Le Rose di Jurgen - Teatro Libero (Milano)

Scritto da  Ale Villa Sabato, 08 Maggio 2010 
le rose di jurgen

Giunta alla quarta edizione, la rassegna di teatro omosessuale Liberi Amori Possibili, organizzata dal teatro Libero di Milano, presenta al secondo appuntamento Le Rose di Jurgen, un testo di una giovane associazione culturale fiorentina che conquista per la sua immediatezza e la sua delicata tragicità nel raccontare in prima persona il dramma di un ragazzo omosessuale nella Berlino degli anni '30, ormai capitale del terzo Reich.

 

Associazione Culturale Con-fusione presenta

nell’ambito della rassegna Liberi Amori Possibili (IV rassegna di teatro omosessuale)

LE ROSE DI JURGEN

di Giacomo Fanfani

con Lorella Serni, Rafael Porras Montero

costumi di Antonio Musa

luci di Silvia Avigo

 

Due gli attori in scena per uno spettacolo idealmente diviso in tre parti: su un palco spoglio, occupato solo da un cumulo di oggetti (vestiti, valigie, sacchi) che subito rimanda all'ingresso dei campi di concentramento, appare Jurgen, petto nudo, fasciato da una sorta di gonna rosa, indossando lunghi guanti bianchi, il volto nascosto da un grande mazzo di rose.

Comincia il proprio racconto: subito si respira l'aria di una vivace Berlino pre-hitleriana, si entra nella vita di una famiglia di estrazione borghese, la casa sempre adorna di fiori per le puntuali visite settimanali di Ruben, il garzone del fiorista. È in questo clima e grazie a Ruben che Jurgen si scopre, si conosce, comincia ad amare di un amore che è gioia, apertura alla vita, ma che lo porterà presto ad essere internato in un campo di concentramento, quello di Sachsenhausen.

La seconda parte dello spettacolo è scandita dall'ingresso in scena di un personaggio femminile, Gretel, incarnazione dell'Impero/Grande Madre che vuole scegliersi i propri figli e dominare “un mondo pulito, pulitissimo”. Per quanto il riferimento all'avvento del Nazismo sia chiaro, il movimento del Fuhrer non viene mai nominato esplicitamente, a sottolineare come esso sia in qualche modo emblema di tutti i regimi/poteri/forme di autorità incapaci di accogliere il diverso.

Gretel si presenta nella sua aggressiva femminilità, con un abito dal busto stretto e dalla gonna ampia, sotto cui si celano fianchi enormi a rappresentare il trono “di cuscini e vetro” da cui dominerà i suoi figli/sudditi; in testa porta un cappello di volpe, tutto sottolinea la sua natura allo stesso tempo materna e violenta, ferina.

Dopo il monologo della Gretel/Impero in cui dichiara di voler ripulire il suo popolo da tutto ciò che è diverso e disturbante (zingari, ebrei, comunisti, omosessuali,...), Jurgen racconta il proprio dramma vissuto nel campo Sachsenhausen. Lo fa dietro una sorta di muraglia di caramelle colorate costruita con precisione maniacale da Gretel, che rappresenta le mura invalicabili del campo di concentramento, ma che in qualche modo apre alla terza ed ultima parte, quella in cui Jurgen è ormai un sopravvissuto all'orrore della reclusione, nonostante la sopravvivenza gli sia costata sevizie ed umiliazioni di ogni tipo.

In quest'ultima parte Gretel non è più lo stato violento e prevaricatore, bensì la madre di Jurgen. La tragedia passa dunque dal piano storico/sociale a quello personale/affettivo. Non solo Jurgen è rifiutato da una società incapace di accettarlo a causa del suo essere anello “debole” di una rete che si vuole compatta, ma persino il dialogo con la madre è reso impossibile dall'incapacità di lei di accogliere un amore “sbagliato”. Non a caso Impero/Nazismo e Madre di Jurgens si incarnano sulla scena nello stesso personaggio. Le mura di caramelle diventano il luogo dentro il quale la madre relega il figlio, per proteggerlo ma anche per impedirgli di esprimere la sua vera natura.

Il tragico epilogo si realizza in un tableaux che rimanda ad una Deposizione, i cui i personaggi sono “una madre incapace di amare e un figlio condannato all'esclusione”.

 

Articolo di: Ale Villa

Grazie a: Ufficio Stampa Teatri Possibili

Sul web: www.teatripossibili.it

 

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