La Trilogia degli Occhiali - Teatro Palladium (Roma)

Scritto da  Giovedì, 17 Marzo 2011 
Ballarini

Dal 9 al 27 marzo. Il viscerale, magmatico, poetico e lacerante universo teatrale della regista palermitana Emma Dante approda al Palladium di Roma, nell’ambito della rassegna Big Bang Theater dedicata alle nuove frontiere delle arti performative tra tessuto urbano e ribalta internazionale: in scena il nuovo spettacolo “La Trilogia degli Occhiali”, trittico dalla luminosa intensità e vibrante carica espressiva con il quale la Dante, drammaturga tra le più originali e coraggiose della scena contemporanea europea, affonda nuovamente il suo sguardo tagliente, ma denso di delicatezza e commozione, sul mondo degli emarginati e degli esclusi. Istanti di pura e cristallina emozione, nel vagheggiamento nostalgico del passato come unica possibilità di fuga dalla gabbia asfissiante del presente.

 

 

Produzione Sud Costa Occidentale, in coproduzione con Teatro Stabile di Napoli, CRT Milano Centro di Ricerca per il Teatro, con il sostegno di Théâtre du Rond Point – Paris, presenta

al Teatro Palladium nell’ambito della rassegna Big Bang Theater

LA TRILOGIA DEGLI OCCHIALI

scritto e diretto da Emma Dante

scene Emma Dante e Carmine Maringola

costumi Emma Dante

disegno luci Cristina Fresia

coordinamento di produzione e distribuzione Fanny Bouquerel/ Amunì

Acquasanta

con Carmine Maringola

foto Giuseppe Di Stefano

Il Castello della Zisa

con Claudia Benassi, Stéphanie Taillandier, Onofrio Zummo

foto Carmine Maringola

Ballarini

con Sabino Civilleri, Elena Borgogni

foto Carmine Maringola

 

AcquasantaLa nuova complessa ed affascinante opera teatrale di Emma Dante è frutto di un processo di elaborazione durato oltre un anno e mezzo ma in realtà la sua genesi affonda le proprie radici in un percorso artistico iniziato oltre dieci anni fa e che ha visto negli spettacoli “MPalermu”, “Carnezzeria”, “Vita mia”, “Cani di bancata” e “Le Pulle” le tappe più simboliche e rappresentative: nei tre atti unici de “La Trilogia degli Occhiali”, prodotta dalla Compagnia Sud Costa Occidentale fondata dalla stessa regista a Palermo, in sinergia con il Teatro Stabile di Napoli, il Centro di Ricerca per il Teatro di Milano ed il Théâtre du Rond Point di Parigi, ritroviamo difatti alcuni tra i tratti caratteristici della sua cifra stilistica, tra cui l’enfatizzazione parossistica della recitazione degli attori e la ricerca della massima forza espressiva in ogni singolo gesto teatrale, l’attenzione scrupolosa ad un impianto scenografico che sappia coniugare l’esigenza di realismo insita nei ritratti umani su cui viene focalizzata la lente di ingrandimento della regista con un’estetica intrisa di simbolismo ed estro espressionistico e, soprattutto, il desiderio di investigare la realtà, in maniera selvaggia ed impietosa, analizzando le dinamiche che sanciscono l’esclusione senza appello degli umili, dei diseredati, dei diversi relegati ai margini della società capitalistica.

Ad un’analisi attenta che vada al di là delle apparenze, è proprio in quest’ottica che va interpretato il trait d’union che collega i tre capitoli di questo coinvolgente esperimento drammaturgico: tutti i personaggi della trilogia inforcano gli occhiali, accessorio che diviene emblema della loro condizione esistenziale di disagio, la stessa autrice li definisce “mezzi cecati, malinconici, alienati”. Gli occhiali non costituiscono però soltanto un mero strumento per correggere un difetto di vista, ma offrono ai personaggi che li indossano l’opportunità di erigere un muro di difesa tra la propria interiorità e l’inclemente mondo esterno, di giungere ad una percezione della realtà che la renda meno brutale ed allucinata, di ipotizzare un futuro che immancabilmente cercherà conforto e sollievo nelle gioie e passioni degli anni della giovinezza; d’altro canto parallelamente anche allo spettatore, sin dall’entrata in platea, viene offerto un metaforico paio di occhiali con l’intento di neutralizzare l’ostinata miopia che quotidianamente non ci permette di vedere al di là della superficie, di comprendere i drammi che a un palmo dal nostro naso si consumano in un’umanità che vive al margine e in un’assordante solitudine, una riscoperta lungo la quale Emma Dante ci conduce con coraggiosa fierezza ed uno sguardo lucido, struggente, dall’impatto emotivo dirompente ma al contempo anche ineffabilmente romantico e sensibile.

La trilogia si compone di tre capitoli, “Acquasanta”, “Il Castello della Zisa” e “Ballarini”, che indagano tre diversi percorsi umani di alienazione e sofferenza, prodotti rispettivamente dalla povertà, dalla malattia e dalla vecchiaia, cause diverse che conducono però ad una similare condizione di emarginazione. Tre testi teatrali sostanzialmente indipendenti ma che condividono atmosfere ricche di suggestiva tensione, spunti di riflessione ed un’acutezza di ricerca nei meandri delle dinamiche della psiche umana tali da renderli un’opera fortemente coesa ed omogenea, originale ed avvincente.

AcquasantaL’apertura è affidata ad “Acquasanta”, monologo che narra la storia di un mezzo mozzo, soprannominato dai suoi compagni di navigazione “O’ Spicchiato”, proprio in virtù dei vistosi occhiali da lui indossati. In uno strettissimo dialetto napoletano il personaggio rievoca un’esistenza intera trascorsa sul mare, divenuto suo insostituibile ed amatissimo compagno di vita. Attraverso un affresco di intenso lirismo, una delle vette più preziosamente poetiche del teatro di Emma Dante, ci abbandoniamo al placido ondeggiare dei flutti marini tra variopinte barriere coralline, meduse gigantesche che intrecciano i loro tentacoli con i raggi solari, pesci tropicali dai colori brillanti, coste di misteriosi paesi lontani e iceberg che si sciolgono nell’oceano in lacrime di cristallo. Siamo però immediatamente e violentemente riportati alla tragica contingenza del presente allorchè comprendiamo che in realtà Spicchiato è stato abbandonato sulla terraferma dall’equipaggio della nave, dopo che per quindici anni si era ostinatamente rifiutato di abbandonare il suo adorato mare: a causa della sua pazzia e della sua incapacità di adeguarsi al pensiero e alla vita quotidiana della massa, è divenuto difatti sempre più una presenza estranea e sgradita, nel suo microcosmo di deliranti visioni che risultano del tutto incomprensibili per coloro che lo circondano e non fanno altro che schernirlo e deriderlo. Al nostro solo e incompreso naufrago della vita non rimarrà dunque altra soluzione che ricreare sulla terraferma (rappresentata dal palcoscenico) un suo personalissimo vascello, la prua arrugginita di una nave dietro la quale lui si dimena, saldamente ancorato tramite robuste corde a tre ancore in sospensione, moderno burattino i cui movimenti sono governati dal destino, infame puparo che non concede sconti specialmente alle creature più fragili e indifese come Spicchiato. Il mezzo mozzo rimarrà dunque in una sorta di limbo tormentato dalla follia, a metà strada tra il ricordo dei giorni felici e la totale incertezza per il futuro, confortato dalla spuma del mare che continua a fuoriuscire inesauribilmente dalla sua bocca, rivivendo le sue mirabolanti avventure marinaresche tormentato dall’inesorabile ticchettio delle ampolle appese in maniera incombente sulla sua testa. Il suo sarà un crescendo angoscioso e disperante sinchè non raggiungerà una pacificante rassegnazione, un’estasi lignea ed immobile attraverso la trasformazione in polena del suo vecchio e malandato galeone, riabbracciando per l’eternità il suo adorato oceano. A donare travolgente passione, drammatica intensità e una costante tensione emotiva nella dilaniante alternanza tra il sanguigno verismo delle vicende narrate e la poesia dello spirito anticonvenzionale del personaggio interpretato, è lo straordinario Carmine Maringola, uno degli attori simbolo del teatro di Emma Dante. Impossibile resistere alla carica deflagrante del suo racconto, al suo tormento interiore che si traduce in continui spasmi e nella frenetica rievocazione di frammenti della vita passata attraverso i personaggi che hanno segnato la sua sorte. Questo primo capitolo della trilogia, il più legato alla dimensione dell’affabulazione e dell’oralità, trova in Maringola una perfetta esaltazione e il sublime compimento di un processo di ricerca estetica di grandissimo spessore umano ed artistico.

Il Castello della ZisaLa seconda parte dell’opera, “Il castello della Zisa” ci conduce nel cuore di Palermo, proiettandoci repentinamente nel silenzio assordante e nella rarefatta oscurità dell’asettica stanza di una clinica di recupero per malati psichiatrici: graniticamente immobile su una sedia incontriamo Nicola, nel suo pigiama celeste che gli conferisce un’aria indifesa e fanciullesca; a prendersi cura del giovane ragazzo immerso in un opaco stato di totale catatonia sono due occhialutissime suore infermiere che instancabilmente lo puliscono, lo nutrono e, tra fervide preghiere e un sommesso ma tumultuosissimo e squittente bisbiglio tra francese e dialetto siciliano, cercano ossessivamente di risvegliarlo dal suo atroce torpore, di stimolarlo in una variopinta baraonda di giochi circensi, bambole con carillon, crocefissi luminosi e molleggiati che penzolano dal soffitto. Istanti di grottesca comicità si insinuano tra le pieghe della disperazione della malattia. Ecco però che Nicola, improvvisamente, si rianima riacquistando improvvisamente vigore, energia, entusiasmo e l’insopprimibile urgenza di gridare al mondo la propria esistenza. Si tratta però solo di un bagliore di lucidità, di un fuoco di paglia: dopo una corsa a perdifiato per l’intero palcoscenico, forsennate acrobazie e capriole e poche parole sconclusionate gridate con veemenza e passione, il ragazzo cede nuovamente al peso paralizzante della malattia, tornando ad adagiare il proprio corpo privo di linfa vitale sulla sua sedia. Decisamente secondaria nell’economia del testo drammaturgico, seppur indiscutibilmente suggestiva, la contestualizzazione di questo episodio ritratta dal magmatico torrente in piena di parole eruttato da Nicola: da bambino era stato affidato alla zia che viveva nel quartiere popolare della Zisa di fronte a un magnifico castello, un periodo gioioso del quale ricorda con terribile nostalgia la solare spensieratezza, il sorgere dei primi sconosciuti impulsi sessuali, le fantastiche avventure da lui vagheggiate in cui, in qualità di guardiano del maniero con tanto di maschera di drago e guanti di artigli, proteggeva le principesse dai diavoli appollaiati sul tetto; Nicola poi era stato allontanato forzatamente dalla zia e in questo modo anche spodestato dalla sua suprema missione di difensore del castello, cosicchè da quel momento si era incantato smarrendo se stesso in un labirinto di ottenebrante dolore. Ciò che resta maggiormente impresso nella mente dello spettatore e colpisce dritto al centro dell’anima è l’atmosfera tesa e inquieta costruita dalle superbe interpretazioni dei tre attori in scena: Claudia Benassi e Stéphanie Taillandier nel ruolo delle due premurose e bizzarre suore-infermiere che, con la loro gestualità convulsa e febbrile, con movimenti così calibratamente sincronici da trasformarle quasi in un’unica entità, dipingono il quadro straniante e allucinato messo in scena dalla regista palermitana e Onofrio Zummo, tanto struggente ed apparentemente serafico nella malata immobilità del suo personaggio Nicola quanto vulcanico, gioioso ed incontenibile nei brevissimi istanti del suo risveglio.

BallariniInfine il terzo ed ultimo capitolo della trilogia, “Ballarini” in cui la parola cede definitivamente il passo alla forza comunicativa della musica e di un ballo che diviene intima forma di condivisione e rievocazione del passato: in un paesaggio emotivo che si direbbe quasi di ascendenza beckettiana, due anziani tremolanti, malfermi e gravati del peso di una vita intera sulle proprie spalle, rischiarati da un cielo di iridescenti lampadine che punteggiano discrete il cielo che li sovrasta, si abbandonano al fluire dei ricordi della vita trascorsa assieme trasportati dai motivi musicali che ne sono stati colonna sonora. In un viaggio nostalgico attraverso i più grandi successi della tradizione melodica italiana, da Mina a Luigi Tenco, da Edoardo Vianello a Rita Pavone, si spogliano progressivamente degli abiti opprimenti e del fardello della vecchiaia, per lanciarsi in un ballo sempre più energico e sfrenato, sino a raggiungere il momento del loro primo incontro e quello cristallino ed emozionante dell’innamoramento, belli, giovani, felici e speranzosi nel futuro. Sabino Civilleri ed Elena Borgogni ci accompagnano per mano in questa danza vitale e galvanizzante, capace per qualche minuto di scacciare apotropaicamente la vecchiaia, la malattia e il dolore, riempiendoci il cuore di positività e gioia di vivere. Anche questa però si rivelerà una transitoria illusione. Questo travolgente flashback nel passato si conclude difatti con la donna, tornata anziana e malconcia, da sola dinanzi al baule di ricordi che avevano scatenato questo vorticoso flusso di memorie del passato: in mano il suo velo da sposa e una bottiglia di champagne, non c’è più nulla però da festeggiare poiché lei è rimasta sola, il suo compagno di una vita è già stato portato via dalle grinfie implacabili del tempo; l’unica possibilità sarà quindi riporli e attendere di potersi finalmente ricongiungere a lui, nella speranza che dopo la morte vi sia effettivamente qualcosa, una nuova opportunità di ritrovarsi. Un’amarezza attanagliante, sorda e malinconica ci pervade, attenuata solamente dai momenti di vitalismo ilare ed esasperato che ci è stato concesso di rivivere con i due protagonisti della pièce nel loro excursus danzante attraverso la loro vita di amore e passione, un’esistenza assolutamente comune e proprio per questo eccezionale e capace di emozionare in profondità ogni singolo spettatore.

“La Trilogia degli Occhiali” costituisce un indiscusso passo avanti nel percorso drammaturgico di Emma Dante, un’opera complessa e potente, che recupera la primigenia istintività e carnalità dei suoi primi lavori teatrali e sperimenta nuovi linguaggi espressivi, abbandonando progressivamente la parola come unico mezzo di comunicazione per valorizzare invece l’armonia e la forza del gesto e della corporeità, grazie al lavoro preziosissimo di interiorizzazione della materia drammaturgica compiuto dagli straordinari attori in scena. Uno spettacolo che lascia decisamente il segno, rimanendo incollato alla pelle dello spettatore ed instillando nel suo spirito un vago senso di inquietudine mista a palpabile emozione. Sintomo di rara e pregiata arte teatrale, da non perdere al Teatro Palladium di Roma sino al 27 marzo.

 

Tourneè italiana de “La Trilogia degli Occhiali”:

Dal 25/01/2011 al 06/02/2011, San Ferdinando – Napoli

Dal 15/02/2011 al 06/03/2011, Crt Teatro dell'Arte - Milano

Dal 09/03/2011 al 27/03/2011, Palladium - Roma

Il 29/03/2011, Astra – Vicenza

Il 31/03/2011, Villa dei Leoni - Mira(VE)

Il 02/04/2011, Comunale Casalmaggiore - Casalmaggiore(CR)

Dal 13/04/2011 al 15/04/2011, Archivolto Sala Mercato - Genova

Il 26/04/2011, Fontemaggiore - Perugia

Il 27/04/2011, Francesco di Bartolo - Buti (PI)

Dal 29/04/2011 al 30/04/2011, Tatà Auditorium Taranto Tamburi - Taranto

Dal 03/05/2011 al 08/05/2011, Limone Fonderie Teatrali - Moncalieri (TO)

Il 12/05/2011, Comunale Vittorio Emanuele Noto - Noto (SR)

 

Teatro Palladium - Piazza Bartolomeo Romano 8, 00154 Roma

Botteghino, 0657332768 dalle ore 17,00, lunedì chiuso

Orario spettacoli: dal martedì al venerdì ore 20.30, sabato ore 16 e 20.30, domenica ore 16

(per il calendario completo consultare il sito

http://romaeuropa.net/palladium/programma/2010/11/29/la-trilogia-degli-occhiali/)

 

Articolo di: Andrea Cova

Grazie a: Alessandro Gambino, Responsabile Ufficio Comunicazione Fondazione Romaeuropa Arte e Cultura

Sul web: http://romaeuropa.net/

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