Lo Scarfalietto - Teatro Quirino (Roma)

Scritto da  Lunedì, 11 Ottobre 2010 
Lo Scarfalietto

Dal 5 al 24 ottobre. I padroni di casa del Teatro Stabile di Calabria inaugurano la ricchissima e variegata stagione teatrale del Quirino con uno spettacolo all’insegna della più verace e travolgente tradizione partenopea e del divertimento gustoso e spensierato: Geppy Gleijeses, Lello Arena e Marianella Bargilli portano in scena “Lo Scarfalietto”, la più esilarante commedia di Eduardo Scarpetta, raccontando le disavventure del povero Felice Sciosciammocca, alle prese con le perigliose acque della vita matrimoniale con una moglie tirannica ed implacabilmente litigiosa. Una farsa grottesca ed irresistibilmente spassosa che cattura lo spettatore sin dal primo istante in un turbinio di risate e buonumore.

 

Teatro Stabile di Calabria, Teatro Quirino presentano

Geppy Gleijeses, Lello Arena, Marianella Bargilli in

LO SCARFALIETTO

Di Eduardo Scarpetta

Regia, adattamento e spazio scenico di Geppy Gleijeses

Con Gianni Cannavacciuolo, Gina Perna, Margherita Di Rauso, Antonio Ferrante, Luciano D’Amico, Gino De Luca, Antonietta D’Angelo, Vincenzo Leto

Sviluppo scenografico Paolo Calafiore

Light designer Luigi Ascione

Costumi Sabrina Chiocco

Musiche Matteo D’Amico

 

Un inizio di stagione assolutamente spumeggiante ed avvincente quello proposto dallo storico Teatro Quirino di Roma, per il secondo anno guidato dall’attore, autore e regista napoletano Geppy Gleijeses, presidente del Teatro Stabile di Calabria. Proprio a quest’ultimo l’onore di aprire l’opulento cartellone di spettacoli che quest’anno siamo sicuri sarà in grado di soddisfare i palati più raffinati ed esigenti, nonché di attrarre spettatori di ogni generazione vista l’estrema varietà e completezza del programma di prosa, danza ed operetta, ancorato alla tradizione ma al contempo con lo sguardo costantemente rivolto alle nuove frontiere della drammaturgia contemporanea.

Non vi è alcun dubbio sul fatto che “Lo scarfalietto” costituisca uno degli episodi più brillanti e divertenti del repertorio della commedia partenopea, partorito dall’inesauribile estro creativo del commediografo Eduardo Scarpetta, creatore del teatro dialettale moderno e costante fonte di ispirazione per le generazioni successive di autori per la sua straordinaria capacità di dipingere personaggi e frammenti di vita quotidiana con un naturalismo ed una vividezza tali da appassionare il pubblico e renderlo immediatamente partecipe delle vicende narrate. Emblema del repertorio scarpettiano è la maschera di Felice Sciosciammocca, che affonda le sue radici nella tradizione del Pulcinella interpretato dal drammaturgo napoletano Antonio Petito e ne rielabora le caratteristiche in maniera tale da renderlo specchio del nuovo contesto storico-sociale della Napoli di fine Ottocento: nella decadenza attraversata dalla città dopo il periodo dei fasti vissuti come capitale borbonica, Sciosciammocca si fa simbolo del borghese arricchito ed ingenuo, smargiasso e credulone, ben consapevole delle proprie radici di popolano che ancora non è riuscito a scrollarsi di dosso, e che finisce costantemente per esporsi al ridicolo e alla sferzante ironia che l’autore affida agli altri personaggi in scena.

Scritta nel 1881 (ispirandosi alla pièce francese “La Boulé” di Meihlac e Halévy, secondo il più che consolidato costume di Scarpetta di riadattare al dialetto napoletano le più celebri ed acclamate pochade francesi del tempo), la commedia “Lo scarfalietto” vede proprio come protagonista il bizzarro e spassoso Felice Sciosciammocca, ritraendolo in questo frangente alle prese con le beghe inestricabili del suo matrimonio con Amalia, indomabile sposa proveniente da una famiglia facoltosa, una donna dal carattere decisamente “spigoloso” e poco gestibile.Lo Scarfalietto

Nel primo atto vediamo i due sposini, tutt’altro che affettuosi e romantici, lanciarsi in selvagge, violente e buffissime recriminazioni reciproche nella sala da pranzo della loro elegante residenza, mentre dovrebbero accingersi a consumare la colazione dopo una notte a dir poco rocambolesca. Cosa ha turbato il quieto riposo di Felice ed Amalia? Tra le lenzuola del loro talamo si sono ritrovati un rovente scarfalietto (ovvero lo scaldino del letto, in sostanza la bottiglia di acqua calda bollente che nelle notti invernali più gelide si adagiava tra le coperte per sopperire alla mancanza del riscaldamento nelle case) che ha ustionato entrambi; i due cominciano ad accusarsi reciprocamente di aver teso questa trappola (peccato che sia invece stata ordita dal fedele servitore di Sciosciammocca, il quale desidererebbe ardentemente che il matrimonio vada definitivamente in rovina per tornare alla routine di viaggi, lussuoso divertimento e baldoria alla quale si era ormai piacevolmente abituato con il suo padrone) e questa sarà la miccia che farà deflagrare i contrasti di un matrimonio ormai sepolto da continui battibecchi, scontri ed assurde sfuriate. Innumerevoli personaggi secondari arricchiscono la narrazione, mettendo in scena vizi (moltissimi) e virtù (impietosamente poche) della piccola borghesia napoletana fin de siècle: dai due avvocati assoldati dai rissosi coniugi per difenderli in tribunale in quella che si preannuncia una burrascosissima causa di separazione, il traffichino Saponetti ed il grottesco Anselmo Raganelli (soprannominato don Anselmo Tartaglia per i suoi strampalati difetti di dizione) all’attempato dandy Gaetano Papocchia che vorrebbe affittare un “quartino” del palazzo dei protagonisti per ospitare la prorompente soubrette Emma Carcioff di cui si è goffamente invaghito, sino ad arrivare alla gelosissima moglie di quest’ultimo pronta a punirlo severamente per le sue divagazioni amorose.

L’azione scenica nel secondo atto si sposta proprio nel retropalco del Teatro Mercadante dove si stanno portando avanti, tra mille imprevedibili interruzioni, le prove generali per un ambizioso spettacolo di balletto: la primadonna Emma Carcioff è bramata dal suo maldestro spasimante Papocchia, il quale a sua volta è inseguito da Amalia e Felice che intendono convincerlo a tutti i costi a testimoniare a loro favore in tribunale, il tutto mentre il grottesco coreografo Rafanie ed il sempre più inquieto e sconfortato direttore del teatro cercano di ristabilire l’ordine per tentare, invano, di portare a termine le prove di un balletto che si preannuncia a dir poco disastroso. Infine, nel terzo atto, la situazione trascende con una causa in tribunale in cui le ragioni dei due acerrimi contendenti si confondono con le personalissime rivendicazioni dei bislacchi testimoni convocati in aula (memorabile in particolare l’arringa conclusiva dell’azzeccagarbugli Tartaglia), sino a raggiungere un assolutamente inimmaginabile lieto fine e una momentanea pacificazione dei due battaglieri protagonisti.

La riproposizione del testo classico di Scarpetta portata in scena da Geppy Gleijeses, che ne cura adattamento, regia e finanche l’allestimento dello spazio scenico, segue con rispetto l’impostazione classica della commedia partenopea ed al contempo la veste di modernità, rendendola godibile ed accattivante per spettatori di ogni età. Veramente singolare ed originale la scenografia, curata da Paolo Calafiore, che ritrae un imponente tomo, il quale custodisce la storia che ci verrà narrata: all’inizio della rappresentazione due camerieri nella penombra sciolgono i legacci che avvolgono questo colossale volume polveroso dando in questo modo inizio all’intreccio narrativo; le pagine del libro verranno sfogliate in corrispondenza di ciascuno dei tre capitoli principali in cui si articola il racconto, mostrandoci una sala da pranzo, il retropalco di un teatro ed infine l’aula di un tribunale. Un espediente scenografico sicuramente d’effetto e suggestivo, che sembra condurre la nostra fantasia in un mondo parallelo che pertiene alla dimensione del ricordo e della tradizione, quella che con questo spettacolo si desidera fortemente celebrare e regalare nuovamente con entusiasmo e generosità al pubblico. A raggiungere questo obiettivo contribuiscono poi anche i costumi di gran pregio, in perfetto stile borghesia fine Ottocento, realizzati da Sabrina Chiocco e l’accompagnamento delle musiche di Matteo D’Amico.

Un plauso particolare va però indiscutibilmente tributato all’intera compagnia di attori, tra i quali si percepisce in scena un evidente affiatamento e sintonia. Lello Arena, confermando ancora una volta la brillantezza del suo talento comico, interpreta magistralmente la maschera grottesca di Felice Sciosciammocca smorzando i toni di irridente critica sociale con cui in passato era stata connotata ed accentuandone piuttosto il carattere ingenuo, pasticcione, dispettoso ed umanamente stremato dalla continua querelle con la dispotica e bisbetica moglie. Altrettanto convincente la performance di Marianella Bargilli nei panni dell’algida, legnosa ed implacabile Amalia, che con il suo incedere imponente ed il suo eloquio nevrotico regala a più riprese al pubblico risate scroscianti; una vera piacevolissima sorpresa scoprire la giovane attrice toscana in questa veste brillante e leggera dopo averne apprezzato l’intensità e il carisma in testi maggiormente seri e compassati (come il pirandelliano “Giuoco delle parti” in scena nella scorsa stagione sempre al Quirino) o drammatici (come in “La stanza delle donne” di Gabriella Schina, per la regia di Luciano Melchionna). Eccezionale poi Geppy Gleijeses che veste in scena un duplice ruolo, alternandosi tra lo stagionato seduttore Gaetano Papocchia e il bizzarro avvocato Anselmo Tartaglia, regalandoci con l’arringa conclusiva del processo uno degli episodi più travolgenti, briosi e divertenti dello spettacolo. Tra i personaggi secondari come non menzionare il sempre spassosissimo Gianni Cannavacciuolo, nelle vesti dell’ autoritario insegnate di balletto Rafanie e poi di un usciere del tribunale, e l’effervescente e grintosa Gina Perna in quelle della moglie tradita Dorotea Papocchia.

Non lasciatevi sfuggire l’occasione di trascorrere una serata in allegria, spensieratezza e buonumore, abbandonandovi al ritmo scoppiettante di una delle commedie più preziose e memorabili della tradizione drammaturgica napoletana. In scena fino al 24 ottobre.

 

Teatro Quirino – via delle Vergini 7, Roma       

Per informazioni: numero verde 800013616, biglietteria 06/6794585,

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Orario botteghino: dal martedì alla domenica dalle 10 alle 19

Orari: dal martedì al sabato ore 20.45, giovedì 7, mercoledì 13 e 20 ottobre ore 16.45, tutte le domeniche ore 16.45

Prezzi: platea € 30,00 (ridotto € 26,00), I balconata € 25,50 (ridotto € 23,00), II balconata € 22,00 (ridotto € 19,00), galleria € 16,00 (ridotto € 14,00)

 

Articolo di: Andrea Cova

Grazie a: Paola Silvia Rotunno e Francesca Melucci, Ufficio Stampa Teatro Quirino

Sul web: www.teatroquirino.it

 

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