Mitigare il buio - Teatro della Casa Circondariale di Rebibbia (Roma)

Scritto da  Venerdì, 23 Dicembre 2011 
Mitigare il buio

Tre ragazzine, tre adolescenti della città di Milano a cavallo del 2010, simbolo di altre cento città con gli stessi problemi, le stesse periferie, gli stessi disagi giovanili e familiari, raccontano e vivono sulla scena la storia della loro tossicodipendenza, del loro progressivo allontanamento dalla famiglia, dalla scuola, dai sogni e dal futuro che non sembra più possibile.

 

 

Produzione Giovio15, in coproduzione con Fe.Der.SerD

in collaborazione con ECATE, con il contributo di Fondazione Cariplo, presenta

MITIGARE IL BUIO

testo e regia di Francesca Sangalli

con Paola Campaner, Serena Di Gregorio, Stefania Ugomari Di Blas

testo vincitore del premio Europeo Enrico Maria Salerno 2011

borsa di scrittura premio Solinas, menzione speciale premio Dante Cappelletti

 

Marti e Alice sono compagne di scuola, amiche simbiotiche, parlano in continuazione di cinema, cibo, uomini; ma in loro è assente la dimensione del dolore condiviso, della possibilità di dialogo vero e proprio e di comprensione o appoggio reciproco. Un’unione che subisce una metamorfosi dall’entrata di Benedetta, ragazza magrissima, dalle forme assenti, maschili, già addentrata nel canale della droga.

Un tunnel quello che viene percorso dal triangolo delle tre amiche, sempre più buio; sempre più privo di luce e di possibilità di scampo. Un tunnel da cui uscire sembra impossibile e in cui non rimane altro che l’eroina: quella sostanza diluita, leggera, simile allo zucchero da fumare, tirare infine iniettare nelle vene. Una sostanza capace di trasformare la propria percezione del mondo.

Il testo assume le caratteristiche di un flusso di coscienza dove passato, presente, sogno e reale non sono separati ma divengono parti fuse di un unico Io, specchio non poi così deformante della realtà adolescenziale del passato e del presente, di quella realtà che vive ai margini del possibile il proprio disagio di essere giovane.

La storia è raccontata da Marti ("Babba di minchia") come ricordo che diviene evocazione, come passato lontano ma vicino seppur sfumato da un cambio di vita, dall’uscita del tunnel che appare sullo sfondo di un’adolescenza volata via.

Testo vincitore del Premio Enrico Maria Salerno 2011, ricorda le poetiche del teatro di Beckett nel continuo ed ossessivo parlare per coprire il nonsense del vivere. Un parlare che diviene l’unica ancora di salvezza per riempire il vuoto quotidiano.

Da quasi dieci anni il Centro Studi Enrico Maria Salerno ha sviluppato importanti progetti culturali nel Carcere di Rebibbia di Roma, realizzando spettacoli di grande successo con le Compagnie di detenuti-attori e dando vita a un vero e proprio cartellone che ha ospitato nelle ultime stagioni oltre ventimila spettatori.

Una messa in scena curata, mai scontata nelle trovate registiche, con giovani e promettenti interpreti che si calano molto bene nei personaggi dell’opera.

Unico neo di un testo drammaturgico ben scritto e realizzato scenicamente, è una sottile incapacità di coinvolgere pienamente ed emotivamente lo spettatore che rimane paradossalmente lontano dalla tematica e dal desiderio di porsi domande o far riflessioni.

Entrare in un luogo come il carcere di Rebibbia e assaporare il calore e l’odore del teatro è una delle sensazioni più forti che si possa provare; a conferma dell’enorme ed innegabile capacità dell’arte di essere veicolo e possibilità, di trasformare il vuoto in pieno, il silenzio in parola.

 

Teatro della Casa Circondariale Rebibbia Nuovo Complesso - via Raffaele Majetti 70, Roma

Mercoledì 21 dicembre 2011 – ore 15.30

 

Articolo di: Laura Sales

Grazie a: Maya Amenduni, Ufficio Stampa premio Enrico Maria Salerno

Sul web: www.enricomariasalerno.it

 

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