La vertigine del drago - Teatro Ambra alla Garbatella (Roma)

Scritto da  Domenica, 02 Marzo 2014 

Dal 25 febbraio al 2 marzo. A due anni dal debutto al Festival dei Due Mondi di Spoleto, torna in scena per una breve tourneè da un estremo all'altro della penisola - dal Teatro Musco di Catania all'Ambra alla Garbatella di Roma, passando per il Sala Fontana di Milano - l'inconsueto e coinvolgente "La vertigine del drago", lavoro teatrale scaturito dalla vivida sinergia tra la scrittura drammaturgica di Alessandra Mortelliti e la regia di Michele Riondino. I due artisti, tanto giovani quanto talentuosi ed animati da una non comune sensibilità nell'affondare uno sguardo critico tra le pieghe del disagio sociale e dell'alterità culturale, sono anche gli unici protagonisti di una pièce brillante che, senza demagogia, patetismo o il fermo proposito di ricavarne un messaggio edificante o una morale assoluta, dispiega dinanzi allo spettatore uno spaccato di umanità crudo, lacerante e denso di emozione.

  

Produzione Associazione Culturale Artisti Riuniti
in associazione con Palomar e in collaborazione con 15 Lune Produzioni presentano
LA VERTIGINE DEL DRAGO
di Alessandra Mortelliti
supervisione al testo Andrea Camilleri
con Michele Riondino e Alessandra Mortelliti
regia Michele Riondino
assistente alla regia Diego Sepe
scenografia e costumi Biagio Fersini
disegno luci Luigi Biondi
trucco Eva Nestori
assistente ai costumi Sandra Astorino
direttore tecnico Daniele Torracca
tecnico Francesco Traverso
organizzazione Annalisa Gariglio
ufficio stampa Claudia Scuderi
foto di scena Giacomo Cannata - Windmill Digital Design

 

 

La sferzante carica di un brano dei 99 Posse, che incastona in un vortice martellante notizie di telegiornali riguardanti efferati assalti neonazisti contro gli extracomunitari, segna l'incipit dell'atto unico e ci proietta immediatamente all'interno dello spazio angusto e claustrofobico, una sorta di squallido garage-bunker di periferia, in cui si dipanerà l'intero intreccio narrativo. Taglienti geometrie asimmestriche di un grigio ottundente, una brandina spartana, una sedia fatiscente ed un malridotto televisore, con l'unica apparente via di fuga rappresentata da una saracinesca di un rosso scarlatto che si staglia al centro del palcoscenico, in vigoroso contrasto cromatico e in un evidente parallelismo col sangue che ben presto si vedrà sgorgare.


Due anime sconfitte, deprivate di ogni miraggio di prospettiva futura, annegate nella solitudine, si ritrovano proprio malgrado a contrapporre il loro disagio, scoprendo inaspettatamente più punti di contatto di quanto si sarebbe solo lontanamente potuto ipotizzare. Francesco è un giovane skinhead violento, sia verbalmente che fisicamente, ignorante, in realtà privo dei mezzi e della consapevolezza necessari per interpretare con lucidità il mondo che lo circonda; per questo trova rifugio negli ambienti di estrema destra, facendosi stringere dal confortevole abbraccio dei confratelli dell'Ordine ed accettando di compiere azioni di atroce crudeltà come incendiare un campo rom, così da sterminare "gli zingari che ci vengono a rubare il lavoro, che si fingono poveri ma invece sono ricchi e rubano", questi i luoghi comuni tramutatisi in ferree convinzioni ripetute come un mantra assordante che stordisca la volontà e la coscienza. Proprio in uno di questi raid disumani, il ragazzo viene ferito gravemente al costato da una pallottola e per mettersi in salvo escogita lo stratagemma di prendere come ostaggio l'inerme e terrorizzata Mariana, scaraventandola nel sordido garage dove vive. Inizialmente la tempesta di insulti volgari, gratuite oscenità e ciniche violenze, ulteriormente incattivito dalla ferita sanguinolenta che non cessa di dispensare spasmi e dolore insopportabile. Ora dopo ora la giovane sinti ha però l'opportunità di svelare la propria identità, radicalmente lontana dallo stereotipato clichè attribuito alla sua etnia; un'esistenza tutta in salita, molto scoscesa, la sua: anzitutto la disabilità fisica, una vistosa zoppia provocata da un incidente durante l'infanzia, e gli attacchi epilettici che non le concedono requie; poi, a complicare ulteriormente le cose, un matrimonio combinato con un anziano vedovo che imbriglia qualunque suo timido tentativo di emancipazione, come l'impensabile proposito di studiare medicina, sogno da lei coltivato in segreto seguendo sotto mentite spoglie alcune lezioni all'università.


Due individui annientati dalla società, reietti ed esclusi finanche dai rispettivi clan di appartenenza che, proprio nelle contingenze di massimo pericolo, li abbandonano completamente alla deriva. La zingara Mariana, sebbene brutalmente rapita ed in balia di un branco di feroci aguzzini, non viene in alcun modo cercata dai suoi familiari, totalmente insensibili al suo destino. Il ruvido combattente neonazista Francesco attende invece con ansia febbrile la telefonata dei confratelli dell'Ordine per avere supporto e indicazioni su come districarsi dalla scomoda situazione in cui è incappato, con una ferita potenzialmente mortale a tormentarlo e un ostaggio in casa di cui sbarazzarsi. Ogni qualvolta il suo cellulare squillerà - sulle note anacronistiche e grottesche di "Faccetta nera" - le sue aspettative saranno però frustrate, fin quando non gli verrà intimato di attendere l'arrivo dei suoi compagni, fermamente decisi a vendere la loro preda indifesa, in chissà quale macabro commercio.


Ecco che, da questa solitudine in fondo gemella, scaturisce un barlume di comunanza e rispetto reciproco: Mariana, grazie alle nozioni mediche assimilate in totale segretezza, rimuove il proiettile conficcato nel torace del suo carceriere alleviando il suo supplizio; viceversa Francesco, in qualche modo ammorbidito dallo spirito indipendente e dalle turbolente traversie fisiche ed affettive sperimentate dalla giovane zingara, in una sequenza in flashback particolarmente lancinante ed incisiva disvela i fantasmi del proprio passato - la patologia che gli ha impedito di proseguire il suo lavoro di muratore ("la vertigine del drago" del titolo), il naufragio di un rapporto d'amore rimasto vittima dell'abitudine e delle difficoltà economiche e soprattutto la tragica morte della figlioletta nata da questa unione, per un incidente causato dalla sua imperizia e leggerezza di padre superficiale ed incosciente del proprio ruolo. Comprenderemo dunque a questo punto quale sia stato il percorso che ha condotto un ragazzo come tanti a tramutarsi in una bestia senza scrupoli come quelle che affollano i telegiornali; e questa imprevedibile comunanza forse cambierà la sorte dei due protagonisti, in un epilogo che sovvertirà gli schemi precostituiti, deragliando dai binari troppo rigidi in cui i due sembravano aver instradato le proprie esistenze.


Estremamente riuscita la simbiosi tra testo drammaturgico, direzione registica e interpretazione. Se non stupisce difatti la solidità scenica, il carisma e la potenza espressiva di Michele Riondino - doti già più volte apprezzate al cinema, in televisione (ad esempio ne "Il Giovane Montalbano" che porta la prestigiosa firma di Andrea Camilleri, in occasione di questo progetto nel ruolo di supervisore al testo) e soprattutto negli spettacoli teatrali della sua compagnia storica, Circo Bordeaux, fondata assieme a Marco Andreoli - anche la sua prima regia non delude affatto le aspettative. L'approccio orientato ad un realismo esasperato, che ben si adatta alla sofferta drammaticità e all'attualità delle vicende narrate, trascolora con naturalezza in alcuni passaggi particolarmente suggestivi nella sfera dell'onirico e della rimembranza, ad esempio allorchè ci si addentra tra i sogni della protagonista femminile attanagliata dal panico oppure quando ci si inabissa nei dolorosi ricordi del giovane naziskin, comprendendo le effettive ragioni alla base dei suoi comportamenti. Sequenze efficacemente supportate dalle atmosfere musicali lisergiche dei tedeschi Moderat, nonchè dal pregiato disegno luci di Luigi Biondi che enfatizza subitanei cambi di registro, sottolinea emozioni, offre allo spettatore inedite chiavi di lettura del vissuto interiore dei personaggi.


La modernità coinvolgente della direzione registica del caparbio e talentuoso Riondino accentua l'iperrealismo del testo di Alessandra Mortelliti, un testo che trova i suoi punti di forza nel ritmo sempre sostenuto tale da non conoscere cali di tensione, nel progressivo ed avvincente disvelamento della più intima natura dei protagonisti (dapprima ridotti al rango di clichè macchiettistici, poi sempre più capillarmente ed originalmente tratteggiati), nel linguaggio ruvido e pungente che progressivamente si stempera in note a metà strada tra il sarcastico e il grottesco. Dopo il successo riscosso da “Famosa”, opera prima che raccontava il disagio sociale di un giovanissimo transessuale, l'autrice torna dunque ad affrontare la tematica dell'inclusione sociale del "diverso", dell'accoglienza dell'alterità culturale ed etnica, offrendo un coraggioso e personale punto di vista: senza la prosopopea di voler offrire messaggi dalla valenza universale o panacee che allevino gli stridenti contrasti che dilaniano la collettività, questo spettacolo intenso e i suoi due personaggi - con la distanza incolmabile che li separa, l' apparente incomunicabilità che li contrappone ed il risolutivo comprendersi a vicenda e salvarsi da un epilogo senza ritorno - colpiscono in profondità lo spettatore, inducendolo ad una doverosa riflessione che lo accompagnerà ben oltre il serrarsi del sipario.


"La vertigine del drago" merita fuor di dubbio ulteriore visibilità sui palcoscenici italiani, la forza e la profondità di quest'opera richiedono certamente di essere apprezzate ancora e da più spettatori possibile; così come merita attenzione il convincente percorso autorale di Alessandra Mortelliti e la poliedrica, imprevedibile, creativa capacità di mettersi in gioco di Michele Riondino, artista tra i più solidi e promettenti della nuova generazione attoriale italiana.

 

 

 

Teatro Ambra alla Garbatella - piazza Giovanni da Triora 15, 00154 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/81173900, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orari botteghino: dal martedì al sabato 16.00/22.00 - domenica 15.00/18.00
Orario spettacoli: tutte le sere ore 21.00, domenica ore 17.00
Biglietti: da 16,00 euro a 12,00 euro (diritto di prevendita escluso), da 13,00 euro a 10,00 euro (diritto di prevendita escluso) per Under 21 e Over 65, Partner convenzionati (Circuito Cinema Card, PalaExpo, Feltrinelli Carta Più e Multi Più, Emergency, Coin, Carta per Due, Info.Roma.it, Bibliocard, Interclub Servizi, MeetArt, Carta Giovani, Incontragiovani, Scuola Nazionale di Cinema, MAXXI, Autorimessa La Rocca); ridotto CRAL/GRUPPI biglietti da 12,50 e da 9,50 euro (previa presentazione della CARD AMBRA CRAL); ridotto Municipio VIII (ex XI) Per i residenti del Municipio biglietti ridotti tutti i mercoledì a 10,00 euro (diritto di prevendita escluso)
Durata: 1 ora e 10 minuti

 

Articolo di: Andrea Cova
Grazie a: Ufficio stampa Claudia Scuderi
Sul web: www.teatroambra.it

 

 

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