Love - Teatro dell’Orologio (Roma)

Scritto da  Carlo Studer Sabato, 26 Gennaio 2013 

Dal 18 gennaio al 3 febbraio. Due matrimoni. Due uomini e due donne. Due mondi. Distanti, inavvicinabili. Eppure strettamente, fatalmente intrecciati. Amore, odio, vita, morte, sottomissione, libertà. E su tutto, impietosa, la coltre soffocante di un gelo senza speranza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LOVE
L’amore ai tempi della ragione permanente
di Leonardo Ferrari Carissimi e Fabio Morgan
con Marco Cocci e Anna Favella
e con Eliud Luciani e Liliana Mele
scenografia e costumi Alessandra Muschella
musiche The Niro
luci e fonica Marco Scattolini
grafica e foto di scena Martin Emanuel Palma
organizzazione Fabio Morgan
regia Leonardo Ferrari Carissimi

 

 

Love, o piuttosto ICE, perché è ghiaccio ciò che incrosta le vene di questo matrimonio senza possibilità, senza scampo; non amore, ne’ disamore, solo ghiaccio, tanto, bianco e gelido ghiaccio. Un’unica macchia di colore, come di un’unica goccia di vino tra gli incastri di troppi cubetti (di ghiaccio), una vita che nasce, che sta per nascere, ma non come frutto di quel matrimonio alla deriva, flebile, estremo barlume di speranza per ricominciare daccapo, ma come suggello di un’unione parallela, quella dei due sottoposti, perché quello che si attende è il figlio della servitù, di un’altra coppia di coniugi schiacciati dalla sudditanza psicologica di lui - del futuro padre - che deve all’altro, al padrone, l’accoglienza, lo status, la sopravvivenza.
E da qui si dipana il filo, dal racconto dei due camerieri extracomunitari che fanno progetti sul nome del nascituro, che vogliono prendere in mano la loro vita lontano da lì, da soli, abbandonare quello che da nido si è trasformato in trappola e correre verso la vita, verso l’autonomia e la libertà che una famiglia all’alba deve avere, che le spetta. Ma il marito tentenna, troppa riconoscenza verso quel signore che gli ha dato tanto, che gli ha permesso di essere quel che oggi è, e la moglie insiste, la moglie vuole che la loro vita cambi, che diventi, davvero, vita.
Ma ecco i signori, i padroni di casa che danno loro vitto, alloggio, denaro, che hanno reso possibile la realizzazione, seppur parziale, dei loro progetti, quei padroni anche della loro vita, che stanno inesorabilmente incrostando di ghiaccio pure la loro esistenza. Eccoli, festeggiano il compleanno di lui, ma è sempre ghiaccio, è morte quella che intride la precaria tenuta dei fili che li sorreggono; sono burattini manovrati da loro stessi, dalle loro tremanti, malferme mani, anch’esse intirizzite da tanto gelo. E questi burattini parlano, dicono, ma non dicono, non parlano mai, sembra di assistere a due monologhi distinti che di tanto in tanto, tra un silenzio interminabile e l’altro, s’incontrano, debolmente. E il pensiero vaga, perde la strada, s’infila tra meandri estranei a quello a cui stai assistendo, e le sedie scricchiolano torturate dalla noia di chi le occupa, continuamente, e qualche risatina smorzata di chi si scuote, dopo troppo silenzio, alla veemenza di uno sbotto senza senso, ti arriva all’orecchio, timida, ma eloquente…
Ci si aspetta un crescendo, un’evoluzione doverosa dopo un preambolo in cui ti dici se è tutto così… e invece niente, non succede niente, i due monologhi separati, ma con la presunzione di essere un dialogo continuano e continuano, strenuamente, per quarantacinque minuti che ti sembrano un’eternità, ma almeno hai tempo di riflettere sulle cose tue, tra una pausa infinita tra una battuta e l’altra e la farraginosità del parlato. In totale si ha la sensazione che ci sia stato più silenzio che parola. Il finale è rapido come una scintilla, è un soffio su di una candelina, ma non ti lascia il gusto, o la sorpresa di un fugace scoppio di luce, ne’ spiazzamento, né soddisfazione, solo l’incertezza della fine, quando ti chiedi se dopo il buio riprendano quello stillicidio, e non sai se sia meglio continuare o infilare il cappotto. Ma incalzano i saluti, ed ora, solo ora sai che lo spettacolo è finito. Il tema è scottante, la fine di un amore pregna d’insoddisfazione e di astio è terreno fertile per un’infinita varietà di evoluzioni, ma qui il progetto si infrange, costretto in un ambizioso disegno registico algido e asettico, e poco possono gli attori, obbligati ad un’interpretazione piatta, e nulla possono le parole, a volte efficaci, al cospetto di troppo, accecante freddo. Ti rimane la silhouette di ciò che poteva essere corpo, quella silhouette che si staglia sul fondale all’ingresso di ogni personaggio, emblematica, opportuna. Ti rimane il colore della margherita del racconto, lo stesso colore della neve, freddo, gelido. Ti rimane la morte che come in un loop torna/arriva alla fine, ma che avevi sentito sempre, senza vederla mai davvero, nell’anima dei due protagonisti e che li coglie così, inefficace, insensata, perché loro, esistendo, erano già morti.

 

 

Teatro dell’Orologio - via de’ Filippini 17/A, Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/6875550 – 06/68392214, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: tutte le sere ore 21.30, domenica ore 18.00, lunedì riposo
Biglietti: intero € 13, ridotto € 10

 
 
Articolo di: Carlo Studer
Grazie a: Ufficio stampa Serena Grandicelli
Sul web: www.teatrorologio.it

 

 

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