Mi sveglio già pettinata - Teatro Duse (Roma)

Scritto da  Lunedì, 22 Febbraio 2016 

Il 29, 30 e 31 gennaio e il 5, 6 e 7 febbraio è andato in scena al Teatro Duse "Mi sveglio già pettinata" un testo scritto e interpretato da Manola Rotunno, per la regia di Leonardo Buttaroni, con scenografie di Paolo Carbone e assistenti alla regia Francesca Romana Miceli Picardi e Marta Marsili. L’interprete è pirotecnica nel suo monologo notturno che comincia dalle liste che scriveva da bambina. Versatile, in un piccolo spettacolo, un gioiellino di fattura, che merita un futuro. Deve decidere se condensarsi e diventare ironico e lirico monologo di ricordi di un’infanzia che nessuno ha creduto, sospeso sul sogno che resta possibilità di aggirare la morte; o, al contrario, distendersi per diventare quasi un cabaret, quadri e figure diverse, giocando sui personaggi e i dialetti che l’attrice interpreta, instancabile, tra up and down emotivi, dai versanti comici alle punte liriche.

 

MI SVEGLIO GIÀ PETTINATA
testo scritto e interpretato da Manola Rotunno
regia di Leonardo Buttaroni
scenografie di Paolo Carbone
foto di scena di Manuela Giusto
assistenti alla regia Francesca Romana Miceli Picardi e Marta Marsili

 

Definirlo monologo è riduttivo, ne ha solo e non semplicemente la veste tecnica. Tutt’altro. Manola Rotunno è una girandola di personaggi e stati emotivi a cominciare dal titolo che ad un certo punto racconta: chi non dorme, al mattino si sveglia già pettinata. E’ uno dei vantaggi dell’insonnia e la sua è una vita insonne, con tutti i problemi di chi non riesce a prendere sonno, come anche le possibilità che il silenzio garantisce. Di notte le luci si spengono, gli occhi si chiudono, la vita tace. Ma in quel “vuoto” si animano le parole, le emozioni, si vede l’invisibile e si può scrivere, il proprio mondo interiore. Sono le parole, chiuse dentro la testa, la ricchezza più grande di una vita, quelle che la protagonista decide alla fine di portare con sé, con riserbo e pudore, custodendole e proteggendole e lasciando intuire allo spettatore, smarrito, che non si farà operare al cervello ma volerà via, in giro per il mondo, dissolvendosi nel cielo come quel palloncino che esce dal baule - a chiusura dello spettacolo - con attaccata la figura di una bambina.

Cosa può sconfiggere la morte se non la fantasia, il sogno, la voglia di volare che non muore e la parola che è memoria? E’ il fanciullino che resta in noi che ci permette di continuare a guardare il cielo anche quando è attraversato da nubi nere.

Il testo è denso, quasi troppo, di temi, argomenti, frammenti, tra l’autobiografia, l’osservazione della vita e degli altri, spunti e suggerimenti. Nasce come un collage da varie ispirazioni, ci ha raccontato l'autrice all’uscita dal teatro, dietro una domanda mossa dalla curiosità di capire cosa c’è dietro quel groviglio di storie e sentimenti. In principio c’erano le liste che Manola aveva la mania di scrivere quand’era piccola e che in scena appende come panni stesi e dalle quali trae spunto per argomenti diversi. Si tratta di frammenti che la Rotunno per un certo periodo ha inserito in alcuni spettacoli, talora alla fine e che il pubblico sembrava apprezzare. Poi c’è il racconto del gabbiotto della spazzatura e del suo custode, nato in un corso di scrittura “statica”; e ancora ci sono i ricordi che affiorano, a sprazzi, lasciando che con l’ironia e una battuta, qua e là, si svelino dolori, incomprensioni - io che non sono stata mai creduta, confessa - e un’umanità che la circonda con le proprie debolezze e manie, vizi e fragilità.

E’ un lavoro complesso, chiuso nella stanza di un condominio, che l’interprete cavalca con agilità, dando prova di essere un’artista a tutto tondo, per quasi un’ora e mezza senza sosta.

Si vedono ancora le linee e i tracciati che incollano le tessere del mosaico, saltando di argomento in argomento e attraversando tonalità diverse, da quando si prende in giro, a quando lascia uscire qualche verità familiare scomoda; al quadro lirico - racchiuso in un affresco illuminato in rosso - che narra la sua visita ad Auschwitz e Birkenau e il suo impegno civile. E ancora il gioco con un corteggiatore goffo che, per farle un regalo sorpresa per il compleanno, la convince ad indossare un vestito nero e a portare con sé una torcia per condurla in un vecchio teatro vuoto che la incanta. Un teatro nel teatro che è il suo sogno da bambina, dato che ad un certo punto dice che avrebbe voluto scrivere ma che anche cucinare le piaceva? A proposito del cibo e della cura, del cibo sottratto, del ripudio del grasso, sembra affiorare un rapporto non semplice con la nutrizione. Sono tanti gli stimoli, oserei dire quasi troppi. Ogni tanto ci si sente storditi e strattonati. Questo lavoro merita un futuro e potrebbe prendere due strade, non come alternativa, ma come opportunità: quella del monologo diluendo il senso, anche senza svelare troppo, senza togliere il suo andamento scoppiettante, forse sacrificando qualche aspetto; oppure quella di uno spettacolo più ampio pensato per quadri.

C’è un tema, quello del gioco, che non si perde mai e che resta forse il filo conduttore, dalla casetta e il camion dei pompieri che appaiono nella prima scena fino alla fine quando lo stesso mezzo rosso scivola nella stanza quasi per caso, un po’ spaventandola e accompagnandosi all’amico immaginario. Manola gioca con questo “fantasma” che ha sempre a che fare con la luce, che la spiazza, si burla di lei, ma che potrebbe essere - come del resto è la figura dell’amico immaginario - una parte di lei.

Ideale la collocazione nel piccolo Teatro Duse, curato come un salotto, perché il palcoscenico raccolto sembra una vera stanza dei giochi, con una cura del particolare, delle luci e degli attrezzi di scena che merita attenzione.

 

Teatro Duse - via Crema 8, Roma (zona Re di Roma)
Per informazioni: telefono 06/70305976 - 340.6485291
Orari spettacoli: 29 e 30 gennaio ore 20.45, 31 gennaio ore 21.30; 5 e 6 febbraio ore 20.45, 7 febbraio ore 17.45

Articolo di: Ilaria Guidantoni
Sul web: http://duseteatro.com

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