Medea - Piccolo Teatro Grassi (Milano)

Scritto da  Ilaria Guidantoni Venerdì, 18 Ottobre 2013 

Dal 17 ottobre al 3 novembre. La Medea è un’Antigone moderna dove lo scontro è tra le leggi del cuore e quelle dello Stato, tra il dolore dell’amore e l’arroganza del potere, tra il femminile che si mette in gioco e lotta fino alla fine e il maschile che si arrende per quieto vivere. E’ la metafora contemporanea dell’esclusione che genera odio, l’umiliazione che provoca rabbia, la violenza che alimenta violenza in una spirale senza fine. Maria Paiato è come sempre grandiosa in questi personaggi lacerati, sofferenti, di una femminilità che si autocensura. Tutto il resto non sono che satelliti, dettagli. Scenografia, luci, musiche, altri interpreti, accompagnano, ruotano intorno al cuore della scena. L’arte pura non ha bisogno di effetti speciali, gesti eclatanti, né di stupire. E’ tutta voce nella sua espressività rabbiosa ma ripiegata su se stessa.

   

Produzione Fondazione Salerno Contemporanea presenta
MEDEA
di Seneca
traduzione e adattamento Francesca Manieri
con Maria Paiato, Max Malatesta
e con Orlando Cinque, Giulia Galiani, Diego Sepe
regia Pierpaolo Sepe
scene Francesco Ghisu
costumi Annapaola Brancia D'Apricena
luci Pasquale Mari
trucco Vincenzo Cucchiara
aiuto regia Luisa concione
foto di scena Pino Le Pera

 

 

Diretta da Pierpaolo Sepe, e interpretata da Maria Paiato, Medea è in scena al Piccolo Teatro Grassi, in prima nazionale, dal 17 ottobre al 3 novembre. Dopo il grande successo di Anna Cappelli Maria Paiato si misura con un personaggio estremo e definitivo, ancora guidata dalla potenza rigorosa e visionaria di Pierpaolo Sepe e ancora una volta centra il bersaglio.


Maria Paiato ha una bravura sulla quale si può scommettere ogni volta: è austera, chiusa nella sua tonaca nera, regale e claustrale con un colletto e polsini luccicanti che stridono e ammiccano con uno sguardo sinistro. Quasi rasata, gli occhi sottolineati da un trucco blu, il volto per gran parte dello spettacolo coperto da un velo ricamato. La gestualità è forte ma non sguaiata, bando agli eccessi, il suo dolore che viene fuori con grande vigore è come raccolto, tutto concentrato nella sua voce straziata, nel suo monologo che comincia di spalle al pubblico.


Lo spettacolo è tanto incisivo quanto stilizzato, fin dall’apertura della scena che resta fissa per un’ora e mezza, senza intervallo, senza tregua. Un salone cita fasti andati ma i vetri sono rotti, la luce è livida e alla fine si colora del rosso dell’incendio, un sortilegio che l’acqua, anziché spegnere, alimenta. La musica è dosata, per lungo tempo assente. E’ il trionfo del teatro puro, testo, voce e mimica.


L’attualizzazione esiste, è forte, ma non è straniante, né becera e non si nutre di facili ammiccamenti, volgarità, nudi gratuiti. E’ affidata al narratore che parla di esclusione, del mare come terra di nessuno senza più regole che un giorno restituirà le ingiustizie. Difficile non pensare al nostro Mediterraneo e agli ultimi fatti di cronaca dopo che è stato culla delle civiltà classiche. E ancora si cita, ma quasi per inciso, Guantanamo e vicende russe non ben definite dove ci sono persone sofferenti in fila, in attesa e si scopre che anche la schiena ha una sua espressività. Un regista raffinato e attento non ha bisogno di esplicitare nomi e i soliti fatti da telegiornale. Accenna, allude e questo basta.


“Medea è tragedia che mostra le ragioni irragionevoli di una donna che non sa frenare né l’ira né l’amore”, spiega il regista, “che non accetta le leggi del tempo e degli altrui desideri e le ragioni colpevoli di un uomo che oblia in una azione pietosa il suo delitto primario: Giasone ha infranto i sacrosanti limiti del mondo alla ricerca del vello, Medea infrange i sacrosanti legami della maternità.


Medea racconta il proprio dolore per amore che diventa la stessa misura dell’odio e vomita violenza e maledizione. Lo scontro in questa regia è soprattutto con Creonte, simbolo dell’orgoglio “tronfio di potere” che vuole cacciare “l’intrusa, la straniera, una strana escrescenza”, che vuole bandire e alla quale chiede di imparare a piegarsi al volere di un re. Si apre qui un dialogo drammatico e sottile sulla giustizia nel quale Medea chiede al re la ragione dell’esilio e quali crimini abbia commesso. “Se sei un giudice, cerca la verità. Un regno ingiusto non sopravvivrà a lungo”.


Medea ammette le proprie colpe originate però da Giasone, da chi l’ha rapita e ora tradita per sposare Creùsa, la figlia del re, da chi preferisce quello che è legittimato a quello che è autentico. Non si arrende al fatto che il re faccia la differenza tra due colpevoli, lei stessa e Giasone, a svantaggio di chi è donna e straniera e in questa sottolineatura c’è tutta la modernità di questa tragedia.


In questa Medea una madre uccide i propri figli per punire Giasone certamente, ma forse per un amore pur malato di giustizia. Non emerge tanto l’accecamento della gelosia, la vicenda personale, quanto il fronteggiarsi di diritti negati. Giasone dice di amare i propri figli più del proprio respiro ma li sottrae alla madre, prende un’altra donna dalla quale potrà avere dei figli. A Medea non resta altro.


La tragedia non viene consumata sulla scena, come nel più rigoroso protocollo del teatro greco, solo che in questo caso più che l’atto fisico della violenza, c’è l’introspezione della rivolta di una madre che tiene in mano come simboli i propri figli raffigurati da loro stessi, o così potrebbe essere. Due scarabocchi di bambini in rosso su un quaderno a quadretti che brandisce e poi accortoccia mentre tutto intorno si fa rosso.


Si consuma così il dramma della solitudine dell’esclusa, impotente e calpestata proprio perché sola mentre uomini e potenti si alleano tra di loro. Quadro di un ordinaria follia dei nostri giorni. Il regista non pare stare dalla parte della vittima, che è pur sempre un’assassina e compie un delitto terribile, ma sembra volerci invitare alla compassione nel mostrarcela nel suo furore che, rivolgendo contro i propri figli, usa contro se stessa.

 

 

 

Piccolo Teatro Grassi - via Rovello 2, Milano (M1 Cordusio)
Per informazioni e prenotazioni: 848800304 - www.piccoloteatro.org
Orario spettacoli: martedì e sabato ore 19.30; mercoledì, giovedì e venerdì ore 20.30; domenica ore 16.00; lunedì riposo
Biglietti: platea 33 euro, balconata 26 euro
Durata: 90 minuti senza intervallo
Martedì 22 ottobre, alle ore 17.30, nel Chiostro Nina Vinchi, la compagnia incontra il pubblico. L’ingresso è libero prenotando a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. .

 

 

Articolo di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Valentina Cravino, Ufficio stampa Piccolo Teatro
Sul web: www.piccoloteatro.org

 

 

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