Miseria&Nobiltà - Teatro Vascello (Roma)

Scritto da  Giovedì, 04 Gennaio 2018 

Ben centotrenta primavere hanno già salutato “Miseria e Nobiltà”, il capolavoro di Eduardo Scarpetta del 1887, che conobbe successivamente anche una seconda versione teatrale prodotta dal figlio Eduardo de Filippo nel 1953 e ben tre trasposizioni cinematografiche, tra cui quella celeberrima di Mario Mattoli del 1954 con Totò, Sophia Loren, Carlo Campanini e Carlo Croccolo. Cosa può raccontare ancora questa commedia funambolica, quintessenza dello spirito partenopeo più genuino, alle platee contemporanee senza ricalcare stilemi ormai ammantati di ragnatele? Basta chiederlo a Michele Sinisi che, con strabiliante creatività drammaturgica, un disegno registico dinamico, originale e scoppiettante, l’attento sostegno produttivo di Elsinor Centro di Produzione Teatrale ed una combriccola di attori di grande talento ed in mirabile sintonia, confeziona un vero gioiellino teatrale a testimonianza dell’intramontabile valore dei classici se riletti con modernità, intelligenza e una sottile ma irresistibile vena di follia.


Produzione Elsinor Centro di Produzione Teatrale presenta
MISERIA&NOBILTÀ
dal testo di Eduardo Scarpetta
regia Michele Sinisi
scritto con Francesco Maria Asselta
con Diletta Acquaviva, Stefano Braschi, Gianni D'addario, Bruno Ricci, Giulia Eugeni, Francesca Gabucci, Ciro Masella, Stefania Medri, Giuditta Mingucci, Donato Paternoster, Michele Sinisi
scene Federico Biancalani
direzione tecnica Rossano Siragusano
costumi GdF Studio
assistente ai costumi Arman Avetikyan
aiuto regia Domenico Ingenito, Roberta Rosignoli

 

Miseria e nobiltàAnzitutto un plauso convinto va riservato al Teatro Vascello che, nella rutilante “battaglia” teatrale delle festività natalizie, non ha puntato su nomi televisivi di richiamo o spettacoli scintillanti come specchietti per allodole, ma ha al contrario proposto al suo pubblico un progetto allestito con perizia artigianale, fondato su idee registiche solide ed eccentriche, sul rivisitare la tradizione con rispetto, innovandola ma senza sradicarne l’essenza e su un lavoro d’ensemble portato avanti da una compagna di talenti eterogenei ma palpabilmente coesa.

Michele Sinisi dà vita (con il contributo alla drammaturgia di Francesco Maria Asselta) ad una farsa popolare dai connotati raffinatamente moderni, suddividendola in due ben delimitati segmenti narrativi con affilate cesoie registiche. Atmosfere, colori, costumi, modalità di interazione tra i personaggi, attrezzi scenografici e accorgimenti di luministica ad hoc identificheranno chiaramente questi due emisferi del racconto, focalizzando dapprima un’impietosa lente di ingrandimento sul versante della “miseria”, per poi gettare uno sguardo ancora più spietato su quello della “nobiltà”.

In un basso napoletano oscuro e malconcio facciamo inizialmente la conoscenza di una famiglia allargata decisamente ante litteram. Per tentare disperatamente di sbarcare il lunario, peraltro senza alcun successo, difatti lo squattrinato Pasquale 'o salassatore (Ciro Masella), sua moglie, la pasionaria donna Concetta (Diletta Acquaviva) e la loro irrequieta figlia Pupella (Francesca Gabucci) si trovano a convivere loro malgrado con lo sprovveduto scrivano Felice Sciosciammocca (Gianni D'addario), la sua caustica compagna Luisella (Stefania Medri) - per fuggire con la quale ha codardamente abbandonato senza spiegazioni la devota moglie Bettina (Giuditta Mingucci) - ed il figlio di lui, lo scapestrato Peppeniello (Michele Sinisi). Gli arzigogolati stratagemmi per procacciarsi quotidianamente un tozzo di pane non sembrano più funzionare: i salassi sono stati fortemente deprecati dalla medicina ufficiale e quindi di clienti non se ne intravede più nemmeno l’ombra; non va d’altra parte meglio ad uno scrivano, i cui servigi sembrano ormai divenuti inutili con l’avvento della modernità; infine non è più percorribile neppure l’extrema ratio divenuta ormai un’amara consuetudine, poiché il monte di pietà e l’osteria di quartiere si sono già accaparrati tutto ciò che poteva essere impegnato in cambio di un gruzzolo di maccheroni. Risultato? La fame più nera ghermisce con i suoi artigli questa mal assortita combriccola, intossicando sempre più gli animi oltre a esacerbare lo stomaco; proprio mentre ogni miraggio di speranza sembra allontanarsi miseramente, ecco però una duplice possibile via di fuga, offerta da dei trascinanti amori giovanili e dal facoltoso Don Gaetano (Stefano Braschi). Chi è costui? Il sedicente nobiluomo con velleità da marchese blasonato è in realtà un ex cuoco divenuto ricchissimo dopo aver ereditato i beni del suo padrone defunto; dunque se le sue tasche abbondano in denaro sonante, certamente invece difettano di titoli nobiliari. Due saranno i fortunati eredi di questo patrimonio: da un lato abbiamo il baldanzoso Luigino (Donato Paternoster), innamorato cotto della sventurata Pupella e prontissimo a chiederla in sposa; dall’altro invece la fascinosa Gemma (Giulia Eugeni), aspirante Pina Bausch costantemente inerpicata sulle punte in bizzarri passi di danza, che è l’oggetto dello spasmodico desiderio del marchesino Eugenio Favetti (Bruno Ricci). Quest’ultimo vorrebbe prenderla in moglie ma il suo nobile parentado si oppone alle nozze e, senza il loro formale consenso, anche Don Gaetano, ligio alle formalità, rifiuta recisamente di concedere la mano della propria figlia.

Miseria e nobiltàQuesti i saporiti ingredienti a partire dai quali Scarpetta innesca un vero e proprio pandemonio di trovate ad effetto, imprevisti grotteschi e spassosissimi battibecchi, che Sinisi asciuga, sfronda del rischio di un’eccessiva coloritura partenopea e incastona in un disegno registico che fa del ritmo dinamico e contagioso una delle proprie indiscusse carte vincenti. Uno degli espedienti maggiormente riusciti, frutto della fervida creatività del regista andriese, è proprio quello di far esplodere i bisticci e sotterfugi dei protagonisti in un effervescente pastiche di dialetti provenienti dalle più disparate regioni dello stivale, dall’emiliano al lombardo, dall’originario napoletano all’immancabile - e qui predominante - pugliese, col risultato di far deflagrare ancor più prepotentemente l’umorismo motore della commedia, innalzando delle difficilmente sormontabili barriere linguistiche ed antropologiche tra i già battaglieri personaggi scarpettiani. Efficacissimi si rivelano le soluzioni scenografiche ideate da Federico Biancalani ed i costumi confezionati da GdF Studio che, con pochi accuratamente studiati elementi, disegnano dapprima un panorama cupo e miserabondo, arredato da mobilio decisamente logoro con anime assediate da una fame atavica che si aggirano in squallide tute, leggings sdruciti e magliette lise dal tempo, per poi cambiare drasticamente registro nella seconda parte del racconto.

Ecco infatti che la nostra famiglia allargata riceve l’inconsueta proposta del marchesino Favetti di interpretare i personaggi più significativi della sua casata nobiliare durante una cena organizzata da Don Gaetano per incontrare i futuri consuoceri e valutare assieme l’opportunità di una fumata bianca sulla celebrazione delle nozze tra Eugenio e Gemma. In cambio non mancherà dell’ottimo cibo con cui banchettare e dinanzi a loro si dispiega la promessa di un futuro sostegno economico per allontanare definitivamente lo spettro inquietante della fame; un gustoso antipasto è inoltre pronto a convincere Sciosciammocca e Pasquale 'o salassatore ad accettare l’improbabile pantomima: si dispiega repentina sul palcoscenico una candida e scintillante tovaglia bianca e dall’alto il marchesino lancia sull’ affamata compagine una succulenta valanga di spaghettoni oversize che sarà contesa senza esclusione di colpi in una scena davvero esilarante. Non meno divertente si rivelerà la cena degli equivoci a casa del cuoco arricchito: tra i suoi grotteschi commensali agghindati per l’occasione con sontuose mise (sotto le quali però rimangono, piuttosto malcelati, i meschini indumenti di sempre, come nel caso del giubbotto di una volgare tuta nera in acetato legato in vita al di sopra della pomposa gonna barocca a balze color salmone di donna Concetta, particolare goffamente tragicomico), l’opulenza di una tavolata luculliana sormontata da uno sfarzoso lampadario (a ben guardare costituito però da una bislacca geometria di cucchiai, mestoli e utensili da cucina), la figlia Gemma che saltella qui e là con passi di danza che ricordano piuttosto delle sincopate convulsioni, la scoperta che l’operosa domestica del palazzo è niente meno che Bettina, la moglie abbandonata di Sciosciammocca pronta a un’iraconda vendetta, e la scomoda rivelazione che anche il marchese Favetti, padre di Eugenio, è in realtà innamorato di Gemma al punto di frequentarne la casa sotto le mentite spoglie di Don Bebè, certamente non mancheranno i colpi di scena. Sebbene la navigazione per giungervi sarà quanto mai burrascosa, l’approdo finale sarà lieto, i nodi si scioglieranno e come da tradizione tutti vivranno felici, contenti e non più drammaticamente affamati!

Miseria e nobiltàTutto è misurato eppure frizzante, rispettoso della tradizione eppure prorompente creatività ed ingegno, semplice e nitido come solamente una visione registica perfettamente a fuoco può delineare. Nel caleidoscopico susseguirsi di disavventure dei nostri famelici protagonisti, il timone della regia di Michele Sinisi permane sorprendentemente saldo, senza la benché minima sbavatura. Guizzi di fervida fantasia contrappuntano la messa in scena, basti citare i passaggi in cui la ben poco redditizia attività di scrivano di Felice Sciosciammocca dà il la per delle divagazioni decisamente fuori dal seminato, come quella in cui D'addario/Sciosciammocca e Masella/Pasquale 'o salassatore si cimentano nell’improbabile composizione di una lettera a Savonarola, citando Troisi e Benigni in “Non ci resta che piangere” e ricevendo immancabilmente un affettuoso scappellotto da parte del regista stesso.

Con un riuscitissimo perché tutt’altro che artificioso espediente metateatrale gli interpreti rimangono quasi costantemente in scena anche se non coinvolti direttamente nell’azione, in primo luogo lo stesso Sinisi che, come sapiente deus ex machina, manovra ininterrottamente una portentosa botola di luce: la spalanca inondando di un abbagliante fascio luminoso il brulicare operoso dei personaggi, la sposta con veloce destrezza, la fa scattare chiudendola repentinamente con un sonoro tonfo che ricorda lo schioccare secco di un ciak cinematografico. Suggestioni metateatrali che si colgono a più riprese lungo l’intero incedere della narrazione andandone a costituire un ricercato file rouge, sino all’efficacissima agnizione conclusiva con il sollevamento improvviso del telone-tovaglia che manifesta apertamente la finzione del gioco teatrale; il tutto però sempre con uno sguardo bonario rivolto ai personaggi, perfetti emblemi di un’umanità meschina ed annaspante nei più sordidi intrallazzi ma verso la quale è impossibile non nutrire in fin dei conti una benevola simpatia.

Miseria e nobiltàNon si potrà uscire da teatro senza avvertire distintamente una sensazione di gratitudine, pienezza e appagamento per i colori, lo spirito autentico, l’ironia genuina e travolgente che pervade questo “Miseria&Nobiltà”; e se è inconfutabilmente vero che Michele Sinisi è il principale artefice di questa ineffabile magia, certamente la sua bacchetta da direttore d’orchestra trova dinanzi a sé un gruppo di interpreti invidiabili, che conferisce alla pièce una sensazione di coralità d’altri tempi eppure assolutamente moderna. Undici talenti generosi e vigorosi, tra i quali spiccano il mattatore per eccellenza per presenza scenica, pungente sarcasmo e impetuosa espressività, un Ciro Masella veramente irresistibile nei panni di Pasquale o’ salassatore, ed il giovane ma assolutamente promettente Bruno Ricci, nel duplice ruolo del marchesino Eugenio e di suo padre Don Bebè, che in particolare regala una vera prova di virtuosismo attoriale nella scena in cui, asserragliato in un armadio fatto roteare vorticosamente, passa incessantemente da un personaggio all’altro ad ogni capovolgimento di fronte.

Chapeau alla vivida energia che dirompe da ogni molecola di questa pièce, al coraggio di sperimentare nel solco delle nostre più preziose radici culturali, alla smagliante lucidità e coerenza del disegno drammaturgico e registico. Chapeau a Sinisi e alla sua squadra di inquieti, meravigliosi manigoldi.


Teatro Vascello - Via Giacinto Carini 78, 00152 Roma (zona Monteverde Vecchio)
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06.5881021 - 06.5898031, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Botteghino: dal martedì al venerdì dalle 9 alle 21.30 orario continuato; lunedì dalle 9 alle 18; sabato dalle 11 alle 21.30; domenica dalle 14 alle 19
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21, domenica ore 18
Biglietti: intero € 20, ridotto over 65 €15, studenti € 12 (servizio di prenotazione € 1 a biglietto)

Articolo di: Andrea Cova
Grazie a: Martina Parenti, Ufficio stampa Elsinor Centro di Produzione Teatrale; Cristina D’Aquanno, Ufficio stampa Teatro Vascello
Sul web: www.teatrovascello.it

Aggiungi commento

Codice di sicurezza
Aggiorna

TOP