Le Pulle - Teatro Valle (Roma)

Scritto da  Lunedì, 11 Gennaio 2010 
le pulle

Dall’8 al 24 gennaio. L’eccezionale estro creativo di Emma Dante approda al teatro Valle con un testo fortemente viscerale ed appassionato, capace di coniugare le ancestrali e sanguigne radici siciliane della regista ed attrice palermitana con affascinanti echi scespiriani, un simbolismo di accecante vividezza ed una carica di denuncia sociale che colpisce come un pugno dritto allo stomaco.

 

 

Mercadante Teatro Stabile di Napoli,

Théâtre du Rond-Point, Paris

Théâtre national de la Communauté Française, Bruxelles

presentano

LE PULLE - operetta amorale

Testo e regia di Emma Dante

con (in ordine di apparizione) Manuela Lo Sicco (fata parlante), Clio Gaudenzi (fata danzante), Elena Borgogni (fata cantante), Emma Dante (Mab), Ersilia Lombardo (Ata), Sandro Maria Campagna (Rosi), Antonio Puccia (Moira), Sabino Civilleri (Sara), Carmine Maringola (Stellina)

Testi delle canzoni di Emma Dante

Musiche originali di Gianluca Porcu, alias Lu

Scene di Emma Dante e Carmine Maringola

Luci di Cristian Zucaro

Costumi di Emma Dante

Assistente alla regia Massimo Vinti

Coordinamento produzione-distribuzione Fanny Bouquerel, Giulia Guiducci / Amunì

Collaborazione all’allestimento Compagnia Sud Costa Occidentale

Direttore di scena Alessandro Amatucci

Macchinista Salvatore Grimaldi

Fonico Diego Iacuz

Sarta Michela Ruggieri

Foto di scena Giuseppe Di Stefano

 

Reduce dal successo della sua immaginifica e dirompente versione della Carmen di Bizet, cui era stato affidato, non senza suscitare la perplessità dei più tradizionalisti, il prestigioso onore di aprire la stagione scaligera di quest’anno, la drammaturga, regista ed attrice Emma Dante fa ritorno al Valle, teatro da cui spiccò il volo nel 2001 con la pièce “mPalermu”, vincitrice del Premio Scenario e del Premio Ubu come migliore novità italiana. E si tratta di un ritorno decisamente in grande stile che conferma la maturità ed originalità di un universo artistico contraddistinto da una potenza espressiva assolutamente vigorosa e dal coraggio di affondare uno sguardo lucido e tagliente sui drammi quotidiani della retriva ed intollerante società patriarcale siciliana, ostile e violenta nei confronti di chiunque si discosti dalla “normalità” costituita.

L’operetta amorale “Le Pulle” (in palermitano stretto significa le puttane) è un atto unico straordinariamente coinvolgente e sorprendente che alterna canto e recitazione prefiggendosi l’obiettivo di dipingere, con pennellate vigorose e dai colori sgargianti, un universo parallelo onirico, rassicurante ed avvolgente che offra protezione ai reietti della società dalla stridente, minacciosa ed avversa realtà circostante. Ne sono protagoniste cinque creature che fanno dell’aggressività e della sfrontata provocazione sessuale un baluardo a difesa delle proprie infinite fragilità, le cinque pulle che popolano un lussuoso bordello tra abiti tempestati di strass luccicanti, piume di struzzo, lustrini e guepiere. Si tratta di quattro travestiti ed un trans, con alle spalle vicende esistenziali laceranti e dolorose, che hanno costruito un modello alternativo di famiglia e cercano il riscatto in sogni d’amore, gioia, condivisione, rispetto ed accettazione sociale.

Questo loro percorso iniziatico prende avvio dall’intervento della levatrice e regina delle fate Mab (ruolo minore interpretato dalla stessa regista Emma Dante e che trae evidentemente ispirazione dall’omonimo personaggio scespiriano del “Romeo e Giulietta”) che istruisce tre fate dai diversi poteri soprannaturali (quella parlante, quella danzante e quella cantante) affinchè tramite un sortilegio ed un mistico processo di metempsicosi instillino nelle pulle la loro anima femminile, dando vita ad un ibrido che trascende i sessi e sfida lo stolto bigottismo della società. Da quel momento l’intreccio narrativo si snoda attraverso i racconti di vita delle cinque prostitute che, in una continua, disturbata e disturbante alternanza di stati d’animo contrastanti ci sprofondano nell’abisso di ferite sanguinanti ed infanzie violate per poi risollevarci subito dopo grazie ad un fervido entusiasmo e ad un’ingenua ma tenace speranza in un futuro di felicità e liberazione.

Il primo acquerello a tinte fosche ed opprimenti è quello dipinto da Rosi che rievoca il suo rapito stupore nell’assistere estasiata ad una rappresentazione de “Il lago dei cigni” di Ciajkovskij; al termine dello spettacolo era stata aggredita da una masnada di balordi e, mentre la sua carne veniva violata brutalmente con un palo arrugginito, lei sognava di poter diventare una ballerina e che il principe azzurro del balletto arrivasse a cavallo del suo fido destriero per salvarla. In una delle scene più toccanti e struggenti dell’intera pièce, la pulla racconta questo devastante episodio che ha rappresentato una svolta cruciale per la sua esistenza, danzando con leggerezza ed euforia per l’intero palcoscenico inseguita da un’inquietante macchinetta telecomandata con dei fari che emettono una luce fredda e glaciale, a simboleggiare la mostruosa malignità ed intolleranza degli aggressori che stuprano il suo corpo e lasciano un segno indelebile sulla sua anima. Ritornando nel presente incontriamo le cinque prostitute riunite nel loro postribolo mentre, con l’ausilio delle loro fate madrine, si agghindano per rendersi appetibili per i loro clienti: in un rito meccanico, frenetico e quasi ossessivo le vediamo coprirsi il volto di un trucco volgare e pesante, sembrerebbe con l’intento di mascherare le profonde cicatrici loro inflitte dalla vita. In questo frangente Stellina ci racconta con orgoglio della sua storia d’amore con Rocco, uomo che secondo lei condivide il sogno di un matrimonio felice, da celebrarsi in chiesa al di là di ogni pregiudizio e dell’ottuso perbenismo borghese, coltivando anche magari in futuro l’idea di adottare un bambino; in realtà però non si tratta di altro che di un cliente come tanti altri che si vergogna di lei, la cerca solamente di notte per del sesso senza complicazioni e trasgressivo, blandendola con queste allettanti promesse ed il sontuoso e romantico matrimonio resterà un sogno, che prenderà consistenza solamente nella sua fantasia e nella dimensione onirica parallela da lei condivisa con le sue quattro compagne di questa accidentata avventura terrena.

Altrettanto straniante e disperata è la situazione di Sara che priva ostinatamente il suo corpo del cibo necessario per il naturale sostentamento inseguendo il miraggio di un fisico filiforme che, secondo lei, la renderebbe più attraente e desiderabile agli occhi dei suoi clienti; preda di uno dei suoi raptus bulimici si ingozza al centro del palcoscenico, vomitando il cibo ingurgitato e con esso tutto il dolore di una vita deturpata. Solamente l’intervento delle tre fate riuscirà a lenire questa disperazione convincendola ad ingoiare il cibo che potrà essere nuova linfa vitale per il suo corpo, avvicinandola così ad una condizione di maggiore accettazione e serenità. La storia più drammatica è però indiscutibilmente quella di Moira, iniziata alla via della prostituzione alla tenera età di dodici anni dalla madre che, per trovare una soluzione alla povertà in cui versava la famiglia, la costrinse a vestirsi da donna e a farsi possedere da uno squallido pedofilo sul tavolo della cucina. Infine un doloroso percorso di acquisizione di consapevolezza è stato quello di Ata, trans nata in un corpo maschile ma che sin dai primi anni di vita aveva percepito distintamente la propria natura femminile: sua madre era morta nel metterla alla luce, mentre il padre, un modesto ed ignorante calzolaio, non aveva potuto accettare la sua condizione, costringendola ad abbandonare la famiglia e a rifugiarsi quindi nella via della prostituzione e nel microcosmo chiuso e protettivo del bordello.

Il culmine di questo intenso e sconvolgente viaggio emotivo è la scena del matrimonio di Stellina, che non pertiene al mondo reale ma piuttosto ad una sfera parallela in cui i sentimenti umani sono rispettati e tutelati dalla società, in cui Dio ama tutti i propri figli al di là delle scelte sessuali compiute e degli errori che hanno segnato le loro esistenze. Indossato il suo abito da sposa ed accompagnata dal corteo delle altre pulle, l’appassionata Stellina, con la sua verace carica espressiva e una sincera commozione, innalzerà un grido straziante che si insinuerà nell’anima di ogni singolo spettatore inducendo alla riflessione, veicolando con forza e grande lirismo il messaggio di uguaglianza e solidarietà umana di questo prezioso testo teatrale. Un finale di alta tensione immaginifica e simbolica, in cui le pulle che svolgono il ruolo di damigelle in questo improbabile matrimonio, dopo una danza mistica che ricorda da vicino quella sacra dei dervisci, espellono l’ingombrante natura maschile dal loro corpo terreno gonfiando delle bambole sessuali dotate di considerevoli propaggini falliche; poco dopo, subito prima che il sipario cali definitivamente su questa storia di un’umanità affascinante e distorta, una fata sgonfierà questi simulacri plastificati e privi di vita, li caricherà sulle proprie spalle assumendone in volto le stesse sembianze inespressive, e volteggiando li porterà via con sé.

L’orchestrazione di questa baraonda di suoni, colori ed emozioni è perfetta in ogni dettaglio senza apparire mai artificiosa; la direzione registica di Emma Dante sa valorizzare con grande vividezza lo straordinario talento recitativo degli attori della sua compagnia (tra i quali vanno sicuramente menzionati Ersilia Lombardo e soprattutto l’ottimo Carmine Maringola) e dosare in maniera equilibrata e piacevole le parti recitate e quelle cantate. La scenografia ed i costumi, curati peraltro in prima persona dalla stessa poliedrica regista-autrice, seducono lo spettatore con sontuosità e ricchezza e, grazie al connubio con suggestivi effetti di luce, contribuiscono a creare una creatura che sarebbe riduttivo definire banalmente come un semplice spettacolo di intrattenimento, poiché in questo caso si è avuto il privilegio di assistere ad una vera e propria opera di inestimabile arte teatrale. L’unico inconveniente forse ravvisabile in questo testo è la difficoltà di comprensione di taluni passaggi a causa dell’utilizzo del dialetto palermitano stretto; naturalmente i contenuti estremamente drammatici, il modo di affrontarli diretto, schietto e provocatorio e la lasciva e sfrenata irriverenza di alcune scene ne suggeriscono la visione ad un pubblico maturo. Al di là di queste evidenti constatazioni, non ci rimane che consigliarvi di non perdere assolutamente l’occasione di assistere a questa eccezionale “operetta amorale”, uno degli spettacoli più intensi e viscerali sinora apprezzati nel corso di questa stagione teatrale. Non è pertanto un caso se la prima rappresentazione al Teatro Valle di Roma è stata accolta da applausi fragorosi tributati all’intera compagnia, richiamata sul palco numerose volte, e soprattutto alla sua punta di diamante dall’inarrestabile genio creativo, Emma Dante.

Sequenza dello spettacolo: http://www.youtube.com/watch?v=18PX-boxD5Y

 

Teatro Valle – via del Teatro Valle 21, 00186 Roma

Informazioni: telefono 06/68803794

Botteghino: dal martedì alla domenica dalle ore 10.00 alle 19.00

Biglietti: platea/palchi di platea 30,00€ (ridotto 26,00€), palchi di I e II ordine 25,50€ (ridotto 21,50€), palchi di III ordine/galleria 16,00€ (ridotto 14,00€)

Orario spettacoli: martedì 12/01 ore 19.00, mercoledì 13/01 ore 20.45, giovedì 14/01 ore 20.45, venerdì 15/01 ore 20.45, sabato 16/01 ore 20.45, domenica 17/01 ore 16.45, martedì 19/01 ore 19.00, mercoledì 20/01 ore 16.45, giovedì 21/01 ore 20.45, venerdì 22/01 ore 20.45, sabato 23/01 ore 20.45, domenica 24/01 ore 16.45

Altri spettacoli della monografia dedicata ad Emma Dante:

VITA MIA – lunedì 11/01 ore 20.45, lunedì 18/01 ore 18.15 e 20.45

ACQUASANTA, Studio sui personaggi e non sulla storia – lunedì 25/01 ore 18.15 e 20.45

 

Articolo di: Andrea Cova

Grazie a: Ufficio Stampa ETI (Ente Teatrale Italiano)

Sul web: www.teatrovalle.itwww.emmadante.it

 

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