Le città invisibili - Teatro di Villa Torlonia (Roma)

Scritto da  Domenica, 02 Ottobre 2016 

Lo spunto drammaturgico insito in “Le città invisibili” non risolve del tutto la questione del rapporto tra teatro e letteratura; ciò nonostante l'opera di Italo Calvino possiede una potenza narrativa totalizzante che il regista Ivan Vincenzo Cozzi riesce a ben rappresentare come "una miscela di presente e futuro, di profumi di antiche spezie o di accenti metropolitani" con l'innesto riuscito di coreografie, danze orientali e atmosfere ricreate dalle belle musiche originali di Tito Rinesi, dai costumi sontuosi di Marina Sciarelli e dai profumi di antiche spezie.

 

Produzione Argillateatri presenta
LE CITTA' INVISIBILI
di Italo Calvino
regia di Ivan Vincenzo Cozzi
con Alessandro Vantini, Brunella Petrini, Alessandra Aulicino, Lidia Miceli
musiche originali di Tito Rinesi
scenografie di Cristiano Cascelli
costumi per gentile concessione di Marina Sciarelli
consulenza costumi Marco Berrettoni Carrara
tecnico luci/fonica Nino Mallia
organizzazione Isabella Moroni

 

Forse non tutti sanno che da ragazzino alle prime armi Italo Calvino aveva un debole per il teatro e voleva diventare commediografo. Anzi il suo esordio fu proprio con un testo teatrale che non raccolse molti consensi inducendolo ad appassionarsi ai fumetti, sulle orme di Cesare Zavattini direttore artistico dell'area comics della Mondadori e collaboratore di Topolino, prima dell'affermazione letteraria. In qualche nota autobiografica Calvino ammette che i suoi primi tentativi drammatici presentavano alcuni difetti, tra tutti l'incapacità di ridurre teatralmente un filo del racconto che invece doveva svilupparsi - come avrebbe capito in seguito - in chiave narrativa. Calvino non è il solo drammaturgo fallito (o non riuscito completamente) che poi rivela un'immensa capacità letteraria: se Pirandello può essere portato come esempio - magari con Pasolini - di compenetrazione sinergica tra teatro, cinema e narrativa, Calvino (e con lui Camilleri che però non lo ammetterà mai) sono all'opposto grandi narratori che nascono dalla rinuncia alla forma teatrale. Calvino, insomma, era perfettamente cosciente che il suo modo di rappresentare la realtà fosse un modo di raccontare che sfuggiva ad una definizione o riduzione drammaturgica.

Nei suoi scritti teorici Calvino infatti definisce l'attività dello scrittore come una interiorizzazione della realtà che attraverso lo strumento della penna - è una sua espressione - viene rigenerata in una realtà narrata non su un piano di rappresentazione, bensì di finzione letteraria; da fuori a dentro e da dentro a fuori secondo il processo di introiezione e di rappresentazione del mondo.

E' dunque chiaro che cambiando lo strumento - la penna che genera finzione sulla carta - nel passaggio dalla letteratura alla rappresentazione teatrale, dove l'oggetto fantastico diventa visivo e concreto agli occhi dello spettatore, deve per forza succedere qualcosa di diverso dalla semplice "ri-lettura" o riduzione per la scena. Deve accadere un atto di nuova creazione del testo, che non può essere semplicemente declamato, né interpretato, o soggetto ad una "regia", ma necessita di una vera e propria rielaborazione drammatica: in poche parole di una iniezione di quella drammaturgia di cui lo stesso Calvino sapeva di essere in deficit - anche se questo per lui comportava un incremento alla potenza della qualità letteraria e della forza narrativa.

Non a caso le opere di Calvino non si prestano facilmente ad un adattamento teatrale o cinematografico, tanto che non sono molti i tentativi in tal senso nonostante l'interesse per le sue opere. E' comprensibile allora, considerati questi brevi cenni, che l'impresa di portare in scena un complesso e difficile romanzo come Le città invisibili avesse bisogno in primis di un'idea e di un lavoro drammaturgico sul testo che avrebbe dovuto essere riscritto - tradurre da una forma all'altra è sempre un po' tradire l'originale - per assurgere appunto ad una dimensione drammatica.

Sulla carta beninteso c'erano tutte le premesse per uno spettacolo capace di evocare (cito dal programma) "un connubio unico di arti... una suggestione nella suggestione... un doppio livello scenografico in cui il pubblico viene condotto in un viaggio fantastico tra sogno e realtà sulle orme di Marco Polo", a partire dal teatro di Villa Torlonia che sembra fatto apposta per la creazione di un immaginario che sta a Calvino come il Globe sta al Bardo.

In attesa dello spettacolo rimuginavo su queste considerazioni andando a cercare sul programma di sala il nome dell'autore della versione drammaturgica del romanzo. Non posso tacere che sia stata una sorpresa scoprire che mancava il drammaturgo e che dal nome di Italo Calvino si passava direttamente alla regia di Ivan Vincenzo Cozzi. La cosa mi ha un po' insospettito e allarmato: Calvino, lo dice lui stesso, tutto è tranne che un autore teatrale. Io poi al teatro di regia credo ciecamente, ma con alcuni paletti: solo se c'è un testo drammaturgico su cui operare darei semaforo verde al regista. Altresì mettere in scena Calvino scritto da Calvino è un po' come rappresentare la novella italiana degli Innamorati di Verona al posto di Giulietta e Romeo di Shakespeare: sarà certamente interessante ma rischia di restare un discorso letterario. Col dramma scespiriano può insomma salire in cattedra il regista, invece con la novella del rinascimento italiano il regista deve per forza passare prima a casa di Shakespeare (a meno che non lo sia lui stesso, ma non è questo il caso).

Tuttavia - siamo al punto - scorrendo le note di regia di queste Città invisibili, scoprivo che, nonostante la sparizione del drammaturgo, si era invece eseguita sotto sotto un'operazione drammaturgica sul romanzo di Calvino: interpretando ad esempio il personaggio trino di Marco Polo (da giovane, da uomo e da vecchio) al femminile con due attrici giovani ed una matura (Alessandra Aulicino, Lidia Miceli, Brunella Petrini). Un'idea senz'altro valida e pertinente (nel romanzo le città hanno infatti nome di donna), anche in considerazione del fatto che la versione "al femminile" ha recato una ventata di freschezza e di modernità - una sorta di mondo alla rovescia riletto al femminile - alla rappresentazione. Ripeto bella idea che poteva e forse doveva essere portata avanti drammaturgicamente con maggiore decisione - ad esempio il Riccardo III di Al Pacino, il film-stage in cui un gruppo di giovani si fa guidare da un regista che rimescola le carte estraendo dal mazzo le figure drammatiche, insegna che un testo si può tirare da molte parti come una coperta.

La sensazione è che, nonostante la grandezza dell'opera e la buona vena della regia abile a ricreare suggestioni e atmosfere, nonostante la bravura indiscutibile degli interpreti, il teatro esca di soppiatto di scena per lasciar spazio alla letteratura. E per quanto il romanzo sia di altissimo livello letterario, la versione teatrale soffre dell'insufficiente intermediazione drammaturgica: non si scrolla di dosso l'odore di letteratura da cui il teatro solitamente si ritrae inorridito come un vampiro all'odore dell'aglio. Perché vampirizzato doveva essere il romanzo di Calvino che, nel passaggio dalla pagina alla scena, non si libera della sua patina letteraria. Un effetto probabilmente voluto e dovuto ad uno dei grandi della letteratura contemporanea, al quale non sarebbe però dispiaciuto uno scossone drammaturgico come il ronconiano Orlando furioso.

Il pubblico comunque gradisce molto questa versione ed applaude convinto il bel finale in cui la carta geografica dell'impero immaginario si trasforma nel palcoscenico del mondo.

 

Teatro di Villa Torlonia - via Lazzaro Spallanzani 1, Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06060608, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: sabato 24/09 ore 21 (seguirà una settimana di repliche dal 11 al 16 ottobre al Teatro Sala Uno)

Articolo di: Enrico Bernard
Grazie a: Ufficio Stampa Sara Cascelli
Sul web: www.teatrodivillatorlonia.it

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Commenti   

 
#2 Un dialogo positivoGuest 2016-10-10 20:01
Mi fa molto piacere che tra critica e addetti ai lavori si sviluppi sempre un dialogo
positivo. Tengo solo a precisare che non intendevo, e non vorrei mai farlo,
"approvare" o "bocciare" un lavoro, bensì cerco sempre di presentarlo e discuterlo.
Anche per fornire elementi storici e di confronto allo spettatore.
In questo caso si trattava di un bello spettacolo che poteva aprire un dibattito
sul ruolo e significato della drammaturgia.
E così è stato.
 
 
#1 GrazieGuest 2016-10-09 07:54
grazie di questa recensione che coglie (anche se non "approva") il nostro progetto di rispettare totalmente la scrittura di Calvino cercando di porre la teatralizzazion e soprattutto nell'azione che lega e fa da sottotesto, che introduce e suggerisce.
E grazie di aver offerto ai lettori un'analisi (formula assai rara nella critica odierna)dell'in tero contesto nel quale ci siamo mossi.
Delle molteplici sfumature o delle mai dome piccole difficoltà d'ogni genere che accompagnano un allestimento autoprodotto, poi potremmo parlare a lungo, magari davanti ad un bicchiere di buon vino o ad una tazza di te.
E sarebbe davvero interessante.

Ivan Cozzi e Isabella Moroni
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