Napoli Milionaria - Teatro delle Muse (Roma)

Scritto da  Domenica, 09 Maggio 2010 
napoli milionaria

Dal 4 al 16 maggio 2010. Il capolavoro del teatro di Eduardo De Filippo rivive sul palcoscenico del Teatro Delle Muse di Roma in tutta la sua dirompente carica espressiva, presentandoci uno spaccato storico-sociale della Napoli del periodo del secondo conflitto mondiale che, nonostante i decenni trascorsi, conserva una sconcertante e drammatica attualità. Miseria, disoccupazione, incomprensioni familiari, delinquenza e la tragedia della guerra e della deportazione nei campi di concentramento vengono rilette nelle pagine della quotidianità di una famiglia di umili condizioni. Commozione, risate e tutta la vivida e coinvolgente passione di una delle pietre miliari della drammaturgia novecentesca italiana conquistano il pubblico romano grazie al vigoroso talento recitativo della compagnia Attori&Company, diretta magistralmente da Mario Antinolfi, regista e attore protagonista dello spettacolo.

 

La Compagnia Attori&Company

con la direzione artistica di Mario Antinolfi presenta

NAPOLI MILIONARIA

Tre atti di Eduardo De Filippo

Adattamento e regia di Mario Antinolfi

Con Mario Antinolfi (Gennaro Jovine), Santa De Santis (Amalia, sua moglie), Valerio Di Tella (Amedeo, figlio), Emanuela Caruso (Maria Rosaria, figlia), Davide Saliva (Errico “Settebellizze”), Roberto Villanis (Peppe “’o Cricco”), Doriano Rautnik (Riccardo Spasiano, ragioniere), Davide Diamare (Federico), Egidio Manna (“’O Miezo Prèvete”), Antonio Abet (Il brigadiere Ciappa), Gennaro Mottola (Il dottore), Mariolina Pisciotta (Adelaide Schiano), Angela De Prisco (Assunta, sua nipote), Chiara Alberti (Teresa)

Scenografia di Clara Surro

Costumi e trucco di Silvia Morini Atelier

Musiche originali di Roberto Antinolfi

Assistente alla regia e direttrice di scena Romina Iemma

Scenotecnico Giovanni Receputi

Tecnico audio luci Jacopo Jarach

Foto di scena Emanuela Lemme

 

Confrontarsi con un testo teatrale dello spessore di “Napoli Milionaria”, indubbiamente una delle commedie di Eduardo De Filippo più celebri ed amate dal pubblico, rappresenta un’impresa ardua e non scevra da difficoltà. L’approccio perseguito dalla compagnia Attori&Company è stato quello, senz’altro apprezzabile, di rispettare scrupolosamente l’impostazione tradizionale della pièce arricchendola con l’interpretazione appassionata e viscerale dei numerosi attori in scena, con una scenografia e dei costumi curati nei minimi dettagli e con la direzione registica moderna e dinamica di Mario Antinolfi, preziosi dettagli che fondendosi assieme danno vita a tre atti assolutamente godibili ed avvincenti per gli spettatori.

L’azione scenica si svolge interamente nel basso napoletano della famiglia Jovine e percorre diametralmente il drammatico periodo del secondo conflitto mondiale: il primo atto è ambientato nel secondo anno di guerra in una città ormai annientata dai bombardamenti, dalla fame e dalla lotta per la sopravvivenza che sempre più spesso pone i reietti della società, i più umili e disperati, inesorabilmente gli uni contro gli altri; i due atti successivi ci conducono invece repentinamente nell’immediato dopoguerra dopo che lo sbarco degli alleati ha ormai posto fine alle ultime resistenze del regime fascista.

Protagonisti delle vicende narrate sono Gennaro Jovine, uomo di sani principi e profondamente devoto alla famiglia, e la sua giovane e smaliziata moglie Amalia, la quale per racimolare il denaro necessario per andare faticosamente avanti gestisce una mescita casalinga abusiva di caffè e non si pone alcuno scrupolo morale nel commerciare in beni di prima necessità, rivenduti segretamente e a carissimo prezzo agli altri abitanti del quartiere. Questi traffici illegali da borsa nera pongono però ben presto sotto l’occhio attento della giustizia gli Jovine tanto che, di fronte all’ennesimo tentativo del brigadiere Ciappa di arrestarlo, il capofamiglia Gennaro sarà costretto a fingersi morto, disteso sul letto funebre e circondato da parenti ed amici in una tragicomica veglia della salma. Sebbene in questo frangente un bombardamento particolarmente violento si abbatta proprio nelle vicinanze, il finto-defunto resiste stoicamente alla tentazione di mettersi in salvo, al contrario della pletora di prefiche salmodianti che sin dalle prime esplosioni fuggono immediatamente a gambe levate; il brigadiere allora, ammirato per il coraggio di Gennaro e perfettamente consapevole della sconfinata miseria che ha condotto gli Jovine ad imbarcarsi in questo commercio abusivo tra le mura della loro umile dimora, gli promette solennemente che non lo arresterà, solenne giuramento al quale segue – in maniera del tutto prevedibile – una subitanea e ben poco miracolosa resurrezione del defunto. Il secondo atto ci trasporta temporalmente avanti di una manciata di anni: la guerra è finalmente conclusa, gli alleati hanno preso saldamente possesso della città di Napoli ristabilendo una parvenza di ordine e il basso degli Jovine ci appare notevolmente cambiato. Non vi è più traccia dello scarno mobilio di un tempo, degli abiti dimessi e dell’atmosfera di miseria aberrante che caratterizzavano la vita di questa famiglia nei primi anni del conflitto; ora a farla da padroni sono lo sfarzo, il lusso ostentato in dettagli talvolta anche eccessivamente barocchi e pacchiani. Gennaro ha subito la drammatica sorte della deportazione in un campo di concentramento e nel frattempo la moglie Amalia, non più trattenuta dall’onestà morale attenta e scrupolosa del marito, ha intessuto una fitta rete di attività clandestine di commercio e contrabbando associandosi con l’autista e proprietario di camion Settebellizze, che nutre per la donna una malcelata e ardente passione. Privi della guida e dell’affetto paterno, anche i due figli della coppia hanno intrapreso strade pericolose e compromettenti: la giovane ed irrequieta Maria Rosaria ha intessuto una relazione con un soldato americano il quale, subito dopo averla messa incinta, l’ha lasciata sola ritornando oltreoceano; il figlio Amedeo invece ha abbandonato l’umile ma onesto mestiere che svolgeva in fabbrica per dedicarsi al ben più remunerativo furto di pneumatici delle automobili, rischiando costantemente di essere arrestato dal momento che la polizia è ormai sulle sue tracce. Questa è la situazione sconcertante che il povero Gennaro vede schiudersi di fronte ai propri occhi allorchè finalmente e in maniera del tutto inaspettata riesce a fare ritorno a casa. Attonito di fronte alla ricchezza strabiliante che scopre in quello che era il suo infimo appartamento, si rende conto istante dopo istante dell’aberrante smarrimento di valori che ha coinvolto i suoi familiari, rimanendo spaesato ed incapace di prendere una posizione decisa e forte. Una lezione di vita e generosità arriverà proprio da uno dei clienti dell’avida ed implacabile Amalia, il ragioniere Spasiano al quale la donna coi suoi traffici illeciti ha sottratto ben due appartamenti ed ogni fonte di sostentamento. Difatti il ragioniere si ritrova fortuitamente in possesso dell’unica medicina rarissima che potrà salvare la piccola Rituccia, l’ultimogenita di casa Jovine che ormai da giorni versa in precarie condizioni di salute; nonostante le malvagità perpetrate a suo danno da Amalia, quest’uomo generoso porterà immediatamente il farmaco al medico che si occupa della bambina, testimoniando che anche in anni di barbarie e totale assenza di moralità, negli animi più nobili resistono comunque degli incrollabili valori che costituiscono l’ultimo baluardo di speranza per un futuro di rinascita. Da questo gesto di eccezionale generosità scaturirà il pentimento di Amalia per i sordidi errori commessi nell’ultimo periodo e la donna cercherà nuovamente conforto tra le braccia comprensive ed affettuose del marito Gennaro; nel contempo anche i loro figli ritroveranno la retta via: Maria Rosaria resterà in famiglia col suo bambino, Amedeo tornerà ad un lavoro onesto ponendo fine ai furti e Rituccia si avvierà verso una probabile e totale guarigione.

Un lieto fine rassicurante e rasserenante per una commedia che, con i tratti delicati caratteristici dell’umorismo di De Filippo e la sopraffina commistione di crudezza realistica delle vicende rappresentate e la dolcezza di un’ironia dolce e mai volgare, restituisce un dipinto a tinte vivaci e dal fascino entusiasmante di una Napoli apparentemente così lontana dalla realtà attuale ma che, ad uno sguardo più attento, si rivela a questa estremamente e tristemente simile. Una lotta per la sopravvivenza attraverso le avversità, la miseria, condizioni sociali spesso non rispettose dell’individualità dei cittadini né tantomeno dei valori basilari della convivenza civile, una lotta che si perpetra da secoli e che affonda le proprie radici nella cultura popolare e nell’insensibilità del potere politico nei confronti delle reali esigenze degli esseri umani. Accadeva negli anni tragici del secondo conflitto mondiale, accade ancora oggi.

Da questa straordinaria modernità scaturisce il fatto che la commedia, scritta di getto da Eduardo De Filippo nel 1945, ad oltre sessantacinque anni dalla sua prima rappresentazione trionfale al San Carlo di Napoli conservi ancora tutto il proprio fascino e l’impetuosa carica emotiva che colpisce lo spettatore come un pugno dritto allo stomaco.

Un sentito plauso va senz’altro rivolto all’intera compagnia per la passione e l’energia investita nell’interpretare i numerosi personaggi coinvolti nel caleidoscopio umano portato in scena. Ci sentiamo però di esaltare in particolar modo le prove recitative di Mario Antinolfi (ottimo nella direzione registica ed egregio nel vestire i panni del protagonista Gennaro Jovine, con un carisma e una padronanza del palcoscenico veramente da capocomico di altri tempi), di Santa De Santis (un’affascinante, torbida e sensuale Amalia, donna ormai preda delle passioni e di una cupidigia senza controllo) e di Doriano Rautnik (estremamente intenso nel ruolo del ragioniere Spasiano, dignitosissimo nel momento della débacle economica tanto quanto fiero e generoso nelle scene finali in cui si fa portatore di valori di solidarietà e fratellanza umana davvero commoventi).

Uno spettacolo assolutamente da non perdere per i numerosissimi estimatori del teatro di Eduardo che troveranno in questa nuova rilettura di “Napoli Milionaria” tutto il gusto, il sentimento ed il pathos di questa intramontabile e storica pièce del teatro partenopeo. Lo consigliamo però anche ai neofiti, per avvicinarsi a questo preziosissimo patrimonio culturale del nostro paese in una serata emozionante e divertente. Rimanendone, sicuramente, del tutto conquistati.

 

Teatro delle Muse – via Forlì 43, Roma

Per informazioni: telefono 06/44233649 – 06/44119185, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Orario spettacoli: da martedì a sabato ore 21,00 e la domenica ore 18,00

 

Articolo di: Andrea Cova

Grazie a: Giuseppe Lorin e Michela Zanarella, Ufficio Stampa Giusmik

Sul web: www.artedelteatro.itwww.teatrodellemuse.info

 

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