Macbeth - Teatro Quirino (Roma)

Scritto da  Domenica, 27 Novembre 2016 

In occasione del quattrocentesimo anniversario della morte di Shakespeare, Luca De Fusco firma la regia di “Macbeth”, uno dei supremi capolavori della drammaturgia del bardo e, forse, anche tra i testi più teatralmente perfetti per coerenza e consequenzialità della struttura drammaturgica. Scritto tra il 1605 e il 1608, racconta la vicenda del vassallo di re Duncan di Scozia, che, divorato dall'ambizione e dalla brama di potere, instillatagli dalla profezia di tre streghe, insieme alla moglie progetta e porta a compimento il regicidio per salire al trono. Una tragedia fosca, cruenta, in cui domina il male e in cui i personaggi sono complessi e ambigui.

 

Teatro Stabile di Napoli, Teatro Stabile di Catania, Fondazione Campania dei Festival e Napoli Teatro Festival Italia presentano
MACBETH
di William Shakespeare
traduzione Gianni Garrera
con Luca Lazzareschi, Gaia Aprea, Fabio Cocifoglia, Paolo Cresta, Francesca De Nicolais, Claudio Di Palma, Luca Iervolino, Gianluca Musiu, Alessandra Pacifico Griffini, Giacinto Palmarini, Alfonso Postiglione, Federica Sandrini, Paolo Serra ed Enzo Turrin
e con le danzatrici della compagnia Körper: Chiara Barassi, Sibilla Celesia, Sara Lupoli
voce fuori campo (Streghe) Angela Pagano
in video Lorenzo Papa
scene Marta Crisolini Malatesta
costumi Zaira de Vincentiis
luci Gigi Saccomandi
musiche Ran Bagno
installazioni video Alessandro Papa
coreografie Noa Wertheim
regia Luca De Fusco

Personaggi e Interpreti
Macbeth - Luca Lazzareschi
Lady Macbeth - Gaia Aprea
Malcom, Sicario - Giacinto Palmarini
Macduff - Claudio Di Palma
Ross, Un gentiluomo - Fabio Cocifoglia
Banquo, Medico scozzese - Paolo Serra
prima Strega - Sara Lupoli
seconda Strega - Chiara Barassi
terza Strega - Sibilla Celesia
Lennox - Paolo Cresta
Duncan, Un vecchio, Seyward - Enzo Turrin
Fleance, Figlio di Macduff - Francesca De Nicolais
Lady Macduff, Dama di Lady Macbeth - Federica Sandrini
Messaggero, Portinaio, Servo, Seyton - Alfonso Postiglione
Ecate - Alessandra Pacifico Griffini
Donalbain, Sicario, Messaggero - Luca Iervolino
Capitano ferito, Giovane Seyward - Gianluca Musiu

 

Sarà l'intrinseca modernità di Shakespeare a permettere la riuscita delle sinergie visuali con le immagini di rapaci che si trasformano in gufi e civette, lupi dai denti aguzzi e insanguinati, i guardiani della notte fonda dell'anima; saranno il nostro sguardo e la nostra mente digitale ad essersi assuefatti ad applicazioni e interpretazioni multimediali, dai film ai video e alle sperimentazioni varie, delle opere scespiriane; sarà la magnifica interpretazione di Luca Lazzareschi che va annoverato a buon diritto tra i maggiori Macbeth continentali; sarà per la Lady Macbeth di Gaia Aprea dalla lucida follia e dalla delirante razionalità; e sarà ancora per un cast veramente in palla capace di eseguire la tragedia come se fossero attori di formazione anglosassone; e ancora sarà per il progetto visuale delle efficacissime istallazioni video di Alessandro Papa, o per le suggestive musiche, che direi da colonna sonora cinematografica, di Ran Bagno; sarà per le luci di Gigi Saccomandi che disegnano fendenti e incunaboli da thriller o per le scene che stagliano ora un bosco, ora la camera da letto regale, ora la sala del trono o la zona del convivio...

Insomma, sarà per la commistione di questi fattori abilmente manipolati e miscelati con lucida precisione da Luca De Fusco, senonché la tragedia di Shakespeare nella solida traduzione di Gianni Carrera convince, stupisce e coinvolge lo spettatore in due ore e mezza di intensissimo spettacolo che tiene col fiato sospeso. Dell'opera si sa tutto e di più, quindi vale la pena di raccontare che lo stupore nasce semmai dalla tensione che De Fusco trasmette al pubblico tenendolo sul filo del rasoio, col fiato sospeso per le suggestioni proposte, tanto che la ben nota storia - madre di ogni intreccio concernente il più feroce ed efferato omicidio alla pari forse di quello del conte Ugolino e dei suoi figli o della cena delle beffe - assume contorni nuovi, inusuali, zone d'ombra che all'improvviso fuoriescono come cascate di sangue dai rovelli interiori della coppia assassina per antonomasia.

Questo resoconto assume un peso specifico se si confronta con la mia recensione (sempre su SaltinAria QUI, chi ne avesse voglia è consigliato di andarsela a rileggere per un raffronto oggettivo) del precedente allestimento dell'Orestea di De Fusco all'Argentina. Le stesse ragioni che qui mi portano ad esprimere un giudizio a favore, lì vanno lette in senso inverso. In quello spettacolo sentivo una forte resistenza dello stesso classico greco ad una forzatura in chiave digitale, anzi sembrava che gli effetti e le proiezioni venissero a guastare e a confondere, ad appesantire, anche nella recitazione, un'opera che può considerarsi la madre di tutte le tragedie, scespiriane innanzitutto a partire dall'Amleto, ma la cui modernità non sta tanto nella tecnologia quanto nell'uso della parola nella dicotomia significato/significante che rivela il vero personaggio sotto la maschera.

Shakespeare rielabora invece l'ispirazione classica (il Bardo ha letto bene i testi antichi e li ha pure presi come fonte e modello) creando una miscela drammaturgica di universo linguistico e psicologico fondendolo con elementi di spettacolo ed effetti anche di scenotecnica. Suggerisco l'ipotesi - che non ho modo qui di analizzare diffusamente - che alle radici del teatro elisabettiano e di quello di Shakespeare, così come di quasi tutto il teatro tardorinascimentale e barocco, non vi siano una o più opere drammatiche, ma la tradizione della scenotecnica cinquecentesca, tra cui l'arte scenografica di Gianlorenzo Bernini, codificata nel volume delle Scene e macchine teatrali di Niccolò Sabbattini del 1638: un manuale di ingegneria e architettura per le scene che si diffuse rapidamente in Europa influenzando tutte le drammaturgie continentali. La prima esecuzione del Macbeth è del 1606, quindi siamo proprio all'apice della diffusione delle nuove tecnologie teatrali in Europa. Ed è a partire da questa influenza che porta ad una nuova forma di creatività visiva che va perorata e analizzata la modernità di Shakespeare. La quale è sì di parola, testuale, ma si avvale anche degli effetti teatrali e "speciali" per il tempo, delle macchine sceniche studiate per realizzare tempeste o naufragi di navi, boschi in movimento o fiumi di sangue, effetti su cui si basa visualmente l'opera di Shakespeare che De Fusco traduce con una lettura precisa andandone a fomentare le intrinseche potenzialità visive. Cambia dunque il mezzo di trasmissione dell'immagine, oggi affidata alla proiezione digitale, ma non l'effetto e la struttura semantica che Shakespeare aveva già previsto ed inserito nella sua drammaturgia, che si differenzia da quella antica proprio sulla base della tecnologia applicata alla scena.

Dicevo della traduzione che mi ha convinto sul piano della comprensione dei dialoghi che in questa versione scorrono come vele al vento. Va da sè che la tendenza odierna è quella di mettere il pubblico a suo agio nel mondo della distrazione e della difficoltà imperante della percezione letteraria. Qualche impiccio però sussiste quando si semplifica la materia poetica, astratta, al discorso quotidiano che talvolta paga pegno alla contemporaneità e alla semplificazione, altre invece si arrocca e si imbroglia inciampando nella poesia in rima e metrica: hai voglio a cercare di soffocarla, la poetica, ma qua e là essa si prende una lauta rivincita. Stridono ad esempio espressioni come: "andiamo a ricoprire i nostri corpi nudi". Una frase che se recitata nello stile e nel senso originariamente lirico assume un senso astratto e conseguentemente congruo all'economia linguistica dell'opera. Se però la traduzione sceglie la colloquialità, facendo beninteso uno sgarbo a Shakespeare, allora sarebbe stato meglio un semplice: "stiamo gelando, andiamo a vestirci". La grandezza di Shakespeare è senz'altro drammaturgica, ma ad essa è pure combinata la forma poetica che ne rafforza lo spirito tragico.

 

Teatro Quirino - via delle Vergini 7, 00187 Roma
Per informazioni e prenotazioni: botteghino 06/6794585, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: da martedì a sabato ore 21, domenica ore 17, giovedì 24 e mercoledì 30 novembre ore 17, sabato 3 dicembre ore 17 e ore 21
Orario botteghino: dal martedì alla domenica dalle 10 alle 19
Biglietti: martedì - mercoledì - giovedì - venerdì - sabato pomeriggio platea € 30 (ridotto € 27), I balconata € 24 (ridotto € 22), II balconata € 19 (ridotto € 17), galleria € 13 (ridotto € 12); sabato sera - domenica platea € 34 (ridotto € 31), I balconata € 28 (ridotto € 25), II balconata € 23 (ridotto € 21), galleria € 17 (ridotto € 15)
Durata spettacolo: I atto 85 minuti , II atto 50 minuti

Articolo di: Enrico Bernard
Grazie a: Paola Rotunno, Ufficio stampa Teatro Quirino
Sul web: www.teatroquirino.it

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