Mai Morti - Teatro della Cooperativa (Milano)

Scritto da  Domenica, 29 Maggio 2016 

Ritorna in scena uno dei cavalli di battaglia del Teatro della Cooperativa, “Mai Morti”, con Bebo Storti protagonista di un monologo scritto e diretto da Renato Sarti. “Mai Morti” è uno spettacolo che fa discutere, arrabbiare, divide, emoziona e commuove. Con una scrittura evocativa (una sorta di affabulazione nera), Renato Sarti ripercorre la nostra storia recente attraverso i racconti di un uomo mai pentito, per riflettere su quanto - in Italia - razzismo, nazionalismo e xenofobia siano ancora difficili da estirpare.

 

Produzione Teatro della Cooperativa presenta
in collaborazione con Teatro dell’Elfo, Teatri 90 Progetti/Maratona di Milano
MAI MORTI
testo e regia Renato Sarti
con Bebo Storti
luci Nando Frigerio
video Mirko Locatelli

 

Un uomo. Ha l'aria vecchia. Un letto, un comodino, Jack Daniel's senza bicchiere. Un armadio, scricchiola, legno, un tavolo, un cassetto. Tre sedie.

Un sorso di Jack che butta giù passati rimpianti.
Pantofole consumate e calzini uguali, non siamo ancora del tutto rincoglioniti.
Ronfa, si agita, è buio, ma la tensione dell'insonne si avverte.
È una notte nostalgica questa. Una notte che prende il volto da passati gloriosi, testimoniati nei libri di scuola poi come anni dannati.
Ma noi siamo i patrioti! Nel nostro sangue scorrono la patria e la voglia assassina di morte, perché non c'è fiore che profumi di più della morte, e a morte vada chi patria non è.

Si agita l'uomo svestito. Gli occhiali scuri nascondono l'anima nera che alla mano ordina la presa della nove millimetri. Un bisogno fisico, una necessità di completezza, non è un corpo vero, non è corpo assoluto, un corpo fascista senz'arma.

Nostalgia pare un termine d'adolescente, quando gli anni non hanno un sapore perché non sono ancora bambina? Oppure pare il termine d'un amore scaduto, andato a male, ammuffito per l'uno amante, e vivo e bollente per l'altro, quello nostalgico, appunto. Nostalgia, suona tanto sincera.

Ma l'uomo, che è lì sul palco, che allarga bene le braccia e veloce scrolla le dita, non è nostalgico, è assetato, si sente deriso e non si pente. L'uomo fascista non si pente, non ammette essere strazianti le pinzette sui capezzoli, le violenze carnali, le unghie strappate una alla volta, gli uomini scaraventati nel buio confusi tramortiti e bom un colpo di pistola stecchiti, la benzina sui peni dei partigiani, i testicoli chiusi nei cassetti, manganelli, ceffoni ceffoni ceffoni più e più volte più e più volte più e più volte e risa, risa, risa le risa fasciste suonano strane, si avvicinano lentamente, in questo climax ascendente al ghigno, ma si fermano un momento prima, proprio sul punto di confine in cui potrebbero essere accusati.

Le legge non è sempre giustizia. Gli uomini della legge possono essere ingiusti. Il potere è una sirena a forma di divisa. Questa è la nostra storia e se quel qualcuno cantava bene, la storia siamo noi, non ci può essere schiena che non rabbrividisca se l'uomo lassù, quello assettato, quello che non s'è stancato della violenza che ai tempi scrissero con l'inchiostro sbagliato, un inchiostro che ha saputo tragicamente omettere il male, se l'uomo sì, l'uomo lassù, alza il braccio destro e giura fedeltà alla sua sacra 'X'.

Etiopia 1937, 30.000 vittime, sui colli là in alto, ove i lamenti spariscono scivolando a valle e la loro cantilena accompagna il sangue che lento scende... e risa e risa, una cascata lunga e rossa, mi dà una spallata il mio fratello fascista, viva l'Italia!

Giuseppe Pinelli 15 Dicembre 1969, si lancia dalla finestra lo stronzo anarchico. La Decima Mas e le sue gloriose imprese per la sacra patria italiana. Date, parole, nomi e ancora date e nomi e torture e carte falsate e divise che irrompono sui giovani rivoluzionari e come se di un gioco si trattasse, la si legge bene negli occhi la smania di vincere un premio sulle grida, sotto le manganellate, sotto la mia violenza carnale.

E lui, quell'uomo che rimugina i tempi in cui quella era giustizia e quei pazzi di Bergamo che Reato chiamano il suo credo, Fascismo, quello che è stato il nostro credo. Fascismo non è Benito Mussolini e i suo vent'anni gloriosi, Fascismo è uno stato mentale, un modus operandi, un cancro che vede lo zingaro, il nero, il drogato, l'omosessuale, gli extracomunitari, come fossero diversi quindi inferiori, ma perché, alzi la mano chi si può definire uguale a qualcun altro! Eppure, passano gli anni e Bebo Sorti è ancora lassù, da uomo in divisa e scarpe nere a doversi far odiare, da noi, buoni che la giustezza l'abbiamo capito dove sta messa eppure forse non l'abbiamo profetizzata abbastanza.

Bebo Storti nel 2016, attraverso le parole di Renato Sarti, è costretto a farsi odiare da un pubblico terrorizzato, perchè Bom! la pistola l'ha impugnata pure Storti adesso davanti a me e mi fa paura. E paura avranno provato le 30.000 vittime etiopi, paura avrà provato Pinelli in questura quel 15 Dicembre, paura avranno provato i giovani del G8? Forse, ma quel che è certo è che Pinelli, i 30.000, i giovani del G8 non avevano perso, cestinato e rifiutato il sacrosanto diritto di indignarsi e di non fermarsi alla parola avvelenata davanti la tv alla sera, ma loro hanno scritto la storia, nella parola che è atto e nell'atto che è parola, nelle gambe che hanno corso per fuggire ai manganelli, nelle parole che gridavano nella corsa, nella morte loro che s'è fatta onerosa, nel coraggio di unire voci di popoli colti od ignoranti, non ci importa, nel nome di giustizia, nella vita che hanno addentato. E per cui io adesso posso scrivere che cos'è la Libertà.

 

Teatro della Cooperativa - via Hermada 8, Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/6420761
Orario spettacoli: feriali ore 20.45, domenica ore 16, riposo giovedì
Biglietti: intero 18 € - ridotti 15/9 €

Articolo di: Carla Nigro
Grazie a: Ufficio stampa Maurizia Leonelli
Sul web: www.teatrodellacooperativa.it

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