Le Beatrici - Teatro Litta (Milano)

Scritto da  Domenica, 21 Dicembre 2014 

In scena al Teatro Litta dal 16 al 31 dicembre, “Le Beatrici” di Stefano Benni, per la regia dello stesso Benni e del Collettivo Beatrici, una produzione Litta produzioni e Bottega Rosenguild.

 

LITTA produzioni - Bottega Rosenguild presentano
LE BEATRICI
di Stefano Benni
regia Stefano Benni & Collettivo Beatrici
assistente alla regia Walter Leonardi
con Valentina Chico, Elisa Benedetta Marinoni, Beatrice Pedata, Gisella Szaniszló, Valentina Virando
consulenza scene e costumi Luca Ralli
disegno luci Paolo Meglio
in collaborazione con Pierfrancesco Pisani, Progetti Dadaumpa, NidoDiRagno
con il sostegno di Spoleto 55 Festival dei Due Mondi e Nuovo Cinema Palazzo
si ringrazia Nora Guazzotti e BisTremila srl di Marioletta Bideri

 

All'inizio dello spettacolo si aggirano spaesate tra gli spettatori in platea. Non hanno compreso bene dove siano, né chi ce le abbia mandate. Sono comiche, sì, e pure spaventate guerriere. Dunque non c'è dubbio alcuno: è la fantasia di Stefano Benni ad averle partorite, ad aver conferito loro il soffio vitale. Per capire con precisione quale sia la loro storia, ci vuole un attimino di pazienza: saranno loro stesse a raccontarsi una per una, non prima però di aver improvvisato a cappella un grammelot dal sapore jazzistico - e di aver imposto, buttando gli oggetti per terra come le bimbe viziate, il primo applauso della serata (difatti l'applauso arriva, fragoroso).

Parliamo delle Beatrici, signori. Con cinque tipini così sui generis, possiamo stare ben tranquilli che la risata si presenta puntuale. È inevitabile. È inesorabbile, come direbbe l'adolescente della comitiva.

Il testo è di Benni, ovvero il masterchef della comicità paradossale. Ma Le Beatrici occupa uno spazio a parte nella sua prolifica produzione. Si respira, in questo lavoro, un'aria un po' meno “lisergica” del solito. Chi ha letto, o anche solo annusato i romanzi e i racconti del narratore bolognese, sa bene che la sua prosa generalmente è piuttosto complessa ed è richiesto, da parte di chi vi si accosta, un buon grado di concentrazione: trame spiazzanti, invenzioni linguistiche inattese, neologismi che la Crusca dovrà affrettarsi ad ufficializzare, perché molti lettori - centinaia di migliaia di lettori - li hanno già adottati da un pezzo.

Le Beatrici è un'altra cosa: leggermente più “pop” rispetto ai suoi canoni consueti. Il che non implica, assolutamente, una riduzione del livello qualitativo nel suo complesso. Solo che l'autore ha scelto, consapevolmente, di esprimersi con un linguaggio più accessibile alle masse. Non a caso, queste talentuose fanciulle in fiore a cui ha affidato il suo Verbo fanno sold-out in qualunque teatro si esibiscano. C'è anche, va detto, la curiosità da parte della gente di osservare come se la cavino cinque ragazze nel registro brillante - perché, non dimentichiamolo mai, esiste un pregiudizio atavico e difficile da scalfire secondo il quale le donne sarebbero incapaci di far ridere. Però, il successo di questo esperimento teatrale è dovuto soprattutto alla volontà di Benni di rivolgersi al vasto pubblico, senza distinzioni di età, razza, censo o istruzione. E il nome della Compagnia - Collettivo Beatrici - non è un ritorno al lessico di nicchia della sinistra antagonista, bensì un omaggio affettuoso a quella stagione di grandi ideologie che lo scrittore non rinnega, ma che appartiene al suo passato di giovane militante.

Le sei figure femminili che si alternano negli 80 minuti della pièce - la Beatrice dantesca che irride le smanie poetiche del Sommo Poeta, la ragazzina mocciosa, la manager felicemente spietata, la suora col diavolo in corpo, la donna in attesa, la licantropa che osserva con perplessità il bestiario umano - sono personaggi nazionalpopolari. In senso gramsciano, beninteso, quindi nell'accezione positiva del termine. La più esilarante è la consorella (che nonostante gli sforzi, non riesce però comunque a toccare gli ineguagliabili apici del grottesco di Suor Cristina Scuccia); la più intensa e commovente è la donna che attende, a cui ha prestato voce un'ispirata Valentina Chico. Aspetta Godot - come tutti noi, del resto - ma è più decisa e meno confusa rispetto a Vladimiro ed Estragone.

Un po' più deboluccia la Beatrice Portinari di Gisella Szaniszlò. Ma la colpa, sia messo nero su bianco, è interamente di Benni. Gisella, da par suo, possiede una verve eccezionale, un'energia pazzesca che già abbiamo avuto occasione di ammirare in altri frangenti. Del resto, capitava anche a Omero di sonnecchiare ogni tanto (Homerus aliquando dormit), perciò può succedere pure al “dottor Doc delle Due Torri” (capigliatura simile al protagonista di Ritorno al futuro, verificatelo voi stessi se lo incrociate in Piazza Maggiore, n.d.r.), di schiacciare un pisolino di quando in quando.

Questo comunque non significa che il monologo in sé sia particolarmente inefficace, ma manca il guizzo del genio a cui ha abituato noi lettori da oltre trent'anni. Se vogliamo proprio fare i cattivelli fino in fondo, la pubblicità dei rotoloni Foxy Mega - quindici secondi in cui la musa di Dante rimbrotta il medesimo perché la scrittura della Commedia gli sta facendo sprecare un mucchio di carta - è più divertente. E comunque, ribadiamolo ancora una volta: Gisella vivacizza il tutto, sfoderando oltretutto dei tempi comici notevolissimi.

Le Beatrici, lo sottolineiamo di nuovo, è un po' differente rispetto alla norma bennista. Per afferrare la quintessenza dell'universo del Nostro, così terreno e così onirico nel contempo, è preferibile rivolgersi a Suite, che abbiamo seguito con piacere nei mesi scorsi al Teatro Menotti.

L'unico sussulto à la Benni è il finale delle licantrope. Lì c'è dentro tutto il suo mondo: la fantasia caleidoscopica, l'antropomorfizzazione delle bestie, che risultano più mature degli esseri umani in carne e ossa (nello specifico un lupo, e Lupo peraltro è il soprannome di Benni, perché da ragazzino abbaiava alla luna come il canide), l'indignazione civile, la poesia metropolitana.

Per usare un termine del gergo calcistico, questa rappresentazione nel più antico teatro di Milano vince e convince. Del resto pochi sanno che il creatore di Bar sport rischiava davvero di farsi strada come calciatore, poi un brutto infortunio ha posto fine bruscamente alle velleità pallonare, traghettandolo dai campetti in erba sintetica alla sintesi letteraria. Perché nei suoi scritti non sbrodola mai: c'è un ordine nel suo caos creativo. E soprattutto, c'è sempre una grande e appassionata tensione morale. Con Beatrici ha voluto dare all'altra metà del cielo quello che appartiene all'altra metà del cielo. Le donne lo incuriosiscono ma forse, come tutto ciò che non si svela del tutto, in parte lo spaventano, lo turbano. Tutto questo si sposa alla perfezione con lo spirito turbante e conturbante che, da tempo immemore, contraddistingue i cartelloni del Litta.

 

Teatro Litta - corso Magenta 24, 20123 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/86454545, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 20.30, domenica ore 16.30, riposi 22, 23, 24, 25 dicembre; 31 dicembre recita straordinaria con festa di fine anno
Biglietti: intero € 21, ridotto € 11/15
Durata: 80 minuti

Articolo di: Francesco Mattana
Grazie a: Diana Belardinelli, Ufficio stampa Teatro Litta
Sul web: www.teatrolitta.it

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