Mistero Buffo - Teatro Sette (Roma)

Scritto da  Venerdì, 30 Ottobre 2015 

Grande entusiasmo il 27 ottobre per la prima di «Mistero buffo» del Premio Nobel Dario Fo, portato in scena al Teatro Sette dall’istrionico Ugo Dighero. Lo spettacolo, irriverente e poetico allo stesso tempo, è incentrato sul racconto de «Il primo miracolo di Gesù bambino» e della «Parpàja topola». Il ritmo incalzante della narrazione incanta e diverte il pubblico.

 

Teatro 7 srl presenta
MISTERO BUFFO
di Dario Fo
con Ugo Dighero
disegno luci Francesco Mischitelli
regia Ugo Dighero
promozione Alessandro Prugnola
distribuzione PigrecoDelta

 

Lascia senza respiro la maratona recitativa compiuta da Ugo Dighero sul palcoscenico del Sette con «Mistero Buffo» del Premio Nobel Dario Fo. Il verboso lavoro, considerato un punto di riferimento del teatro di narrazione, è una grande prova per l’ex Broncoviz che l’ha interpretato mostrando una grande capacità istrionica. Alla fine è venuto uno fuori uno spettacolo dall’effetto dirompente il cui esito è ancorato esclusivamente alle doti attoriali del protagonista, privo com’è di qualsivoglia orpello scenografico.

L’artista genovese è veramente bravo nel misurarsi con i molteplici personaggi che si susseguono nei passi proposti - «Il primo miracolo di Gesù Bambino» e «La parpàja topola» -, così come nel maneggiare la caratteristica parlata di questa “giullarata” fondata su un miscuglio di dialetti prevalentemente nordici e, nello specifico, lombardi.

Lo spazio diretto da Michele La Ginestra, dunque, ha voluto avventurarsi lungo nuovi percorsi decidendo di dare voce anche a testi come questo, caratterizzati da un contenuto forte, arricchito da tanta poesia e alleggerito da una divertente speditezza. Una scelta coraggiosa che, in occasione della prima di martedì 27 ottobre, è stata adeguatamente ripagata dal consenso del pubblico.

Come precisato da Dighero nell’introduzione al monologo, l’esposizione arriva a sfiorare il grammelot, ossia quell’insieme di suoni onomatopeici, fonosimboli e vocaboli privi di senso, utilizzato in passato da menestrelli e da compagnie dei comici dell’arte per farsi capire in una lingua straniera, della quale magari sapevano poco o niente. Il risultato è la creazione di un idioma estremamente comunicativo capace di suscitare una comprensione basata sull’intuito e sull’immediatezza e, perché no, anche sul rapporto empatico instaurato con il mattatore in scena. Così, in «Mistero Buffo», le parole s’inseguono, si rincorrono e si accavallano, e l’effetto sorprendente è quello di riuscire a produrre un racconto fluido che rapisce lo spettatore guidandolo lungo una cavalcata recitativa di grande fascino.

Dighero avvia lo spettacolo con la presentazione de «Il primo miracolo di Gesù bambino», un brano tratto dai Vangeli Apocrifi, e più precisamente dai Vangeli dell’infanzia, che descrive l’iniziale soggiorno della Sacra Famiglia a Betlemme, la fuga in Egitto, l’arrivo a Jaffa e l’inserimento del piccolo Gesù nel nuovo contesto in cui si trova a vivere. Come spesso succede, l’ultimo arrivato è visto come diverso, estraneo. E così accade anche per il figlio di Dio che viene etichettato dai suoi coetanei con l’espressione de il Palestina, el terun, ed è a lui che spetta il compito di fare qualcosa di eclatante per farsi accettare. Il Bambin Jesus, dopo un primo momento di sconcerto, non si lascia intimidire e compie il miracolo «che gli riesce sempre bene», quello con cui fa volare gli uccellini di argilla: dà linfa vitale al suo passerotto, il più ortodosso per forma e dimensione, e a quelli realizzati dai suoi compagni, alcuni grandi come torte, altri lunghi come luganeghe o robusti come gatti. E Lui, che tutto può, compie così un’azione in grado di suscitare enorme ammirazione. Ecco, ora è parte del gruppo.

Fin qui, tutto torna. Ma la sorpresa è dietro l’angolo. El fiol del padrun della città, prepotente e viziato, compie uno sgarbo e Gesù, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, ha una reazione anomala. L’opera - divertente, irriverente e dissacratoria -, mantiene una sua profonda sincera umanità che conquista il pubblico ammaliato da un mattatore dotato di un’invidiabile carica recitativa e da un’energica estensione vocale, funzionale allo sciorinamento della vicenda.

Stesso entusiasmante esito per «La parpàja topola», storia tratta da «Il fabulazzo osceno» nel quale Fo affronta un argomento, per così dire, scostumato, in chiave provocatoria e pur sempre liberatoria. Il tutto viene poi sublimato in un linguaggio popolare fortemente evocativo, supportato da una gestualità allusiva, ma di certo mai volgare. Benché si richiami ad un termine arcaico provenzale per indicare l’organo sessuale femminile, come dice Dighero prima di calarsi nell’interpretazione, l’espressione che fornisce il titolo al racconto non ha bisogno di alcuna traduzione.

Il protagonista della vicenda è l’allevatore Giovan Pietro (in dialetto Giavampietro), un giovane villano male istruito sulle donne al punto tale da arrivare a soffrire di una forma di cronica misoginia che lo mette in enorme difficoltà quando, arricchitosi per un inaspettato lascito ereditario, diventa l’oggetto dell’attenzione delle donne del paese, in particolare di quelle con figlie da maritare. La beffa ordita alle sue spalle dal don Faina, dalla bella Alessia, e dalla Vulpassa, di lei madre, creerà uno sviluppo piuttosto vivace in virtù della crescita iperbolica dell’ingenuità del Giavampietro. Il pubblico è portato a schierarsi dalla parte del ragazzo che, candidamente, si è messo alla frenetica ricerca della parpàja convinto com’è che sia rimasta a casa onde evitare il suo smarrimento nella confusione della cerimonia nuziale.

Insomma, avvalendosi di un misto di dialetti padani uniti a parole inventate, e facendo leva sul collante esercitato dalla commistione di movenze e mimica facciale, Dighero ha messo in piedi un testo molto impegnativo condito da un deciso umorismo. Le sfumature linguistiche, le ombreggiature ironiche, le inflessioni dialettali, i diversi registri, sono tutti elementi irrinunciabili del fattore narrativo e determinano la bellezza del monologo, permettendo al protagonista di dare mostra delle sue indubbie doti attoriali.

L’artista chiude poi lo spettacolo con una serie di poesie mono-vocali di Marco Melloni («Non solo», «Minigrill», «Amar fa mal alla panza»), Gianni Micheloni («Surplus») e con una lirica di cui è lui stesso autore («Ho deciso di esportare una merce nuova»). In scena al Teatro Sette fino all’8 novembre. Da vedere. Assolutamente.

 

Teatro Sette - via Benevento 23, 00161 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06.44236382, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario botteghino: dal lunedì al sabato 10.30-21.00; domenica 16.00-18.00
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21.00; domenica ore 18.00
Biglietti: intero € 22, ridotto € 16 (prevendita compresa)

Articolo di: Simona Rubeis
Grazie a: Andrea Martella, Ufficio stampa Teatro Sette
Sul web: www.teatro7.it

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