La vita cronica - Teatro Vascello (Roma)

Scritto da  Sabato, 09 Marzo 2013 

Dal 27 febbraio al 17 marzo. Un' epopea corale, violenta, lacerante, che si insinua nella psiche dello spettatore catturandola inesorabilmente con mesmerica potenza suggestiva. Tutto questo è "La vita cronica", l'ultimo lavoro drammaturgico dell'Odin Teatret di Eugenio Barba presentato in prima nazionale all'Auditorium Parco della Musica e successivamente in scena al Teatro Vascello a suggellare un mese intero di permanenza della storica compagnia di Holstebro nella capitale, costellato di incontri, laboratori e appuntamenti performativi imperdibili, tangibile testimonianza della filosofia del "barattare l'arte con l'arte" che ha da sempre sostanziato ed arricchito l'attività di questa unica e preziosa compagine teatrale, nel costante incontro e scambio reciproco con le realtà culturali e le dinamiche sociali dei più disparati paesi tra Oriente e Occidente.

 

 

 

 

LA VITA CRONICA
di Ursula Andkjær Olsen e Odin Teatret
con Kai Bredholt, Roberta Carreri, Jan Ferslev, Elena Floris, Donald Kitt, Tage Larsen, Sofia Monsalve, Iben Nagel Rasmussen, Fausto Pro, Julia Varley
dramaturg Thomas Bredsdorff
consigliere letterario Nando Taviani
disegno luci Odin Teatret
consulente luci Jesper Kongshaug
spazio scenico Odin Teatret
consulenti spazio scenico Jan de Neergaard, Antonella Diana
musica melodie tradizionali e moderne
costumi Odin Teatret, Jan de Neergaard
direttore tecnico Fausto Pro
assistenti alla regia Raúl Iaiza, Pierangelo Pompa e Ana Woolf
regia e drammaturgia Eugenio Barba
Una produzione Nordisk Teaterlaboratorium (Holstebro), Teatro de La Abadía (Madrid), The Grotowski Institute (Wroclaw)

 

 

Inutile e limitante, forse addirittura frustrante, si rivelerebbe il tentativo di individuare nel percorso artistico-spirituale tracciato da "La vita cronica" una limpida linea narrativa, un file rouge univoco, il rassicurante concetto di "trama". Il riferimento riportato nella sinossi ad una chimerica ambientazione nel 2031, al termine della terza guerra civile, parallelamente in Danimarca e in altri non meglio precisati paesi europei, risponde ad un mero intento di contestualizzazione che non si traduce però sul palcoscenico in nulla di chiaramente decifrabile.
Teli neri circoscrivono lo spazio della rappresentazione in modo intimo ed avvolgente: una passerella lignea alla cui estremità si staglia una parete disseminata di ganci da macelleria, al centro della pedana un feretro e poco distante un cadavere ricoperto da un sudario bianco; ineffabilmente affascinante questo microcosmo oscuro e raccolto, ben sottolineato da un disegno luci calibratamente attento a valorizzare ogni dettaglio e dalla regia visionaria e al contempo tecnicamente ineccepibile di Eugenio Barba, ossessivamente scrupolosa nell'orchestrare recitazione, movimento corporeo e tessitura musicale a cavallo tra tradizione folklorica e moderne sonorità rock; il pubblico viene immerso senza mediazioni all'interno della vorticosa azione scenica attraverso un abbattimento radicale della quarta parete, trovando collocazione su delle gradinate disposte sui lati lunghi del palco, impossibile non intrecciare sguardi ed emozioni con quelli degli interpreti e degli spettatori della tribuna opposta.
In una Babele magmatica di idiomi, suoni, colori, immagini che si imprimono indelebilmente in profondità in ciascuno di noi, incontriamo una nutrita schiera di personaggi, ciascuno con il proprio vissuto tormentato e le proprie aspirazioni neglette: un ragazzo approdato dall'America Latina sui lidi europei alla disperata ricerca del padre scomparso, i cui occhi sono accecati a testimoniare l'atroce vacuità del suo peregrinare senza indizi nè meta; la vedova di un combattente basco, drammaticamente assuefatta al dolore del lutto, al detergere i cadaveri dei propri cari che hanno finito per soccombere all'efferatezza priva di senso della guerra, eppure travolta da uno spasmo di sofferenza tanto ineludibile e sconvolgente quanto subitaneo, effimero; una inquietante Madonna nera immersa in una ritualità ancestrale, divisa tra i fendenti della sua spada, le carte da gioco simbolo dell'ineluttabilità del fato che domina le umane vicende e la venerazione di simulacri di culti senza tempo; una casalinga rumena dalla perfezione plastificata, che sotto la patina di un'allegria pervicacemente ostentata cela un abisso insondabile di sconforto, tanto da sfiorare il suicidio in innumerevoli occasioni durante lo spettacolo; le incursioni spaesate di un avvocato danese, un ruvido chitarrista rock delle isole Faroe, una talentuosa violinista di strada italiana; la presenza minacciosa di due guerriglieri mercenari, pronti ad avventarsi senza rispetto nè ritegno sulle creature indifese protagoniste di questo dolente percorso esistenziale.
Personaggi fortemente emblematici, diametralmente lontani per vissuto e provenienza geografica, ma accomunati dal disperato tentativo di non soccombere a una realtà respingente e inospitale, dove risulta annientata ogni speranza di pace e solidarietà umana. Personaggi incarnati con stupefacente solidità attoriale, potenza espressiva, presenza scenica e viscerale convinzione dalla compagnia multietnica dell'Odin Teatret, polo attrattivo di lingue, culture e tradizioni, ormai da cinque decenni impegnato in una sperimentazione teatrale di grande originalità e scevra dalla benchè minima concessione a convenzioni o logiche commerciali. Prove recitative che si integrano magistralmente con il fondamentale elemento drammaturgico rappresentato dalla musica - sapientemente bilanciata tra folklore e modernità, vibrante poesia e straniante contrappunto ironico - e con un allestimento scenografico che assurge a pieno titolo al ruolo di protagonista, disseminato di oggetti dalla valenza evidentemente archetipica come il ghiaccio che prima si dissolve nello stillicidio di gocce raccolte in un elmetto da guerra per poi infrangersi in una miriade di frantumi scagliato contro il suolo, le monetine che a più riprese si abbattono in piogge copiose, spettro di un consumismo invocato ma di cui si è finiti per diventare inconsapevolmente vittime o le bare di vetro all'interno delle quali fantocci inanimati attendono esseri umani per un estremo e dolente ricongiungimento.
Ci immergiamo pertanto con totalizzante adesione nel movimento parossistico di questi personaggi alla deriva, rimanendo storditi dalla bellezza di un'opera di estrema eleganza e intensità, per poi sciogliere la tensione e l'energia immagazzinate attraverso questo viaggio estatico in uno scrosciante applauso che omaggerà gli interpreti senza vederli tornare sul palcoscenico. Artisti di tale cristallina purezza da rifuggire probabilmente il materialismo di questo contatto finale col pubblico, al quale si donano con inesauribile generosità solo ed esclusivamente attraverso la loro pregiata arte teatrale. Un appuntamento imperdibile per gli estimatori del teatro di ricerca contemporaneo, in scena al Teatro Vascello fino al 17 marzo.

 

Teatro Vascello - via Giacinto Carini 78, 00152 Roma (zona Monteverde Vecchio)
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/5881021 – 06/5898031, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal mercoledì al sabato ore 21, domenica ore 18
Biglietti: intero € 20,00; ridotto € 15,00; ridottissimo studenti, promozioni gruppi di almeno 10 persone € 12,00

 

Articolo di: Andrea Cova
Foto di: Tommy Bay
Grazie a: Cristina D'Aquanno, Ufficio stampa Teatro Vascello
Sul web: www.teatrovascello.it

 

 

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