La Vita Cronica - Teatro Elfo Puccini (Milano)

Scritto da  Sabato, 25 Ottobre 2014 

Per due settimane l'Odin Teatret è approdato all'Elfo Puccini con "La Vita Cronica", spettacolo del 2011 per la prima volta in scena a Milano; a corollario di questo evento tantissime performance, dimostrazioni-spettacolo, conferenze e incontri, seminari pratici e Master Class, presentazioni di libri, film in diversi luoghi simbolo della città.

 

LA VITA CRONICA
di Ursula Andkjær Olsen e Odin Teatret
con Kai Bredholt, Roberta Carreri, Jan Ferslev, Elena Floris, Donald Kitt, Tage Larsen, Sofia Monsalve, Iben Nagel Rasmussen, Fausto Pro, Julia Varley
dramaturg Thomas Bredsdorff
consigliere letterario Nando Taviani
disegno luci Odin Teatret
consulente luci Jesper Kongshaug
spazio scenico Odin Teatret
consulenti spazio scenico Jan de Neergaard, Antonella Diana
musica melodie tradizionali e moderne
costumi Odin Teatret, Jan de Neergaard
direttore tecnico Fausto Pro
assistenti alla regia Raúl Iaiza, Pierangelo Pompa e Ana Woolf
regia e drammaturgia Eugenio Barba
una produzione Nordisk Teaterlaboratorium (Holstebro), Teatro de La Abadía (Madrid), The Grotowski Institute (Wroclaw)

 

Rigore. Questo il sostantivo che viene in mente ripensando allo spettacolo. Questa l’atmosfera che ci accoglie entrando. C’è Julia Varley ad aprire le tende della sala insieme alle maschere del teatro perché all’Odin Teatret non c’è posto per il divismo. E lo spettacolo inizia così, con il pubblico che viene severamente stipato negli spalti e invitato a stare seduto e composto.

La scenografia è rudimentale, verrebbe da dire brutta. Ganci da macellaio, una piattaforma fatta con assi di legno, una brutta bara di compensato, un pupazzo dalle sembianze di ragazzino sul fondo.

Entra in scena una specie di maga, vestita in nero. E dopo di lei, uno ad uno tutti gli altri personaggi. Siamo all’interno di una sorta di futuribile, nel 2031, e il protagonista è un ragazzo (del quale il pupazzo è probabilmente l’alter ego) che sta cercando suo padre morto in guerra. In realtà questo “ragazzo” è interpretato da una giovane attrice dai lineamenti molto femminili, quindi la lettura che stia interpretando un ruolo maschile non è del tutto comprensibile e senza dubbio non aiuta lo spettatore. Detto ciò, molte sono le cose date per scontate, nel leggere la descrizione fatta dello spettacolo e nel vederlo c’è un grande divario. Non è comprensibile. Non è leggibile. Non è sempre perfettamente fruibile perché si è spesso colti da stanchezza per il doversi continuamente sforzare di entrare in un mondo, un codice, che ci sono volutamente preclusi.

Guardando questo spettacolo infatti si avverte la sensazione del posizionarsi dietro ad una porta chiusa a spiare dal buco della serratura. Stiamo rubando immagini di un mondo lontano, parallelo, fatto di canti, suoni e modalità espressive che hanno evidente e profondo significato per chi le sta attuando, ma che per noi oggi nel 2014 suscitano solo lontani e oscuri ricordi.

Eppure è innegabile la bravura di questi attori. Ognuno di loro. Soffermandosi a guardarli - ed era facile perché eravamo vicinissimi - si resta impressionati se non incantati dalla loro capacità di essere quella cosa. Nessun giudizio. Nessun artificio. Un’incarnazione. E tutto questo nel pieno di uno spettacolo portato all’estremo dell’artificiosità. Ci verrebbe da dire che hanno trovato il segreto, la chiave di accesso ad un mondo e ci mostrano questa bellezza e questa competenza, sì ce la mostrano, ma non sono realmente interessati a condividerla con noi. Tutto lo spettacolo sembra dire esattamente questo: “Guarda come sono tecnicamente ben fatto. Guarda come noi attori siamo superbi. Guarda.” ma non c’è un interesse reale a coinvolgere lo spettatore, non c’è dall’altro lato nessuna domanda riguardo a chi sta dedicando loro il tempo, la minima preoccupazione riguardo al pubblico. E così, se da un lato è d’obbligo togliersi il cappello di fronte a uno spettacolo così e di fronte ad un’istituzione qual’è l’Odin Teatret dalla quale il teatro contemporaneo di mezzo mondo ha preso (e vedendo questo spettacolo ci si rende conto di quanti registi contemporanei in Italia abbiano un debito di gratitudine nei confronti di Eugenio Barba e i suoi attori e abbiano cercato a tutti i costi di imitarlo), dall’altra parte ci si sente un po’ strani uscendo dal teatro. Forse siamo degli stupidi? O solo troppo abituati a “le cose sono solo quello che sembrano” e non più alla ricerca dell’immaginifico? Oppure abbiamo partecipato a qualcosa che non è stato fatto per noi?

Ognuno troverà da sè la sua risposta. E' comunque innegabile che sia d’obbligo conoscere l’Odin Teatret; almeno una volta nella vita andrebbero visti gli occhi di Julia Varley sulla scena e quello che Iben Nagel Rasmussen è ancora in grado di fare e dare energeticamente alla bella età di quasi sett’anni (classe 1945).

Alla fine gli attori dell’Odin Teatret non escono a prendere gli applausi. Eh sì, nessun divismo e nessuno scambio.

 

Teatro Elfo Puccini (Sala Fassbinder) - corso Buenos Aires 33, 20124 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/00660606, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21, domenica e lunedì riposo
Biglietti: intero 26.50 €, ridotti (giovani <25 anni, anziani >65 anni) € 16
Durata: 70 minuti senza intervallo

Articolo di: Caterina Paolinelli
Foto di: Tommy Bay
Grazie a: Ufficio stampa Giulia Tatulli
Sul web: www.elfo.org - www.odinteatret.dk

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