Macadamia nut brittle - Teatro Elfo Puccini (Milano)

Scritto da  Sabato, 16 Aprile 2011 
Macadamia nut brittle

Dal 12 al 17 aprile. Secondo appuntamento con il teatro estremo, dissacrante, struggente e violento di Ricci e Forte. Dopo “Troia’s discount”, ancora all’Elfo Puccini con una fiaba insanguinata i cui protagonisti sono coppe gelato e disagi adolescenziali. Il cult, neanche a dirlo, super apprezzato da critica e pubblico internazionale, nasce dall’incontro tra i due ragazzacci della ricerca teatrale italiana con lo scrittore statunitense contemporaneo Dennis Cooper. Un incontro azzeccato. Col tipico miscuglio sui tacchi di corpi nudi, parole profonde, colori, disagi, rumori e gesti estremi di ricci/forte, il pensiero del romanziere e performer simbolo della letteratura gay Cooper si sposa perfettamente. Loro sono sempre creativi e professionali nel loro vortice pop, tra sceneggiatura e attori niente da aggiungere. Qualcosa c’è, invece, per lo spettatore più attento.

 

Ricci/forte in collaborazione con Garofano Verde_benvenuti

presentano

MACADAMIA NUT BRITTLE

regia di Stefano Ricci

movimenti di Marco Angelilli

stylist Simone Valsecchi

con Anna Gualdo, Andrea Pizzalis, Fabio Gomiero, Giuseppe Sartori

 

Macadamia nut brittle«And now, ladies and gentlemen, the legendary queen of pop, miss Britney Spears». Non l’ha detto nessuno alla prima milanese di “Macadamia nut brittle”. Però la sua musica c’era fortissima alla fine dello spettacolo. Non credo sia stata una scelta casuale quella di far andare un vero e proprio parterre de rois di spettatori sulle note assordanti di Womanizer, prima traccia di “Circus”, Britney Spears, 2008.

O meglio: ottanta minuti di distruttive delusioni, riflessioni brutali, scabre poesie sull’identità. Di sfogo sfrenato dell’istinto sessuale animale, tanto manesco e prepotente da risultare plasticoso e perdere così tutto il suo erotismo.

Una fiaba crudele di più di un’ora sull’adolescenza e sul disagio, sui tempi moderni – tanto da citare la Marcuzzi incinta per la seconda volta – e sulla perdita dell’essere uomini. Qualcosa  che poi finisce con questa eiaculazione così commerciale, plasticosa anch’essa, modernissima, di cui tutti siamo a conoscenza.

O meglio ancora: prima entriamo in monologhi di una intensità feroce e struggente e poi usciamo sulle note di Womanizer. Eppure quel gran finale è il simbolo dell’intera pièce, di tutte quelle ricerche sanguinose e pop della drammaturgia di ricci/forte. Fungono da elettroshock, divertono, incuriosiscono ma in “Macadamia nut brittle” appartengono al commercio e alla plastica, al sentimento legato a questi due fattori, a noi.

Che li conosciamo e li sappiamo perfettamente. Così come sappiamo di Womanizer essere la prima traccia di “Circus”, Britney Spears, 2008.

Come a dire: c’è gente che dimostra di pensare con la sicura, ma tutti, nella vita, siamo caduti in picchiata.

I leit motiv dei due bad boys del teatro sono quelli già conosciuti, già descritti qui per “Troia’s discount”. Spasmi al microfono, nessun pelo sulla lingua e sul corpo – totalmente nudo – degli interpreti, parolacce, sputi, muffin, cartoons. Uno stream of consciousness  particolarmente liberatorio e legato alla pop culture. Un modo per dire ‘guardate che è così’ con fotogrammi dinamici, spogliati e violenti.

Macadamia nut brittleI due registi si divertono ad animare a modo loro i grandi della letteratura. Hanno masturbato Pinter e l’hanno chiuso in sacchi della spazzatura, hanno leccato Virgilio e l’hanno battezzato con dei cornflakes al posto dell’acqua santa.

Adesso è il momento di Cooper, tutto da schizzare.

Che sia sangue (il desiderio di adrenalina degli adolescenti, oppure la delusione di una fine devastante), caramello (l’apoteosi della bramosia, che governa dall’alto della coppa del gelato), o liquido seminale (uno sfogo voluto ma triste, che porta alla consapevolezza di quanto si possa essere così tremendamente soli) poco importa. Tutto ci riguarda.

In Macadamia le corse, i movimenti, le musiche e le luci del carnevale impazzito tipico dei registi, fanno riferimento all’infanzia. Che poi diventa adolescenza e quindi contemporanea incertezza.

Sono i forever young convinti di vivere i loro sentimenti.

Impulsi che da ragazzi ci piacciono e sono suggestivi, come la neve più soffice su cui camminiamo. Su cui, con noi, camminano i nostri eroi e le nostre sicurezze.

Wonder Woman, non a caso, entra in scena con un paio di doposci.

Ci si interroga sul rumore che fa l’amore. Quello del sesso che fa godere da morire, quello che non si conosce perché oggi è come se fossimo lobotomizzati.

La casalinga tipo, non a caso, si lascia imbavagliare, legare, pinzare, sputare, ma non bada a nulla di tutto questo, continua con la sua dichiarazione d’amore. Un prototipo perfetto.

Ci si rende conto che le fiabe non esistono più. Il coniglio bianco, non a caso, viene squartato a scena aperta. E mentre prosegue il tentativo di far credere che ci siano ancora luci alla ribalta – si continua a danzare tra il varietà e il drag musical – tutto si spegne piano piano, si macchia, si insanguina.

La mise en scene ha il nome di un gelato (buonissimo) che tutti conoscono.

Che si trova al supermercato o al Blockbuster, dove sono stati tutti. Racchiuso all’interno della sua cella frigorifera. Messa lì solo per racchiudere prodotti preconfezionati.

Ora, pensate un momento al meccanismo delle porte dei frigo dei surgelati del supermercato. Ci si passa davanti e si resta affascinati da tutti quei gelati. Facciamo una leggera pressione per aprire, afferriamo la nostra vaschetta preferita e abbandoniamo la porta che si avvicina lentamente alla sua chiusura. Poi – fateci caso, è sempre così – a pochi centimetri dalla gomma per serrarsi, la velocità aumenta a dismisura e la porta si chiude con uno scatto rapidissimo, che taglia l’aria in quel poco spazio che le rimane.

La metafora potrebbe essere questa. Desideriamo, scegliamo, solo i più attenti si accorgono poi del meccanismo di chiusura alle nostre spalle e non si lasciano subito abbagliare dal caramello e dalle praline della coppa gelato.

Di quella coppa rinchiusa in una scatola fredda che ha il solo scopo di attrarci e renderci tutti uguali, vittime di un meccanismo televisivo, pubblicitario, sociale. Che contiene qualcosa di altrettanto sempre uguale.

Il dottor House, le casalinghe disperate, qualsiasi altro telefilm possibile immaginabile. Dopo ancora South Park e i Simpsons, l’isola dei famosi, i ridicoli fatti politici e di cronaca dei giornali di oggi. Il grande fratello, Margherita Buy in uno qualunque dei suoi film.

Elementi di cui non riusciamo più a fare meno, espressi con i ritmi frenetici di un qualsiasi talent show. Tutti perfettamente spiattellati così.

Macadamia nut brittlePoi, con lo stesso ovvio meccanismo seriale con cui Andy Warhol catalogava icone divine e sedie elettriche – perché tutto ci consuma e ci influenza al punto tale da non sapere più distinguere – ecco la stessa frenesia espressa per un pisello lunghissimo. Per un rapporto sessuale occasionale fuori da ogni grazia di Dio, estremo, omo-eterosessuale perché i monologhi s’intrecciano ma la situazione è la stessa. Ci sono riferimenti esilaranti, si sfiora la commedia, i toni di voce rozzi tra erotismo e paura fanno letteralmente ‘scompisciare’ il pubblico. Tutto quel pubblico che mette nel carrello il suo gelato e si dimentica subito da dove l’ha preso e non bada a cosa gli accade alle spalle quando cambia reparto al supermarket.

Forse si è scelto il gelato per compensare, perché i registi sapevano che di gelo, a questo punto, non ce ne sarebbe stato, come però dovrebbe essere. I continui riferimenti a quello che, inconsapevolmente, ci ha catalogato come dei prodotti provoca divertimento. Film, telefilm, reality, la Brigliadori e la Marcuzzi, appunto, incinta. Quello che ‘stantuffa’ quel sedere vergine muovendo i fianchi come Shakira, per esempio. ‘Fellatio’ a mo’ di farfalla («E non vi rivelo – dice – come si fa a farfalla»). Risate a non finire.

Se l’obiettivo di ricci/forte era quello di dimostrare – attraverso il loro stile – quanto anche noi siamo ormai perfettamente serializzati, beh, ci sono riusciti.

Quelle chiacchierate con il gelato Haagen Dasz in mano celavano le insicurezze della nostra società che ormai non concede più nessuno spunto per essere sereni. Nemmeno nell’amore che si cerca e non si trova, nemmeno nel sesso. Costretti a scegliere i nostri momenti di svago con un telecomando. A sfogare le nostre sacrosante pulsioni sessuali in una chatroom. A godere delle prestazioni di sconosciuti, da cui si spera la vita eterna, con cui non si scambia nemmeno il nome prima o durante il rapporto.

Cose di tutti, purtroppo o per fortuna. Rispettabilissime, affascinanti, ma se catalogate – perché solo e unico punto di riferimento che ci rimane – allora sono il simbolo che la nostra identità è proprio uguale a quella di una vaschetta gelato. Fredda, ferma, impersonale, giudicata, selezionata, condizionata.

E, a lungo andare, forse il fascino di un momento di vita rischia di tramutarsi da lecito sfizio all’unica via per la felicità.

Le risate coprono tutto, ci si chiede perché.

Il pubblico-tipo di ricci/forte (che li vede per la prima volta e ne rimane affascinato) in quel momento è esilarato. Sarebbe da regalare a tutti loro seduti un biglietto per una seconda volta e vedere di nascosto l’effetto che fa. Si ride ancora per la comune superficialità della situazione? Chi li conosce e non ha mai visto Macadamia, invece, vada per coglierne l’essenza.

Intanto, alla fine, qualcuno l’ho beccato canticchiare tra gli applausi womanizer, woman-womanizer, you're a womanizer, oh womanizer, oh you're a womanizer, baby.

 

Articolo di: Andrea Dispenza

Grazie a: Francesco Paolo del Re, Ufficio Stampa Ricci/Forte; Stefano Ricci e Gianni Forte

Sul web: www.ricciforte.comwww.elfo.org

 

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