Metamorfosys.0 - Roma Fringe Festival 2017, Villa Mercede (Roma)

Scritto da  Sabato, 16 Settembre 2017 

Volge quasi al termine il Roma Fringe Festival 2017, la grande festa del Teatro indipendente di Roma, arrivata alla VI edizione, che quest’anno è tornata dal 30 agosto al 23 settembre a Villa Mercede (San Lorenzo). In programma oltre 150 appuntamenti tra prime italiane e internazionali, nuove drammaturgie, stand up comedy, teatro civile, performance art e provocatori riadattamenti di grandi classici. È proprio all’intersezione di queste ultime due tipologie di proposte che incontriamo “Metamorfosys.0”, un lavoro di Vittoria Faro, che ci mostra una nuova umanità, l'inizio di un altro mondo libero ma schiavo, non più così umano, guidato da un dio/macchina chiamato MEMORIA.

 

METAMORFOSYS.0
ideazione e regia Vittoria Faro
con Luigi Biava, Cecilia Mati Guzzardi, Carola Wilson Ripani ed Elisabetta Ventura



In una cornice di palazzi gialli e rosso mattone, di lampioni e alberi che spuntano qui e là nella bella villa romana, i personaggi di “Metamorfosys.0” prendono vita all'improvviso, uscendo da involucri di plastica: sono tutti figli di nessuno, nudi, “cloni”, “prototipi” - ci spiega l'autrice - “esseri dotati di un corpo ma senza anima”. Potrebbero essere Deucalione e Pirra, unici superstiti di un terribile diluvio, potrebbero essere i primi due esseri viventi come Adamo ed Eva, potrebbero essere chiunque. Il luogo al quale approdano probabilmente li deluderà: un mondo virtuale dove ci si proietta nella realtà attraverso degli avatar, per sconfinarla, essere liberi di dar vita e sfogo a ogni pensiero, anche il più crudele. In un futuro che si rivelerà presto una prigione nera.

“Mi piaceva l’idea di raccontare metaforicamente ciò che stiamo vivendo in questa era social - ci racconta Vittoria Faro - in cui siamo tutti schiavi del nostro avatar che trova il coraggio di fare tutto, che ha una bella immagine social, che ottiene molti mi piace ma che nel profondo vive una grande solitudine”.

L'autrice ci spiega che “Le metamorfosi” di Ovidio (a cui il pensiero corre immediatamente, dato il titolo del progetto) è stato solo un pretesto per analizzare e allargare i mondi nascosti dentro il testo; per esplorare soprattutto una certa 'origine', 'causa primaria', che scatena la trasformazione, di qualsiasi tipo. Prendere il mito per tirare fuori qualcos'altro quindi. Perfino supporlo. La vicenda di Apollo e Dafne, per esempio, fa presto a diventare sul palco uno stupro vero e proprio mostrato senza mezzi termini.

Ad ispirare il lavoro di Vittoria sono grandi artisti come Edgar Allan Poe, di cui ama la poesia “a metà tra horror e giallo”, il surrealista David Lynch, Tim Burton per quanto concerne l’aspetto visivo, i personaggi e “la narrazione intesa come fiaba nera”. Mentre dall’espressionismo tedesco ruba ispirazione per lo studio di luci e ombre. Alla lista si aggiunge anche Pirandello, che trova espressione nell'uso delle maschere in scena (anche se le maschere d'ispirazione pirandelliana hanno consuetamente sembianze piuttosto diverse). Semplici maschere di animali in lattice, giocattoli per bambini, che sul palco incutono un po' di terrore: non sappiamo cosa possa nascondersi dietro. “Ciò che mi interessava indagare era il rapporto con il nostro io, con la nostra individualità, l’importanza di essere chiamati per nome, di essere riconosciuti dalla società e come ben sappiamo questo spesso richiede da parte nostra una maschera a tal punto che noi stessi finiamo con il perderci senza sapere più chi siamo, perché la scoperta del sè potrebbe essere pericolosa per gli altri e per se stessi”, precisa Vittoria.

L'impatto sonoro di “Metamorfosys.0” è predominante, protagonista e suggestivo, quasi ingombrante. La voce-macchina che accompagna i personaggi è suadente e fastidiosa, illude i suoi ascoltatori, li confonde, gli suggerisce cosa pensare, dove andare, li nutre fino a mangiarli. Le parole sono poche però: lo spettatore dovrà seguire il filo delle vicende affidandosi principalmente al suono e al movimento del corpo dei performer, spinto, volgare, rallentato, rapido o immobile: non ci sono vie di mezzo. C'è alle spalle un evidente lavoro attoriale basato proprio su questo elemento: il corpo. Che diventa importante mezzo di espressione e costruzione qui, ma sempre secondario rispetto alla parte sonora e musicale. Le sequenze proposte sono ombrose, le immagini create con interessanti giochi suono-movimento sono crude, angosciose, macabre, a volte ipnotizzanti ma violente poiché viene invasa senza permesso l'immaginazione dello spettatore.

L'obiettivo è quello di indignare, infastidire, scandalizzare le persone per scuoterle da un annichilimento di cui ormai parliamo tutti. Ma è davvero l’unico modo per ottenere una reazione o un vero coinvolgimento? Il pubblico si sente più evoluto dopo aver assistito a certe scene? Ma soprattutto: chi si scandalizza più per quello che viene portato su di un palcoscenico? A volte sembra più trasgressiva una poesia di Gandhi.

Le storie contenute nelle Metamorfosi di Ovidio, gli stupri e i soprusi, gli incesti, le fughe, tutti quegli amori mancati, la forte componente erotica, le alberificazioni, pietrificazioni e tutto il resto, sembrano così lontani oggi, eppure in quelle leggende troviamo ancora risposte al segreto bisogno dell’uomo di vedere mostri ed incantesimi, di conoscere il buio dell'inconscio. Tuttavia “Metamorfosys.0” ipotizza un futuro che speriamo di non vedere mai. Scappi chi può. In effetti "l’orrore letterario" (o teatrale) menzionato anche dall’autrice, produce un effetto catartico che si genera spontaneamente nello spettatore, il quale dopo essersi brutalmente confrontato con certe estreme e sgradevoli sensazioni apprezzerà “con sollievo il ritorno all’esistenza normale”.

Sicché in qualche modo ci sentiamo migliori dopo essere stati provocati in maniera così sfacciata? Chissà. L’arte oggi quindi può solo indignare per comunicare con la massa? Dove sono finite le occasioni per abbandonarsi semplicemente a bei sogni? È vero, siamo stati bestie e ritorniamo ad esserlo spesso, ma ciò non giustifica la dimenticanza di tutto il resto: la parte oscura di ogni cosa è già cosi evidente dappertutto. Sono gusti però: magari qualcuno preferisce camminare e incontrare maschere spaventose e Dafne che non è mai diventata alloro perché non ha fatto in tempo a fuggire, ma chi ce lo dice cosa le sarebbe successo? Perché cercare a tutti i costi di indignare le persone, provocarle, quando c’è così bisogno di rassicurarle?

È pur vero che questo tipo di linguaggi, diciamo esageratamente dissacranti, costringono lo spettatore che abbia realmente voglia di comprendere a fondo la creazione artistica ad informarsi; invitandolo pertanto a divenire parte integrante dell’opera: vuoi capire?, allora studia, leggi, informati, altrimenti rimarrai fuori dall'esperienza artistica e da qualcosa in cui potevi rispecchiarti. Elemento interessante che rende certi esperimenti stimolanti e 'rassicuranti' a modo loro.

 

Villa Mercede - Via Tiburtina 113/115, Roma (zona San Lorenzo)
Orario spettacoli: palco B 19.30 mercoledì 6 settembre, palco A 21.00 giovedì 7 settembre, palco B 19.30 venerdì 8 settembre
Biglietti: ingresso gratuito a Villa Mercede, area food & drink, area market; biglietto spettacoli 6 euro

Articolo di: Alessandra Quintavalla
Grazie a: Marta Volterra, Ufficio stampa Roma Fringe Festival
Sul web: www.romafringefestival.it

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