Minchia Signor Tenente - Teatro Petrolini (Roma)

Scritto da  Ilario Pisanu Domenica, 18 Maggio 2008 

La parola “mafia” è la musa ispiratrice di tutto lo spettacolo portato in scena dalla Compagnia “Anticamera dal Vento”. La parola “mafia”, che da sussurro diviene grido: di dolore e morte. E chi non ha paura di morire, muore una volta sola.

“MINCHIA SIGNOR TENENTE”
di Antonio Grosso


 

DAL 6 AL 18 MAGGIO 2008
Teatro Petrolini
Via Rubattino 5 (Testaccio)
Tel.06/5757488 - 339/5884750
Da mart a giov ore 21,00 - ven e sab ore 20,30 – dom ore 17,30 e 21,00
Costo del biglietto: intero € 10, ridotto € 8 ( più 2 € di tessera associativa)
 
Interpreti: Antonio Grosso, Daniele Antonini, Gabriele Carbotti, Fabrizio D’Alessio, Maris Leonetti, Francesco Nannarelli, Antonello Pascale, Luigi Pisani, Maria Antonietta Tilloca (e con la partecipazione di Dimitri Tamarov)
Regia: Antonio Grosso
Aiuto regia: Gennaro Paraggio
Assistente alla regia: Francesca Russo
Scenografie: Lorenzo Zollo
Costumi: Irma Bergantino
Luci e suoni: Gennaro Paraggio
Ufficio stampa: Giuliana Meli
Grafica e foto: Studio Osmel Fabre
Trucco e acconciature: Hair Mimma
Amministrazione: Alessandra Giuliani
 
Correva l’anno 1994. Giorgio Faletti cantava “Signor Tenente” al Festival di Sanremo. Se Faletti avesse vinto, l’Italia sarebbe davvero cambiata.
Ma la canzone arrivò seconda.
 
La parola “mafia” è la musa ispiratrice di tutto lo spettacolo portato in scena dalla Compagnia “Anticamera dal Vento”. La parola “mafia”, che da sussurro diviene grido: di dolore e morte.
 
E chi non ha paura di morire, muore una volta sola.
In una piccola caserma di un paese della Sicilia, alcuni carabinieri passano le loro giornate nella più semplice quotidianità finché un nuovo tenente viene assegnato al loro comando. Il Tenente Prisco porta con sé aria di cambiamento, con quel fare arrogante tipico dei potenti. Tipico di chi comanda seduto tranquillamente dietro una scrivania.
Dieci personaggi calcano il palco della Sala Petrolini. Si ride a crepapelle, si riflette.
I carabinieri, ognuno col suo impeccabile accento natio, danzano nella stazione deserta, dove l’unico brivido che scuote la monotonia sono le denunce di smarrimento e l’arresto di una volpe. Il carabiniere romano, quello toscano, quello napoletano: espressione di una realtà, quella delle caserme, che diventa allegoria. La Sicilia invasa e dominata da vari popoli, ognuno con le proprie lingue e culture.
 
La caserma diventa una sorta di setting analitico, focolaio domestico, nido d’amore, mura della fortezza che proteggono dagli attacchi esterni e punto di fusione di culture. La caserma è l’Italia. Denunce su denunce su denunce, che nessuno ascolta. Denunce come fogli bianchi, che cadono sul pavimento e che vengono riposti su scrivanie impolverate.
Perché la mafia non esiste: è solo polvere.
Antonio Grosso ha il coraggio di parlare di un tema difficile, spinoso. E lo fa con intelligenza, ironia, sensibilità. Portandola in scena sulla falsariga del teatro degli anni cinquanta.
Tempi scenici perfetti, caratterizzazioni forti che si incollano perfettamente agli attori della compagnia. Bravi come sempre, avvalorati dall’unica presenza femminile. Maria Antonietta Tilloca: sarda, isolana.
Donna.
 
“Minchia signor tenente” è uno spettacolo che si presta alle più disparate interpretazioni. Quel che è certo è che le risate arrivano dritte al cuore.
 
“Minchia signor tenente per cui se pensa che c'ho vent'anni
Credo che proprio non mi dà torto
Se riesce a mettersi nei miei panni magari non mi farà rapporto
E glielo dico sinceramente
Minchia signor tenente”



 

Recensione di: Ilario Pisanu

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