Lo Sfascio - Teatro Sala Umberto (Roma)

Scritto da  Ilaria Guidantoni Venerdì, 01 Novembre 2013 

Dal 29 ottobre al 17 novembre. Una scena fissa dentro uno sfasciacarrozze perfettamente ricostruita in stile anni ’70, dall’insegna all’arredo, ai costumi dei personaggi, a quell’atmosfera di sogno di onnipotenza, delirio e infine miseria di una generazione perduta. Sono personaggi senza pietà nemmeno verso se stessi, nessuno dei quali ha un ripensamento né tanto meno un pentimento. Non si salva nulla ed è l’amara realtà di un sottobosco di periferia degradata dove il controllore è più corrotto di chi dovrebbe essere sorvegliato. L’unico spazio di tenerezza viene dalla ‘follia’, da quella demenza ingenua del fratello del proprietario dello sfascio che ricorda un po’ l’infermiere di “Parla con lei”. E’ così che da tanto male, da una madre terrorista, forse animata da grandi ideali e cattive azioni, e da un padre inconsapevole perso nei suoi sogni di bambino cresciuto, batte un cuore nuovo e la vita trionfa, malgrado tutto. Due ore che scorrono senza perdere in intensità, con luci e suoni che danno il ritmo e il cambio scena nell’azione, un’amara ironia, con scene forti e grevi ma sempre motivate, senza volgarità gratuita. Interpreti davvero all’altezza.

  

 

Mind Production e Simone Giacomini presentano
LO SFASCIO
di Gianni Clementi
con Nicolas Vaporidis, Riccardo De Filippis, Alessio Di Clemente, Augusto Fornari
e con Jennifer Mischiati
scenografia Carmelo Giammello
costumi Sabrina Chiocchio
regia Saverio Di Biagio e Gianni Clementi

 

 

Siamo negli anni ’70, in piena strategia terrorista. Malavita di bassa lega, ricettatori, rapinatori di fortuna per necessità, piccolo spaccio e bische clandestine incrociano involontariamente il proprio destino con quello della strategia della tensione. In mezzo la polizia, vittima, carnefice e connivente allo stesso tempo. Fosco, quarantenne titolare di uno sfasciacarrozze (lo sfascio in romanesco) e con precedenti penali alle spalle (che si mantiene sempre sul filo del rasoio perché tre mesi ‘al gabbio’ gli sono bastati), è un amante della bella vita e non perde occasione per tradire sua moglie Katia, in avventure occasionali. Becero e arrogante, è anche un giocatore incallito di carte e, insieme all’amico poliziotto Ugo, assiduo frequentatore di bische clandestine. Manlio, venticinquenne fratello di Fosco e afflitto da un serio handicap mentale, lavora allo sfascio ed è immerso nel suo mondo, composto disordinatamente da immagini di calendari sexy, gomme da masticare e giochi infantili, con una passione smodata per il cartone animato Tom e Jerry. Frequentatore abituale dello sfascio è Luciano, detto Diecilire, un piccolo truffatore costantemente in cerca di soldi, consumatore di cocaina.
Una grave perdita al gioco vede vittima Ugo il poliziotto, il quale decide di compiere una rapina ed obbliga Fosco a rendersi suo complice. E’ un obbligo se non un ricatto per Fosco rendersi complice e non c’è debito di amicizia, ma solo la necessità di non poter prendere un’altra strada. Anche Diecilire partecipa alla rapina, in qualità di autista, con alcuni aspetti tragicamente e un po’ grottescamente comici: per uno strappo muscolare è costretto a indossare un collare ortopedico, proprio lui che dovrebbe fare il palo e che avrebbe l’unico compito di girare la testa da un parte all’altra per controllare il territorio. Da una notizia del notiziario alla radio si capisce che tra i rapinatori è stato individuato proprio il palo per il collare. La rapina a una gioielleria si conclude con successo, ma come spesso accade una fortuita coincidenza spariglia le carte in tavola. Infatti Manlio, mentre i tre complici stanno commentando l’impresa e valutando il bottino, nel bagno dell’officina trova una donna, vestita da hostess, ferita gravemente ed apparentemente in coma. Ugo è assalito da un dubbio: e se la donna prima di perdere conoscenza ha sentito i loro discorsi? Nel frattempo la radio da' la notizia che c’è stato un conflitto a fuoco fra la polizia e un gruppo di terroristi ed una donna, camuffata da hostess, è riuscita a fuggire. Ugo e Fosco decidono di prendere tempo e Manlio e Diecilire - che aveva iniziato a studiare da infermiere per volere del padre - restano a guardia della donna, che non sembra in grado di riprendere conoscenza. Nella notte Diecilire è alla ricerca della mercanzia nascosta per fregare gli altri, mentre Manlio insegue il suo sogno d’amore per la prima volta in carne ed ossa. La mattina dopo Ugo informa i complici della sua decisione di prendere i classici due piccioni con una fava: ucciderà la ragazza ricercata, simulando un conflitto a fuoco e diventando agli occhi dei suoi superiori e dell’opinione pubblica un eroe. Manlio, di nascosto, ascolta il piano del poliziotto e si ribella, fino ad arrivare alle estreme conseguenze. La scena si sposta con un salto temporale che poi si scoprirà solo di sette mesi, alla fine, ma che potrebbe essere di anni. Fosco è su una sedia a rotelle evidentemente ferito e ridotto quasi allo stato vegetale. Il vero epilogo tragico è la trasformazione della moglie Katia che consuma incurante del suo sguardo annebbiato rapporti sessuali in sua presenza e si è posta alla testa dello sfascio, inseguendo la bella vita e soprattutto i soldi facili.
Metafora del fatto che i cattivi esempi sono sempre più facili da seguire della virtù e fanno facili proseliti, "Lo Sfascio" stesso è un titolo non casuale, che riassume la doppia valenza di luogo di rottamazione fisica (veicoli spesso rubati) ma soprattutto morale. Un po’ quello che è successo nel nostro meraviglioso paese. L’opera è anche il simbolo di un paese che inseguendo l’esempio del peggiore è ormai in fase di rottamazione. Forse non è un caso che la parola stia diventando di moda.
Eccellente ricostruzione filologica ma non naïf degli anni ’70 a livello di oggetti, arredi, costumi e musiche, ha un gioco di luci che contribuisce a dare il ritmo ai dialoghi e all’azione, con le giuste pause, sfumando i momenti più forti per lasciare spazio all’immaginazione senza insistere sull’elemento morboso (nel rapporto sessuale che Fosco consuma con un’avvenente e trasgressiva insegnante di liceo sposata ad un direttore di banca) o sull’effetto splatter come nella scena dello sparo, evitando inutili descrizioni, infine, come nel caso della rapina.
Pregevole infine la prova recitativa di Augusto Fornari, alias Manlio, che non diventa caricaturale, in un ruolo difficile da dosare.

 

 

Teatro Sala Umberto - via della Mercede 50, 00187 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/6794753
Orario botteghino: dal lunedì alla domenica ore 10-20
Orario spettacoli: dal martedì al venerdì ore 21, sabato ore 17 e ore 21, domenica ore 17
Biglietti: platea €32, balconata €23

 



Articolo di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Silvia Signorelli, Ufficio stampa Teatro Sala Umberto
Sul web: www.salaumberto.com

 

 

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