Lettera al mio giudice - Spazio Tertulliano (Milano)

Scritto da  Sabato, 21 Febbraio 2015 

Una cosa è certa: il commissario Maigret avrebbe provato una simpatia istintiva nei confronti dell’omicida Charles Alavoine. Senza dubbio lo avrebbe consegnato alla giustizia, ma di fronte alla carica umana di questo medico di campagna si sarebbe commosso, accantonando per un attimo il contegno burbero che lo contraddistingueva. Parliamo di Maigret perché è il personaggio più noto creato da Georges Simenon. E Lettera al mio giudice è il romanzo del narratore belga che Giuseppe Scordio ha riportato al Tertulliano per la seconda volta, dopo una prima assoluta nella scorsa stagione che aveva riscosso grande attenzione da parte del pubblico.

 

Produzione Spazio Tertulliano presenta
LETTERA AL MIO GIUDICE
di Georges Simenon
adattamento e regia Giuseppe Scordio
con Massimo Loreto e Sonia Burgarello
scenografie Giuseppe Scordio
disegno luci Alessandro Tinelli
tecnico audio-luci Mario Giallanza
elaborazioni musicali Marco Pagani
styling I Murr - Mangano - Manoush
organizzazione Marta Ienco
ufficio stampa Valentina Pescetto

 

Il successo, lo ripeteremo fino allo sfinimento, non è una questione di formule cabalistiche e nemmeno di rituali superstiziosi (per quanto il “merda merda”, anche nel 2015, conservi la sua ragion d’essere): per propiziare il “dio” pubblico (che è molto ma molto più importante del “dio” critica) è necessario allestire dei buoni prodotti, che tocchino gli anfratti del cuore. Nello specifico, Lettera al mio giudice è la conferma - ennesima - che Simenon aveva il dono della scrittura popolare, capace di coinvolgere nel profondo la lavandaia come il docente universitario, in cerca di un po’ di refrigerio mentale dagli studi matti e disperati. Dario Mazzone, a suo tempo, tradusse superbamente il testo per le edizioni Adelphi, ed è questa la versione letta e amata da Scordio. Con umiltà, il regista ha inteso restituire quelle atmosfere respirate tra le pagine scritte, senza avvertire il bisogno di aggiungervi ghirigori sperimentali. Simenon è bello di per sé: a che pro imporre il proprio ego a tutti i costi? Per il gusto di urtare gli spettatori? Non è proprio il caso: bisogna sempre adoperarsi affinché la gente si diverta e si emozioni, ed evitare che esca dalla sala incazzata perché un regista vanesio si è voluto mettere in concorrenza con un classico della letteratura. Onore al merito di chi, come Giuseppe, ha un approccio pulito al teatro, scevro da velleitarie ambizioni intellettualistiche (quelle stesse ambizioni che, sia detto tra parentesi, hanno contribuito alla situazione poco allegra in cui versano le tavole del palcoscenico in Italia).

Dunque Lettera al mio giudice diverte ed emoziona. What else? Ce lo dicano quei guru che pontificano, convinti di poter dire la parola ultima sul senso dell’arte, che cos’altro dovrebbe fare il teatro se non creare un proficuo ponte di dialogo tra palco e platea.

Si può chiedere qualcosa di meglio di una bella storia interpretata da due attori in stato di grazia? Massimo Loreto è un fuoriclasse, un professionista coi controfiocchi che sa perfettamente - dopo decenni di esperienza - come rendere al meglio un personaggio patetico senza mai grattare, nemmeno per un istante, le corde del patetismo. Si erge con dignità il suo Charles, dignità che non ha ovviamente a che fare con l’orgoglio - l’omicidio non è un gesto di cui andare orgogliosi - ma con la consapevolezza, lucida e disincantata, che l’essere umano è per sua natura fallibile. Charles Alavoine ha sbagliato a cedere all’impulso abbietto di uccidere la sua amante e ne è pienamente cosciente, ma se ne guarda bene dall’inginocchiarsi sui ceci invocando una clemenza impossibile. Crepuscolare, ha preso atto di aver ormai imboccato una strada senza ritorno, e intende comunicare al giudice istruttore che deciderà sul suo destino quali pensieri attraversano la sua mente. Il suicidio finale potrebbe sembrare in antitesi col crepuscolarismo di cui sopra, ma in realtà è forse la naturale conseguenza di un’arrendevolezza stoica del protagonista, che accetta di aver perduto tutte le battaglie e si consegna alla morte con naturalezza.

Ci sono delle affinità tra Alavoine e il Monsieur Verdoux di Chaplin, che accetta il patibolo ma prima regala ai suoi accusatori una lucida disamina sulla follia che ha investito il mondo. Del resto Lettera al mio giudice è stato pubblicato nel ’46, e Chaplin ha scritto il copione di Verdoux nello stesso anno: non è da escludere, insomma, che il genio londinese e il genio di lingua francese si “annusassero” a vicenda.

Il giudice si chiama Coméliau, ed è un nome che Simenon ha già utilizzato in altri romanzi, per personaggi che avevano una comune caratteristica: erano delle autorità giudiziarie ottuse, aduse ad applicare la legge in maniera pedissequa senza alcun filtro critico. In Lettera al mio giudice non viene specificato, ma sulla base di quanto abbiamo detto si suppone che i due personaggi stiano su piani intellettuali differenti: l’imputato ha delle ottime capacità di autoanalisi dunque è intelligente, viceversa il magistrato è verosimilmente un tonto qualunque. Non ha un volto, a differenza di Martine, ovvero la donna che induce un banale medico curante all’adulterio, e la quale dovrà poi pagare le conseguenze della gelosia e possessività sfrenate dell’uomo.

Martine in questa versione 2015 è Sonia Maria Teresa Burgarello. Chi è Sonia? Una giovane attrice che brick by brick, pièce dopo pièce, accresce le sue potenzialità espressive di giorno in giorno. Questo personaggio non era una sfida semplicissima: tutt’altro che facile restituire tutte, ma proprio tutte le piegature di quell’animo così sfaccettato. Sonia ha portato a compimento solo una parte di questo complicatissimo lavoro di cesello, però se l’è cavata in maniera assolutamente egregia. E poi è molto poetico che abbiano diviso il palco due generazioni differenti dei Filodrammatici: Massimo può stare ben certo che Sonia è la persona più adatta a cui passare l’ideale testimone nella staffetta del teatro - beninteso, però, che lui reciterà per altri centocinquant’anni come minimo.

Molto azzeccata la scelta delle musiche: in particolare durante C’est si bon il recensore non è riuscito a trattenere la lacrimuccia (probabilmente, chissà, la canzone ha riportato a galla dagli antri della memoria qualche episodio piacevole del suo passato).

Giuseppe Scordio alla fine della rappresentazione ha sottolineato, chiacchierando col recensore di cui sopra, che con mezzi economici più consistenti la scenografia avrebbe potuto essere più ricca e più articolata. L’impressione è che non ce ne fosse bisogno: questa sobrietà va benissimo, è perfettamente in linea col carattere di Simenon e con la sua scrittura, così evocativa nonostante la sobrietà. O forse proprio per merito della sobrietà.

Post Scriptum. Gino Cervi nei panni di Maigret è un’icona della storia della tivù, tutti lo ricordiamo. Quello che ci è sfuggito finora è Fernandel nei panni di Charles Alavoine, in un film misconosciuto dal titolo Frutto proibito. Rimedieremo al più presto a questa lacuna.

 

Spazio Tertulliano - via Tertulliano 68, 20137 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/49472369, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: giorni feriali ore 21.00, domenica ore 16.30
Biglietti: 16 € intero / 10 € over 60, under 26 e convenzioni

Articolo di: Francesco Mattana
Grazie a: Valentina Pescetto, Ufficio stampa Spazio Tertulliano
Sul web: www.spaziotertulliano.it

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