele (I edizione), Brunella Giolivo, Irene Di Lelio (II edizione)
una produzione Teatro di Roma - Teatro Nazionale

 

Del “Natale in casa Cupiello” di Antonio Latella ci sarebbe così tanto da dire da mettere in grande imbarazzo chi voglia scriverne con compiutezza. La sensazione finale è quella di essere di fronte a uno spettacolo importante, mosso da una visione registica molto meno frammentata di quel che può apparire inizialmente, sufficientemente coesa da farne intuire la grandezza ma non tanto da risultare asfittica. Se una buona regia si misura non tanto (non solo) dalle risposte che fornisce, quanto dalle domande e dalle riflessioni che fa sorgere nello spettatore, “Natale in casa Cupiello” è uno spettacolo senza dubbio riuscito. Questo, unito alla padronanza del materiale originario, all'individuazione lucida di un tema portato a termine fino in fondo non senza aperture visionarie, ne fa, per l'appunto, uno spettacolo importante.

Christian Raimo e anche una mia amica, bravissima attrice, sostengono che nel corso delle quasi tre ore di spettacolo ci si senta, nel migliore dei casi, più intelligenti che emozionati. Ciò è indubitabilmente vero, se si ferma la propria analisi alla materia spettacolare e alle tecniche manifestamente e invariabilmente stranianti adottate per la rappresentazione dei tre atti del testo eduardiano. E tuttavia l'emozione può anche nascere dall'epifania di una profonda comprensione trasfigurata in immagini che restano con lo spettatore ben oltre quella mezz'ora che può servire per tornare a casa. Un'emozione a scoppio ritardato, magari, ma non per questo meno vera - semplicemente, altra. Ciò è merito della fittissima rete di rimandi, simboli, immagini, sublimazioni di significato che pervade quest'ultima opera latelliana.

Del testo in sé, molto si sa e ancora più s'è detto. In breve, vale la pena sottolineare come il suo nucleo originario sia inizialmente consistito nel solo II atto, mentre il I e il III furono aggiunti in momenti successivi, tanto da spingere lo stesso Eduardo a definire il testo finale "un parto trigemino con una gravidanza di quattro anni". Vale la pena sottolinearlo perché “Natale in casa Cupiello” è un classico (entrato nell'immaginario di molti anche grazie alla versione televisiva realizzata dallo stesso Eduardo per la RAI) e i classici, se non risalgono a ere teatrali sufficientemente distanti nel tempo, vengono spesso ritenuti intoccabili. Due anni fa, quando lo spettacolo ha debuttato, vi fu grande scalpore per l'arditezza della messinscena e di alcune scelte registiche (una su tutte: il parricidio finale).

Naturalmente Natale non è nato classico, come nessun altro testo. Eduardo ha continuato a lavorarci per decenni, prima con l'aggiunta degli altri due atti e poi limando il testo (è famosa l'esclusione dal testo dato alle stampe di una battuta del Dottore in merito al carattere di Luca Cupiello, ritenuta troppo esplicita ed esplicativa). L'arte vive se è immersa in un flusso, mentre è del tutto inesistente, come il caffè nella tazzina del primo atto, se ci si limita a una pedissequa copia di chi ci ha preceduto. Lo stesso Eduardo ha proseguito una tradizione rompendo con gli stilemi del suo tempo, sollevandosi sulle spalle del gigante scarpettiano per ammirare e mostrare orizzonti con nuove sfumature; era, il suo, un teatro contemporaneo, il cui successo era inizialmente nient'affatto scontato.

Forse per la prima volta con un'operazione tanto imponente (in più d'un senso), con il suo Natale Latella è riuscito a dimostrare che è possibile trattare Eduardo come Shakespeare o Goldoni. Come ha avuto modo di affermare in un'intervista: "Credo che, per poter essere veramente eredi - e questo non lo dico io, lo dicono i filosofi -, bisogna essere in grado di essere orfani; solo nel momento in cui sei orfano puoi prendere un’eredità. L’eredità non è una cosa che devi sperperare, l’eredità è la possibilità di continuare, di permettere che altri e altri ancora avranno un’eredità. Solo se sei orfano puoi pensare a un’eredità in modo altruistico e non egoistico. Io non sono l’erede di Eduardo, assolutamente; forse, però, un po’ orfano lo sono. E questo mi permette di avere un coraggio che forse quelli che dicono di essere eredi non hanno." È più utile che da una mostra, da un'installazione, da un concerto, da uno spettacolo si esca con le stesse certezze con cui si è entrati, o con la possibilità di una prospettiva diversa? Gridare allo scandalo per uno stravolgimento che in fondo è solo estetico e non di senso significa amare l'estetica e non il senso. Ma l'estetica passa (e deve passare); il senso ha ben altra durevolezza.

E qual è il senso di “Natale in casa Cupiello”? Nel testo abbiamo da una parte Luca, il capofamiglia, cieco di fronte allo sfacelo familiare in cui vive, all'incomunicabilità di cui è vittima e artefice, alla vera natura dei rapporti tra chi lo circonda; dall'altra, tutti gli altri, cui possono mancare talune informazioni, ma che nella vera natura delle cose sono immersi fino al collo. Luca agogna un mondo ideale, un mondo di buone intenzioni, di collaborazione. Quello che oggi definiremmo "da Mulino Bianco" e che lui proietta nella famiglia ideale incarnata dal presepe. La realizzazione del presepe, tradizione ripresa dal padre e da lui riproposta ogni anno malgrado l'indifferenza o l'aperta ostilità degli altri componenti della famiglia (e la derisione degli estranei), costituisce per lui il solo modo di far combaciare il reale con l'ideale, in un mondo dove persino il caffè (a Napoli!) viene male. Allora Latella, coadiuvato dalla perizia degli scenografi e del costumista, trasforma l'intera scena in un presepe in fieri, fino all'ultima immagine in cui il presepe viene a compimento. Ma si tratta del presepe della realtà, con un morto, anziché un neonato, al centro, e persone in lutto anziché festanti. Sebbene in modo nient'affatto desiderabile, Luca è diventato il centro della sua creazione (inveramento beffardo già presente nel testo, alla fine del secondo atto quando, ignaro di ciò che sta realmente accadendo, Luca impersona uno dei re Magi dinanzi alla moglie): non solo ha fatto il presepe ma si è fatto presepe.

Una tragedia anche visivamente annunciata dalla enorme cometa (di crisantemi gialli) - tradizionale segno di sciagura - che, luminosa ma inquietante, incombe sulla scena per tutto il primo atto, simbolo del viaggio che gli spettatori-magi stanno per compiere verso quella sorta di natività invertita che è l'immagine finale. Per tutto il primo e il secondo atto, Luca non fa che scrivere nell'aria (o sulle pareti del carro del secondo atto) le battute proprie e degli altri. Sta creando il suo mondo, ignaro della realtà. La scelta di far recitare anche le didascalie da un lato può sorprendere, da un altro - almeno nel primo atto, quando gli attori recitano pressoché immobili in schiera, come un plotone - può sopperire alla mancanza di azione agìta sulla scena, ma in definitiva sembra sottolineare e quasi fare il verso all'immobilità cui costringe una certa visione della "tradizione", che non consente di modificare neanche una virgola, o un accento, presenti in didascalia; una tradizione che ormai non permette più di fare, ma solo di raccontare.

I personaggi, immobili come pezzi di un presepe ancora nella confezione, s'impossessano dello spazio nel secondo atto, durante il quale si muovono accompagnati da enormi peluche di animali e dalla inquietante ripetizione della voce di Eduardo in originale ("Mo miettete a fa' 'o Presebbio n'ata vota..."), a sottolineare la necessità di ricomporre lo sfacelo che si sta progressivamente creando, mentre Luca si muove essenzialmente all'interno di un carro-campana di vetro trainato dalla moglie, colei che, costretta dalla natura sognatrice del marito, porta davvero avanti la baracca. Sul finale di questo secondo atto Latella si permette, con grande maestria, di rendere scenicamente la complessa situazione del triangolo tra la figlia di Luca, il marito e l'amante con una sequenza di baci che la prima rivolge all'uno e all'altro per evitare lo scontro. Questa sua duplicità gioca però contro di lei, che finirà per essere scagliata via da entrambi come una donna da poco. Una dinamica non presente espressamente nel testo, ma ciò nonostante in esso ricompresa.

Il terzo atto, in pratica una lunga veglia funebre del malridotto Luca, vede la progressiva realizzazione dell'annunciato presepe. Giustamente rigorosa, in tal senso, la presenza di un vero bue e di un vero asinello in scena, e significativa la mancata enunciazione proprio dell'ultima didascalia del testo, quella con cui viene descritto da Eduardo il presepe-visione di Luca. Contrariamente al testo originale, Tommasino, anziché dare finalmente al padre la tanto agognata soddisfazione ("Ti piace il Presepe? / Sì") soffoca il padre. La maschera dell'ottimo Lino Musella non permette di avere certezza se si tratti di pietà o di odio fino a quel momento represso. La sensazione è che Tommasino sia lo stesso Latella: solo diventando orfani, è possibile diventare eredi.

 

La tournée dello spettacolo continua:
5/8 gennaio 2017 | Teatro Metastasio - Prato
10/22 gennaio 2017 | Teatro Carignano - Torino

Teatro Argentina - Largo di Torre Argentina 52, 00186 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06.684.000.346 (ufficio promozione) - 06.684.000.311 (biglietteria), mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Biglietteria: telefono 06/684000311 (ore 10-14/15-19 lunedì riposo), vendita on-line www.vivaticket.it
Orario spettacoli: martedì e venerdì ore 21, mercoledì e sabato ore 19, giovedì e domenica ore 17, 23 e 24 dicembre riposo, domenica 25 dicembre ore 19, lunedì 26 dicembre ore 19, sabato 31 dicembre ore 20.30
Biglietti: intero da € 12 a € 32, under35 e over65 da € 12 a € 30, convenzioni da € 12 a € 26, scuole e studenti da € 11 a € 15, ingresso con Libertina Card € 20, con Libertina Card feriale € 16, con Libertina Card under35 € 13/12,50; Lehman Card € 40 – per chi acquista insieme il biglietto per la prima e seconda parte
Durata spettacolo: 160 minuti più intervallo

Articolo di: Pietro Dattola
Grazie a: Amelia Realino, Ufficio stampa Teatro di Roma
Sul web: www.teatrodiroma.net

Commenti   

 
#1 natale in casa cupielloGuest 2017-01-10 10:04
Edizioni che anche se successive rispetto a quella originale sono sempre splendide
 

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