Lecite Visioni: il Teatro Filodrammatici di Milano riparte all’insegna del confronto e dell’inclusione

Scritto da  Sabato, 29 Maggio 2021 

Dopo oltre 450 giorni di chiusura, il Teatro dei Filodrammatici di Milano ha scelto di riaprire i battenti - e dischiudere il suo particolare sipario tagliafuoco a palpebra - con un’iniziativa che può considerarsi di bandiera: fin dal 2012, infatti, il teatro ospita il festival nato col titolo Illecite visioni, rinominato nel 2017, con un supplemento di autoironia, Lecite visioni.

 

Non una rassegna di teatro per gay e lesbiche, come tiene a precisare in apertura Mario Cervio Gualersi, da sempre anima e responsabile dell’iniziativa, affiancato dai direttori artistici del Filodrammatici (Tommaso Amadio e Bruno Fornasari), bensì uno spazio ove, raccontando storie di amori di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali, si promuova il confronto e l’inclusione. Vale la pena di segnalare che, già da due anni, l’iniziativa è sostenuta, attraverso l’8xmille, dalla Chiesa valdese, che con questo contributo ribadisce la libertà di pensiero e l’ampiezza di vedute che guidano le sue scelte culturali.

Questa nona edizione (la precedente, che doveva tenersi nel 2020, era saltata a causa del Covid19), si è tenuta dal 20 al 23 maggio e, ancor più che negli anni passati, ha una imprescindibile valenza politica. In questi giorni, infatti, dopo vari tentativi di insabbiamento, si sta discutendo il disegno di legge Zan, che ha lo scopo di contrastare più esplicitamente, attraverso un inasprimento sanzionatorio, le manifestazioni di omofobia e di ogni altra manifestazione di discriminazione e violenza nei riguardi di soggetti che una mentalità retriva (ma purtroppo tuttora diffusa), continua a considerare alieni.

Non è questa la sede per entrare nello specifico di una legge, forse perfettibile e, come spesso succede, contestata da schieramenti di segno opposto. Non sono tuttavia convinto che la sola normativa possa modificare il modo di porsi nei confronti della differenza di orientamento sessuale. Come si è visto, a poco sono servite le quote rosa per un riequilibrio della presenza femminile nelle stanze del potere. In questo ambito, credo che l’obiettivo da porsi sia a un livello superiore, etico e culturale, attraverso la promozione del riconoscimento di uguale dignità per ogni categoria in cui si possa distinguere l’umanità: per etnia, religione, genere e, non ultimo, anche orientamento sessuale. Un risultato che, nello specifico, sarà raggiunto quando fra i benpensanti si smetterà di reagire con un risolino, magari alle spalle per buona educazione, o ammantato di benevola tolleranza, nei confronti di chi si continua a percepire diverso.

Certo, un tale obiettivo sarà lento e faticoso da conseguire ma, fra gli strumenti possibili, il teatro può avere un ruolo importante. Tale il senso, politico e morale, che può assumere un festival come Lecite visioni. Ed è anche sotto questo profilo che desidero analizzare gli spettacoli cui ho avuto la possibilità di assistere (purtroppo solo due, a causa delle limitazioni tuttora vigenti sulla fruizione teatrale).

 

GENTLEMAN ANNE
di Magdalena Barile
con Elena Russo Arman e Maria Caggianelli Villani
luci Matteo Crespi
scene Elena Russo Arman
costumi Elena Rossi
musiche Alessandra Novaga
regia Elena Russo Arman

Il lavoro è una delle tre prime nazionali di cui si fregia quest’anno il festival (le altre due sono: Ricino, di Post Teatro; Allegro, non troppo, di Teatro Segreto).
L’idea di portare in scena la singolare figura di Anne Lister, una nobildonna che all’inizio del XIX secolo riuscì ad affermare pubblicamente il rapporto lesbico con la sua compagna, addirittura con una sorta di matrimonio religioso, poteva essere buona. Come pure l’espediente drammaturgico di intrecciare nella narrazione due piani temporali: l’Inghilterra previttoriana, ai tempi delle sorelle Brontë e di Lord Byron, e la contemporaneità, col tempestoso confronto fra una docente di letteratura inglese e una sua allieva; il tutto, affidato alle medesime due interpreti che, durante gli intermezzi colmati dalle note di Bach, si cambiano d’abito.

Ma qualcosa non funziona. Intanto, si fa fatica a seguire le dinamiche psicologiche delle due figure situate nel presente: l’una consapevolmente e dichiaratamente lesbica; l’altra, la professoressa, incapace di accettare il suo latente lesbismo. La regia di Elena Russo Arman (anche lei in scena, in un doppio ruolo) non riesce a conferire plausibilità scenica, in particolare al personaggio di Anne Lister, in un testo che sembra più interessato alla dimostrazione di un assunto, cioè la diffusa repressione sociale della libertà di orientamento sessuale; che alle dinamiche psicologiche dei personaggi.

Era sicuramente una scommessa arrischiata presentare, in forma drammaturgica, la figura di Anne Lister, una poligrafa compulsiva, che ha lasciato decine di quaderni di diario, ove ha annotato meticolosamente, nel corso di oltre trent’anni, spesso in forma crittografata, le proprie intime pulsioni, oltre a riflessioni su quanto le succedeva attorno.

Ma c’è un altro elemento che mi lascia perplesso. Sia il legame fra Anne Lister e la sua compagna, Ann Walker, asimmetrico e prevaricatorio; sia quello più ondivago e contorto che si instaura fra le due donne, sembrano riprodurre i topoi più obsoleti del rapporto eterosessuale. Non voglio dire di essere deluso, ma certo siamo lontani da un discorso sulla dignità del rapporto omosessuale.
Quanto meno, un’occasione mancata.

 

IN CASA CON CLAUDE
brani tratti da "Being at Home with Claude" di René-Daniel Dubois
con Mario Autore ed Ettore Nigro
scene Filippo Stasi
costumi Teresa Acone
musiche Jo Coda
assistente alla regia Anna Bocchino
organizzazione Viola Fioresterio
regia Giuseppe Bucci
produzione Piccola Città Teatro #quartiereospiti

L’autore, René-Daniel Dubois, è un drammaturgo del Québec, gay dichiarato, fatto conoscere in Italia, fin dagli anni novanta, dalla compianta Barbara Nativi.

In un ambiente claustrofobico, che suggerisce l’ufficio di un tribunale, si consumano le fasi finali di un defatigante confronto, serrato e brutale, fra un ispettore di polizia e un giovane tossicodipendente che vive prostituendosi. L’azione scenica è spezzata, a tratti, da una sorta di danza indemoniata del giovane, come tarantolato, sotto gli accecanti lampi dello stroboscopio. Il linguaggio è aspro, sopra le righe. Il testo è intriso di violenza, sia praticata in scena, fino alla tortura; sia evocata, con un assassinio efferato quanto assurdo, che il giovane confessa, pur con salti logici e incomprensibili reticenze. La riduzione, operata dal regista Giuseppe Bucci, oltre a eliminare un paio di personaggi, lascia sullo sfondo anche altri accadimenti secondari, come un complicato ricatto ai danni di un giudice.

La prestazione attorale è buona; la scenografia è ridotta all’essenziale, con due sedie di forma inconsueta, dall’alto schienale, ora trasparente, ora riflettente; la regia è accurata. Ma dove lo spettacolo ha il suo colpo d’ala è nel cambio di registro espressivo dell’assassino, con un flusso di parole che finalmente ci consente di affacciarci ai meandri, così difficilmente sondabili, di un amore tanto disperato e definitivo da indure il giovane a un gesto distruttivo, ma percepito come catartico.
Siamo - si direbbe - nel campo della psicopatologia criminale. Eppure, nella confessione di quell’omicidio assurdo cogliamo paradossalmente una verità inquietante e profonda.

Il povero marchettaro assume con quel gesto una sua tragica dignità, che ci obbliga a guardare con commozione e partecipazione emotiva all’essenza dell’amore, alle sue possibili articolazioni, anche estreme, esasperate; ma non necessariamente specifiche ed esclusive di un rapporto omoerotico.
Mi piacerebbe che, in particolare lo spettatore eterosessuale, uscisse dal festival Lecite visioni con questa consapevolezza.

 

Teatro Filodrammatici - Via Filodrammatici 1 (ingresso Piazza Paolo Ferrari 6), 20121 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/36727550, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Articolo di: Claudio Facchinelli
Sul web: www.teatrofilodrammatici.eu

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