Mercurio - Teatro Libero (Milano)

Scritto da  Domenica, 01 Marzo 2015 

Se ne potrebbero citare a iosa di libri, film, testi teatrali nei quali viene affrontata, in maniera non banale, la sindrome di Stoccolma: la sindrome che unisce irrevocabilmente la vittima al suo carnefice. Questo è il caso di Mercurio, uno dei tanti libri affascinanti di Amélie Nothomb che ha in sé numerose stratificazioni - tra romanzo psicologico, sentimentale e thriller -, che Corrado d'Elia decide di portare in scena con la sua regia al Teatro Libero fino al 10 marzo.

 

Produzione Teatro Libero presenta
MERCURIO
di Amélie Nothomb
progetto, adattamento e regia di Corrado d'Elia
assistente alla regia Andrea Lisco
con Monica Faggiani, Gianni Quillico e Valeria Perdonò
scenografia Giovanna Angeli
costumi Stefania Di Martino
luci Alessandro Tinelli
fonica Giulio Fassina

 

Come spesso capita nel valutare una situazione vista dall'esterno viene da pensare "è matta, ma perché non scappa! Io in una situazione così non mi ci ritroverei mai". E' esattamente quello che pensiamo quando osserviamo quelle vittime che diventano irrevocabilmente dipendenti dal loro carnefice, colui che inizialmente faceva paura, colui dal quale volevano liberarsi e che ora invece vedono come unico motivo di vita: la libertà richiede scelta, responsabilità e non più il completo affidare la propria vita alle decisioni di qualcun altro.

Passando da un film perfetto come "La morte e la fanciulla" di Polanski al più banale "50 sfumature di grigio" di recentissima uscita, è questo che sembra emergere nella sindrome di Stoccolma: la totale libertà che si prova nel dipendere dal proprio carnefice, il paradossale senso di sicurezza rispetto al dover affrontare le responsabilità delle scelte individuali, del controllo.

E lo stesso succede ad Hazel, la protagonista di "Mercurio", settimo libro della belga Amélie Nothomb che è sempre abilissima nel catturare il lettore con trame stringenti, perfette nei loro meccanismi millimetrici ma sempre piene di emozioni autentiche, di sentimenti palpabili. Hazel è un'adolescente tenuta "prigioniera" in un castello su di un'isola da un vecchio capitano della marina che ha quasi 70 anni più di lei e che cerca di proteggere la ragazza da se stessa e dal mondo esterno: nessun contatto umano, nessun oggetto riflettente che possa mostrarle il suo orribile volto sfigurato da un grave incidente avuto da piccola. Ma un giorno la solitudine di Hazel viene spezzata da Françoise, bella e premurosa dottoressa che viene chiamata per curare un semplice malanno della ragazza ma che finge che la situazione sia ben più grave del previsto per poter tornare più a lungo a farle visita, intrigata da questa giovane che ha paura del mondo esterno, che teme il suo protettore-amante ma dal quale, al tempo stesso, non vuole liberarsi.

La bellezza, l'amore e la visione differente che ne hanno uomini e donne, il bene ed il male e la loro difficile convivenza negli esseri umani: sono queste le tante stratificazioni tematiche che il testo offre e che per certi versi la regia di Corrado d'Elia è riuscita a rendere; molto calzante l'idea di non far vedere mai il vecchio capitano e di farne percepire solo l'inquietante e dispotica presenza attraverso la voce (recitata da un intenso Gianni Quillico), una presenza che come un dio onnipresente e onnipotente è dappertutto anche se non lo si vede mai, e questo esprime il potere quasi ipnotico che ha sulle sue due vittime, Hazel e in seguito anche Françoise.

Intense le due attrici in scena, Monica Faggiani e Valeria Perdonò, che con recitazione molto sentita rendono le tante delicate implicazioni del rapporto tra le due donne: premura materna, affetto amicale, confidenza da sorelle e, lo si lascia intuire, ad un certo punto anche amore. Davvero affascinante il momento in cui scopriamo il perchè del titolo: Françoise assume in questa storia il duplice ruolo di medico e di messaggera (entrambe le figure rappresentate dal dio Mercurio) ma il mercurio in quanto sostanza sarà anche un dispositivo fondamentale nello sviluppo della storia, ma questo lo lasciamo scoprire allo spettatore.

L'aspetto che lascia perplessi è l'estrema frammentazione della regia: per rendere l'atmosfera quasi da thriller che aleggia sulla storia di Hazel e del capitano, D'Elia decide di usare spesso dei giochi di luce che però sono abusati e alla lunga stancano, rendendo il ritmo dello spettacolo sempre troppo ansiogeno e monotono, privandolo di quel climax di tensione che deve esserci visti gli sviluppi sempre più inquietanti che Françoise mano a mano scopre nella relazione tra i due. Così come la musica, che ha del martellante (e questo di per sé è positivo per rendere la dimensione patologica di Hazel e il carattere prevaricatore del capitano) ma non viene quasi mai tolta e il costante sottofondo di una musica di questo genere sottrae intensità a dei passaggi che, se fossero stati più sviluppati e caratterizzati dalla sola voce recitante avrebbero acquistato maggiore forza.

Nel finale il regista ha voluto iper-intensificare quello che succede nel libro dove l'autrice decide di lasciare due finali: in questa resa drammaturgica l'impressione è che ci siano quattro, cinque finali, ma quello che ne emerge non è tanto la libertà lasciata allo spettatore di scegliere l'epilogo che preferisce ma un senso di confusione che per voler dire troppo finisce per non significare niente.


Teatro Libero - via Savona 10, Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/8323126, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal lunedì al sabato ore 21, domenica ore 16
Biglietti: intero € 19, under 26/over 60 € 13, allievi scuola Teatri Possibili con tessera associativa € 6, altre scuole di teatro € 10, prevendita € 1,50

Articolo di: Emanuela Mugliarisi
Grazie a: Clarissa Mambrini, Ufficio stampa Teatro Libero
Sul web: www.teatrolibero.it

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