Medea - Teatro Italia (Roma)

Scritto da  Enrico Bernard Giovedì, 15 Dicembre 2011 
Medea

Dall’8 al 18 dicembre. Una Medea più drammatica che tragica, più moderna che classica, sul filo di una follia femminile che coinvolge il pubblico, fino al discutibile finale che in parte attutisce la grande interpretazione di Pamela Villoresi.

 

 

 

Associazione Teatrale Pistoiese, ArTè Stabile di Innovazione, Teatro dei Due Mari presentano

Pamela Villoresi e David Sebasti in

MEDEA

di Euripide

traduzione e adattamento Michele Di Martino e Maurizio Panici

con Renato Campese, Maurizio Panici, Silvia Budri Da Maren, Andrea Bacci, Evelina Meghnagi

regia Maurizio Panici

progetto scenico Michele Ciacciofera

elaborato da Giorgio Gori

costumi Michele Ciacciofera

musiche Luciano Vavolo

canti Evelina Meghnagi

 

Quando Giasone esce di scena per l'ultima volta, disperato per la tragica fine dei figli uccisi da Medea, la Corifea conclude in modo sibillino mentre il carro alato divino porta via la madre assassina e le sue innocenti vittime ancora sanguinanti:

"Tale di quest'azione fu l'esito".

Cito testualmente la battuta nell'ineguagliabile traduzione di Valgimigli (v. "Il teatro greco. Tutte le Tragedie" Sansoni editore, Milano 1980, p. 452), che funge anche da "modello" o base di partenza per questa nuova versione, poiché i traduttori e adattatori, Maurizio Panici e Michele Di Martino, introducono il concetto di "dramma", che in qualche modo "corrompe", nel senso migliore della parola cioé attualizzandola, la tragedia di Euripide. Così la battuta finale  perde il senso del "tragico" dell'originale greco trasformandosi in un più quotidiano e meno metafisico:

"E così si conclude il dramma".

Non sto dicendo che sia un errore di intepretazione (non lo è), né una trasgressione filologica eccessiva. Anzi, dizionario Utet alla mano (vol. IV p. 1001), "dramma" può anche  significare   letteralmente:

"stato di confusione spirituale, di turbamento, di smarrimento, provocato da gravi mali fisici o morali; tormento interiore causato da situazioni imbarazzanti, da problemi insolubili; e può anche riferirsi al contrasto immanente che esiste tra il bene ed il male, fra il dolore e l'aspirazione alla felicità,  fra la verità e l'errore".

Questi elementi semantici rientrano, ovviamente, nel quadro della tragedia di Euripide e dello stato psichico e mentale di Medea. Tuttavia, il termine "dramma" ha una più ampia accezione nell'ambito della divisione dei generi teatrali e non va confuso con la tragedia, anche se può essere (cito sempre il Dizionario della Lingua italiana al paragrafo "dramma tragico") ad essa affine. Affine, appunto, ma non tragedia esso stesso. Per la precisione, il termine "dramma" viene usato nel teatro greco per indicare tutti i vari generi dell'arte drammatica, tra cui ad esempio il dramma satiresco. Ora, per non tirarla per le lunghe, dirò solo che con "dramma" intendiamo oggi, genericamente, varie forme del teatro dell'era moderna, a partire dai drammi liturgici tardomedievali fino al dramma borghese. Che mi sembra essere, il dramma borghese appunto, il punto di approdo della nuova versione della "Medea" di (o piuttosto "da", come dimostrerò in seguito) Euripide in scena al teatro Italia.

Questa riflessione iniziale mi serve per approfondire e, casomai, giustificare l'introduzione del termine "dramma" nella tragedia di Euripide: una scelta che si spiega con l'impostazione drammaturgica, - qui il dramma ci sta bene, - e registica del classico greco. In effetti, Panici si muove in direzione di una rilettura meno tragica e più drammatica di "Medea" che viene trasformata, grazie ad una straordinaria interpretazione di Pamela Villoresi, in una figura terribilmente moderna, atrocemente contemporanea: infatti, di quante madri assassine dei loro figli abbiamo purtroppo avuto notizia anche di recente? Il regista, in questo caso sostenuto da un'interprete superlativa, aggira gli scogli di un testo talvolta complesso, per servire su un piatto avvelenato dal dolore una storia apparentemente estrema, borderline, ma che invece rappresenta un aspetto orribile del nostro quotidiano e del nostro vissuto collettivo. Ne esce un trattato di psicologia femminile ed anche di schizofrenia o isteria, entrambe le cose insieme probabilmente, come quando Medea cerca di convincersi a desistere dal truce intento: un paradossale colloquio con se stessa che termina col trionfo del lato oscuro della sua personalità. Non è più Medea che parla con la voce della Villoresi, ma una qualsiasi madre che viene assillata e assalita dall'ombra mostruosa del suo inconscio.

Completamente vestita di rosso, un abito moderno che richiama alla memoria i personaggi pirandelliani o ibseniani, la Medea della Villoresi si trasforma in una donna in lotta contro le strutture del potere maschilista, contro una società che relega la donna al ruolo di "femmina", soggiogata e costretta a subire il bello e cattivo tempo voluto dal "signore" che decide per sé e per la sua compagna, senza neppure interpellarla. Da qui l'atto tragico, l'assassinio dei figli, rappresenta l'unica via di autodeterminazione, una sorta di scelta obbligata per punire l'uomo  annullando se stessa insieme ai frutti del talamo nuziale.

Siamo così di fronte ad uno spostamento o ad uno scivolamento, peraltro non nuovissimo,  dalla tragedia al dramma borghese, dove l'attualità, sostenuta anche dall'estrema naturalezza della recitazione, prende il sopravvento grazie ai costumi dei protagonisti. I quali, oltre al purpureo abito da sera della Medea-Villoresi, si presentano in frack (il preciso e credibile Creonte di Renato Campese) oppure nel vestito di lino di un borghesissimo Egeo (Maurizio Panici in persona che sembra uscito da "Morte a Venezia" di Mann o da "L'uomo dal fiore in bocca" di Pirandello), o ancora nei giubbotti e cappotti di pelle nera sfoderati da un Giasone che, a sua volta, con un ulteriore salto temporale, sembra appena sceso dalla motocicletta (gli manca il casco). Senonché, sulla falsa linea della rappresentazione che abbraccia e si confonde col dramma borghese-familiare, la scenografia puntigliosamente resiste sul lato della tragedia classica: un grande sole bronzeo, che si oscura come lo sguardo degli déi nel compiersi del misfatto, fa da sfondo ad un teatro greco in miniatura che sembra messo lì apposta per ricordarci in che ambito siamo.

Il messaggio dell'operazione è in parte comprensibile, - i Greci avevano già capito la natura dei nostri mali, - ma il risultato è comunque di una scarsa omogenità tra i vari piani dello spettacolo: una idiosincrasia, forse voluta ma non chiara, tra la scelta di attualizzare la tragedia facendone un dramma contemporaneo, i costumi primo '900 (che dànno, sì, un tocco di contemporaneità, come scrive qualche critico, ma non di novità assoluta) e la stessa scenografia: sembra infatti che ognuno di questi tre elementi (regia, costumi, scena e, ne  aggiungo un quarto, la musica) vada per conto suo in epoche e citazioni letterarie differenti e trovi motivazioni produttive indipendenti da un progetto unitario.

L'adattamento (o non dovrei parlare piuttosto di riduzione?) dello stesso Panici è del resto emblematico: i tagli principali colpiscono alcuni elementi essenziali della tragedia, a partire dalla figura del pedagogo, per finire all'esclusione dei figli stessi che servirebbero invece, come persone vive e presenti, a sollecitare come "capri espiatori" la partecipazione degli spettatori. I quali, nella tragedia greca, non assistono solo ad un "dramma mentale" che deve far riflettere come nel teatro borghese, ma ad un vero e proprio fatto di sangue che si compie sotto i loro, cioé i "nostri", occhi impotenti e forse complici. Il che nelle intenzioni del drammaturgo greco,  per dirla in due righe, porta alla "catarsi" tragica, ossia all'immedesimazione stimolata dal Coro  con la rappresentazione e quindi la liberazione e purificazione dal male attraverso l'espiazione collettiva. Sappiamo infatti che la tragedia produce "emozione" e partecipazione totale, mentre il "dramma" induce una sorta di più fredda riflessione critica: nella prima si vive l'evento come se capitasse a noi (spettatori), nel secondo si osserva dall'esterno e si riflette su quanto accade, come se accadesse ad altri.

Per questo Panici, preferendo la lettura drammatica a quella tragica, limita all'essenziale la presenza del Coro delle donne di Corinto, impersonate da una Evelina Megnaghi brava e splendida voce solista, sia pur in arie latino-ebraiche non proprio attinenti. Il Coro non rappresenta più, allora, la voce di tutti, l'intermediario tra la realtà del pubblico e la tragedia, ma un personaggio qualsiasi della rappresentazione, per di più dal ruolo indefinito se non schematico, che compare come un testimone o cronista scambiando, inascoltato e estraneo al tutto, opinioni con gli altri protagonisti. Ma non con noi, non con gli spettatori, come sarebbe invece la funzione del Coro tragico.

Il "dramma" di Panici da Euripide (ribadisco il mio "sospetto" per la parola "adattamento" che si addice ad un romanzo "adattato" al teatro, ma non ad un testo teatrale, per di più un "classico"!) va invece in una direzione più intimistico-psicanalitica che storica, insomma più morale che etica, più individualistica che pubblica. E' come se si volesse liquidare l'ostico  Euripide con un "si accomodi", per fare entrare un Pirandello o un Ibsen, ben rimasticati e digeriti dal pubblico dei nostri giorni, al posto suo.   

Va detto che nell'operazione drammaturgica di Panici confluiscono anche altre esperienzedel XX secolo concernenti il mito di Medea. E mi riferisco non solo alla riscrittura (citata nella presentazione dello spettacolo) di Jean Anouihl del 1946, ma soprattutto alla versione del 1931 di Henri-René Lenormand che nella tragedia "Asie" (tradotta in italiano col titolo di "Medea") applica l'indagine psicanalitica allo studio del personaggio classico e vede in esso la creatura in preda alle forze distruttrici che emanano dall'inconscio.

La tragedia greca del resto, come si sa, sta alle radici stesse della psicanalisi e, conseguentemente, del dramma borghese di Pirandello e Ibsen - per ribadire due esempi  piuttosto elementari di prima.  Per questo, il sentiero dell'attualizzazione "drammatico-borghese" della tragedia avrebbe dovuto portare non solo ad una rilettura, ma ad una vera e propria riscrittura in grado di andare oltre lo stesso dramma borghese pirandelliano, per entrare nel contemporaneo, come fu ad esempio il riuscito tentativo teatrale di Corrado Alvaro con "La lunga notte di Medea" degli anni cinquanta. Per non parlare della "Medea" pasoliniana.

E qui entro nel vivo di una polemica che riguarda gli autori italiani. Non mi spiego infatti, se "adattamento" andava fatto, come mai non sia stato a tal fine incaricato un autore contemporaneo. Chi? Mi permetto di fare due nomi tra i tanti possibili: Giuseppe Manfridi (autore per altro di un bellissimo dramma in versi su Medea) e Angelo Longoni che da tempo lavora sulle "tragedie" contemporanee. Entrambi questi autori sono del resto ben noti sia a Maurizio Panici che alla stessa Villoresi (già protagonista, nel ruolo di "Marlene Dietrich", di un altro dramma di Manfridi nonché di un'opera  recente di Longoni). Senza contare che il regista e l'attrice hanno sempre dimostrato attenzione e sensibilità verso la drammaturgia italiana vivente. Quindi c'era solo l'imbarazzo della scelta se si voleva veramente produrre qualcosa di attuale, contemporaneo.

Polemica chiusa, torniamo a questa Medea che vive nel carattere, nella forza, nella rabbia tutta femminile di una Villoresi che da sola, eroticamente perché resa bella e attraente dal male che sta per compiere, riesce a trascinare il pubblico alle soglie della catarsi. Una tensione percepibile nel pubblico silenzioso e attento, nonostante la presenza di alcune scolaresche solitamente agitate in sala. Tensione che viene però a scemare nel momento in cui Medea, per una scelta registica discutibile, è costretta a chiudere la sua parabola di madre assassina in penombra, sullo fondo, coperta da un velo rosso. Nel testo originale di Euripide la vediamo piuttosto in alto, sopra la casa, su un carro tirato da draghi alati in cui sono riversi i cadaveri sanguinanti dei figli; mentre in questo finale, borghesuccio e un po' moscio, la Villoresi  è costretta ad apparire improvvisamente statica  e impossibilitata ad utilizzare la sua dirompente  forza espressiva. Così il Giasone, fino a quel momento tosto e convincente, di David Sebasti, perso il sostegno della sua antagonista, comincia a "recitare" smarrendo ogni intensità tragica. Il finale viene così svuotato di forza e di suggestione scenica  nel momento in cui la battuta  che citavo all'inizio ("Così si conclude il dramma", ovvero nell'originale "Tale di quest'azione fu l'esito") dovrebbe essere sostenuta dal carro alato che vola via sulla testa di Giasone.

La riduzione da tragedia a dramma (familiare, borghese) proposta da Panici perde, insomma,  consistenza proprio all'apice: Euripide ci consegna una soluzione metafisica che rimanda ad un al di là di giustizia, nonché alla certezza della vita dopo la morte (l'Ade, il regno dei morti greco/latino era, al contrario di quello ebraico e cristiano, un vero e proprio luogo fisico, al quale si poteva persino accedere in terra da alcuni luoghi impervi, difficilmente raggiungibili o comunque segreti e inaccessibili ai mortali). Mentre questa Medea, invece di procedere trionfante in una direzione ultraterrena in compagnia dei figli appena uccisi e che forse avranno un'altra vita nell'Ade, esce di scena sconfitta e col capo coperto, in sordina. Troppo mestamente per una tragedia vera e palpitante che avrebbe necessitato di una "trovata" più teatrale dell'ennesima concessione al dramma borghese. Che produce però un lungo e meritato applauso soprattutto per la struggente prova della protagonista.

 

Teatro Italia – via Bari 18, 00161 Roma

Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/44239286, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Orario spettacoli: ore 21 (sabato 10 dicembre anche ore 17, domenica 11 dicembre solo ore 17.30, lunedì 12 riposo, domenica 18 dicembre solo ore 17.30)

Biglietti: biglietto intero € 25 (comprensivo di € 2,00 di prevendita) 

 

 

Articolo di: Enrico Bernard

Grazie a: Ufficio Stampa Serena Grandicelli

Sul web: www.teatroitalia.info

 

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