La Trappola - Teatro Tor Bella Monaca (Roma)

Scritto da  Martedì, 08 Maggio 2012 
La Trappola

“La Trappola” di Luigi Pirandello è forse la novella più marcatamente esistenzialista di questo autore: un uomo, Fabrizio, è in preda ai suoi pensieri ossessivi sulla vita, una vita che ai suoi occhi si presenta come una vera e propria trappola; una trappola che ingabbia l’uomo sia dal punto di vista corporeo che mentale, sottraendolo con l’inganno violento del concepimento al fluire dell’universo per incastrarlo nella gabbia di un corpo che inizia a morire, di una forma che tende a deteriorarsi dal giorno della nascita. Un’ossessione, quella della trappola, che si riflette su ogni aspetto della vita umana: la donna è una trappola, l’amore è una trappola, gli affetti sono una trappola, le emozioni, il contatto. Tutto è una trappola che conduce inevitabilmente alla morte; una morte che è libertà, inizio, ricongiungimento al continuo ed eterno fluire; una morte che come una luce sottrae alla forma ciò che non nasce per la forma, ma che alla forma viene condotto dall’atto egoistico del rapporto tra uomo e donna.

 

Produzione Teatro di Roma presenta

LA TRAPPOLA

regia Gabriele Lavia

con Gabriele Lavia, Giovanna Guida e Riccardo Monitillo

scene Alessandro Camera

costumi Andrea Viotti

musiche Giordano Corapi

luci Giovanni Santolamazza

 

In scena per metà della durata della messa in scena solamente Fabrizio (Gabriele Lavia) nella sua biblioteca, alla fioca luce della candela. Solo, solo con i propri pensieri, le proprie emozioni, sensazioni, ossessioni. Solo eppure con mille identità; identità che vivono nella sua mente, in quella mente che “vive” non vivendo il presente e allo stesso tempo sente la tensione verso ciò da cui con la nascita è stata sottratta.

La penombra della biblioteca, la scenografia che incombe sul protagonista illuminata solo da una candela rendono perfettamente la sensazione di piccolezza dello stato dell’uomo; dell’uomo in preda al proprio delirio, in cui tutto diviene anonimo e allo stesso tempo abitato in modo grottesco. Un Gabriele Lavia intenso, a volte comico, brillante, che dialoga con il pubblico per poi perdersi nei meandri della propria mente e tornare a viaggiare nei propri pensieri in modo lirico, ossessivo, mai declamatorio, mai sopra le righe, pulito, ricercato nella sua solitudine; una solitudine che non conduce mai alla pazzia, al pianto….no, una pazzia che come il corpo con la vecchiaia si ripiega su se stessa, si “rattrappisce”.

A rompere questo delirio, questo dialogo “allo specchio” come di un fantasma che cerca una via d’uscita, una porta per andare in un altro mondo ed invece è incastrato tra le due dimensioni, è la donna, interpretata da Giovanna Guida e la figura del padre, portata in scena da Riccardo Monitillo. Una donna, che sembra uscita da un quadro impressionista, quasi irreale, non di questo mondo; una donna “virtuosa”, di Chiesa; una donna dall’andatura e dal modo di parlare non realistico; una donna di un’altra dimensione; una donna-trappola che incastra il protagonista proprio nella sua più grande ossessione, quella di dare la vita ad un altro essere vivente, condannandolo alla vita.

Un padre, ridotto a vegetale, che Fabrizio sente piangere, che passa le sue giornate piangendo, dormendo e mangiando, facendosi i bisogni addosso; un padre che simboleggia la gabbia del divenire. Un padre che acquista forma e spazio con l’entrata della donna, che lo accudirà. Un padre che non parla, che a lungo non si vede ma che è; è presente grazie alle parole di Fabrizio. Un padre che, quando entra in scena, trasportato dalla donna, sembra il tassello mancante e centrale del racconto. E’ l’immagine inconfutabile della cattiveria della vita.

Una messa in scena dalle tinte scure, smarrita tra le ombre della non vita ed il labirinto del pensiero, vissuta, raccontata con una equilibrata intensità attoriale; una sola gag che porterà poi al concepimento, al momento più buio, realizzata con una musica perfettamente in tono e valorizzata da un sapiente uso delle luci che ricorda i film in bianco e nero, cancella per un attimo la tensione mentale ossessiva del protagonista. Ma proprio quell’unico momento di luce sarà la conferma della trappola dell’esistenza.

Molto bello e intenso il momento in cui Fabrizio prende un cuscino e lo “rende” un bambino, un piccolo bambino gioia degli occhi del padre; come emozionante è il momento in cui il corpo dello stesso attore diviene deforme e assomiglia a quello di uno scarafaggio capovolto che muove le zampe per mettersi nella giusta posizione.

Ancora una volta Gabriele Lavia dimostra la grandezza del suo essere attore e regista di se stesso, in linea con la tradizione del teatro italiano, basato sulla parola. Un artista il cui mestiere, la cui padronanza della scena e dello strumento attoriale sono unici indiscussi protagonisti della scena; di una scena che non ha alcuna necessità di essere innovativa, di effetti speciali….perchè il teatro, il nostro teatro, è quel mondo meraviglioso di incontro tra attore e spettatore dove colui che agisce racconta, vive una storia. Un’arte che ha le proprie fondamenta nell’essere umano, nell’artigianato, nel mestiere. Un’arte che vive attraverso la parola e il corpo di coloro che calcano le tavole del palcoscenico.

 

Teatro Tor Bella Monaca - via Bruno Cirino, Roma

Per informazioni: ufficio promozione 06/2010579, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Orari botteghino: da martedì a sabato ore 11-14 e ore 15-19; domenica ore 15-19; tutte le sere di spettacolo anche ore 20-21.30

 

Articolo di: Laura Sales

Grazie a: Amelia Realino, Ufficio Stampa Teatri di Cintura

Sul web: www.teatrotorbellamonaca.it

 

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