Mi voleva la Juve - Spazio Tertulliano (Milano)

Scritto da  Martedì, 05 Maggio 2015 

Dal 29 aprile al 10 maggio. Il Teatro Spazio Tertulliano presenta la sua nuova produzione nata dalla collaborazione tra Giuseppe Scordio e Gianfelice Facchetti. Il calcio come metafora della vita. La vita come metafora del palcoscenico. Giuseppe Scordio racconta la sua storia, dalla giovinezza segnata dal calcio all’incontro con l’attore e regista Giulio Bosetti e il teatro. “Mi voleva la Juve” è la storia vera di un bambino cresciuto in un quartiere di periferia nella Milano degli anni ’70.

 

Produzione Spazio Tertulliano presenta
Giuseppe Scordio in
MI VOLEVA LA JUVE
testo e regia Gianfelice Facchetti
scene e costumi Vittoria Papaleo
disegno luci Matteo Cavenaghi

 

Ma chi lo ha detto che su Internet si trova tutto, ma proprio tutto? Lo dicono in tanti, e questi tanti sbagliano. Di grosso. Putacaso che un giornalista trentenne vada allo Spazio Tertulliano a vedere Mi voleva la Juve il giorno del debutto. E putacaso che si ritrovi tra le mani una figurina Panini con la formazione de “La Rossa”, squadra di calcio nella quale il protagonista dello spettacolo - primi anni Settanta, ancora imberbe - sfoderava il proprio talento all'oratorio della Chiesa di Santa Maria (detta “la Rossa”, come Milva). Queste imprese calcistiche si consumavano a due passi da via Meda, dove il giornalista di cui sopra vive attualmente in un monolocale spartano.

Ecco, nel 'magico' e 'insuperabile' mondo del web purtroppo non trovi i nomi e i cognomi di quella bella comitiva di ragazzini in pantaloncini corti, che in quanto a passione e abnegazione sul campo avevano ben poco da invidiare alla Nazionale di Valcareggi, in quegli anni impegnata a mettere paura ai tedeschi, umiliati con un memorabile 4 a 3. Ma soprattutto, la googlata non potrà mai restituirti l'emozione, gli entusiasmi e le paure di quei giovanotti che, nonostante la sorte avesse riservato loro un'adolescenza lontana dalla bambagia, se ne strafregavano giustamente del destino e pensavano, unicamente, a godersi il riscatto morale di una bella partita combattuta fino all'ultimo respiro.

Dunque per condividere, almeno in parte, i battiti del cuore del piccolo Giuseppe Scordio bisogna andare a teatro. Bisogna sentire la sua storia raccontata da lui medesimo, in una narrazione sincera, zuppa di sentimento che nemmeno per un istante sfiora la leziosità della retorica. Giuseppe ha 45 anni e non è - per fortuna - ancora il momento dei bilanci definitivi. Però è un'età che, se vissuta con intelligenza e consapevolezza - e l'attore per sua fortuna possiede entrambe le doti - si presta a riflessioni di mezza sera, a uno sguardo placido e non rabbioso sul proprio passato. Anche meditando sugli episodi più spiacevoli che hanno accompagnato la sua esistenza finora, ciò che prevale in Giuseppe non è il rancore bensì una sana malinconia di fondo, colonna sonora che non disturba ma anzi fa di lui un uomo completo, a tutto tondo.

Nel corso dello spettacolo c'è una frase che non ricordo a memoria, ma il concetto espresso è il seguente: è necessario essere in due per affrontare le difficoltà della vita, da soli ci si può smarrire facilmente. Verissimo, e questo vale anche per il teatro. Per raccontare il proprio percorso dall'infanzia alla maturità Scordio ha scelto un partner speciale, di quelli che riescono nel non facile compito di conciliare sensibilità artistica e generosità d'animo: Gianfelice Facchetti. Non è un'omonimia, è proprio il figlio di Giacinto, ovvero il Signore con la S maiuscola del calcio italiano. Colonna dell'Internazionale, nel senso del Club, ma ancor di più icona internazionale dell'agonismo pulito, onesto, che dava un peso specifico alla parola etica applicata allo sport. I tempi sono cambiati, ma il Dna quello è: le colpe dei padri magari dovranno pure ricadere, come dice la Bibbia, sui figli, ma Gianfelice è la dimostrazione vivente che anche i meriti di un genitore molto in gamba possono venire ereditati dalla prole. L'estro di Facchetti jr si estrinseca sul palcoscenico, sia come attore sia, ed è il caso di Mi voleva la Juve, come regista.

Ma come, il figlio di cotanto padre nerazzurro che presta la sua faccia a una pièce dove la “Vecchia Signora” appare addirittura nel titolo? E per di più, dove il protagonista rende partecipi noi spettatori della sua smaccatissima preferenza per Boninsegna “Bonimba”? Semplicemente, Gianfelice è una persona che coltiva l'autoironia. L'autoironia e il rispetto, sacrale, verso gli avversari che meritavano di essere rispettati. Perché ai tempi il calcio era una cosa bella. Non è che l'Italia di quarant'anni fa fosse un Eden, però la cattiveria del mondo lambiva pochissimo lo sport più amato dagli italiani. Di sicuro non capitava che un alto dirigente chiudesse a chiave gli arbitri negli spogliatoi, e non capitavano nemmeno altre cose peggiori alle quali, basiti, ci è toccato di assistere negli ultimi anni.

Mi voleva la Juve è insomma un tuffo dove l'acqua del football, come direbbe Mogol, era più blu. Ma anche molto di più: il romanzo di formazione di Scordio che, sulla scia di Osvaldo Soriano, rivendica con orgoglio l'importanza del “pensare coi piedi”, perché una pedata al pallone ti aiuta sempre a ritrovare la serenità e l'equilibrio, mentre la testa, in presenza di episodi drammatici che ucciderebbero anche un toro, rischierebbe di impazzire per il troppo dolore. E nella vita di Giuseppe - lo spettacolo lo racconta - non c'è stata solo la stizza per la mancata occasione con la Juventus, quando il sogno di entrare nella famiglia dei bianconeri sembrava lì a portata di mano. Purtroppo c'è stata anche la sofferenza vera, autentica, e preferiamo in questa sede non dire di che si tratta perché è giusto che rimanga nell'intimo di chi, come l'attore, lo ha vissuto in prima persona, e di chi nei prossimi giorni andrà a vedere la rappresentazione teatrale al Tertulliano.

E sì, caro Giuseppe, ogni tanto ciascuno di noi vorrebbe vivere una situazione sulla falsariga di Sliding doors, poter tornare indietro e riacciuffare la storia a modo nostro. Se così fosse, probabilmente tu andresti da Boniperti e lo piglieresti per il bavero, intimandogli di assumerti nella sua scuderia se non voleva passare guai peggiori. Allora eri molto giovane, potevi pure permetterti un gesto così inconsulto e nessuno ti avrebbe messo in galera. Ma anche tu sai che è andata meglio così: ora gestisci uno spazio teatrale che ti dà grandi soddisfazioni, e l'amicizia e la collaborazione con Giulio Bosetti è un dono impagabile, insostituibile per niente al mondo.

Mi permetto una parentesi in prima persona (nel giornalismo “ortodosso” è proibito concedersi parentesi di questo tipo, ma approfittando della generosità del direttore di Saltinaria io me la concedo spesso e volentieri). Siamo nel 2002, la cornice è il Teatro Alfieri di Cagliari. Io c'ero, ad applaudire Il berretto a sonagli. Sono passati troppi anni, e in tutta franchezza non conservo nella memoria la tua faccia sul palco tra gli attori. Mentre ricordo perfettamente il discorsetto che Ciampa faceva all'irata Beatrice: invitava la signora a far prevalere la “corda civile” rispetto alla “corda pazza”. Ecco, dal suo punto di vista in quel caso era meglio comportarsi “civilmente”, ma la pazzia in molte altre circostanze, se guidata dal senno, è cosa buona e giusta. Scegliere la strada del teatro è stata indubbiamente una follia. Ma “divina follia”, direbbe Platone nel Simposio, che contraddistingue chi come te non ama gli impieghi in banca e predilige un mestiere per sua natura precario. E non c'è, fortunatamente, camicia di forza in grado di fermarvi.

 

Spazio Tertulliano - via Tertulliano 68, 20137 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/49472369, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: da mercoledì a sabato ore 21.00, domenica ore 20.30
Biglietti: 16 € intero / 10 € over 60, under 26 e convenzioni

Articolo di: Francesco Mattana
Sul web: www.spaziotertulliano.it

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