La Tempesta di Shakespeare - Teatro Elfo Puccini (Milano)

Scritto da  Sabato, 09 Maggio 2015 

Una versione della Tempesta in forma di one-man show, quella concepita da Ferdinando Bruni e Francesco Frongia in scena all'Elfo Puccini sino al 24 maggio, popolata da una corte di inquietanti fantocci che danno corpo a tutti gli eroi, gli uomini e gli spiriti del capolavoro shakespeariano. La Tempesta è l'ultima opera di Shakespeare, un addio al teatro, all'arte, alla vita, un distacco sereno, una riflessione sui temi dell'amore, del perdono e della morte. Tutto si compie, si chiudono i conti, si rimarginano le ferite e si garantisce che il miracolo dell'amore perpetui la vita dopo di noi. Le tempeste si placano, le parole tacciono e diventano musica, le marionette tornano nelle loro casse, le navi ripartono e l'isola dove Prospero ha ordito le sue trame torna a essere dominio degli spiriti.

 

Produzione Teatro dell'Elfo presenta
LA TEMPESTA DI SHAKESPEARE
di William Shakespeare
uno spettacolo di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia
per attore, fantocci, figure animate e musica
sculture di scena Giovanni De Francesco
parole e voci Ferdinando Bruni
musica, suoni e rumori Mauro Ermanno Giovanardi, Fabio Barovero, Gionata Bettini
con Ferdinando Bruni
servi dell'isola Filippo Renda e Simone Coppo
luci ed effetti Nando Frigerio
fonico Giuseppe Marzoli
assistenti scene e costumi Andrea Serafino, Elisabetta Pajoro

 

"La Tempesta" è un’opera costantemente in bilico tra finzione e realtà o, più precisamente, tra sogno e realtà. Quando Shakespeare la scrisse, la intese come congedo dal teatro, probabilmente per questo motivo contiene molti elementi metateatrali.

Questa continua duplicità di teatro e vita a mio parere si pone come fil rouge di tutta la rappresentazione. Prima di iniziare a narrare la prima parte della vicenda, già conclusa, a Miranda, Prospero si toglie il mantello; non saprei dire quanto questo gesto intenda anticipare l’epilogo, avvertendoci della finzione teatrale, o quanto più sottilmente impianti il seme del dubbio: questa finzione è più vera della realtà?

Riguardo alle molteplici fonti cui Shakespeare attinse, alcuni studiosi evidenziano l’assonanza dei protagonisti o dei rapporti che tra loro intercorrono, con personaggi e temi appartenenti alle sue opere precedenti. Dunque in bilico tra sogno e realtà anche l’origine di quest’opera che riunirebbe elementi del teatro shakespeariano con dati reali; pare infatti che si sia ispirato anche al naufragio del vascello Sea-Adventure, risalente al 1609, i cui passeggeri, si scoprì un anno più tardi, rimasero illesi dalla tragedia. Altri rintracciano nella figura di Prospero una connessione con il colonizzatore Sir Raleigh, a mio avviso richiamato dall’atto di conficcare nel terreno le aste a sostegno dello striscione che annuncia l’incontro di Stefano con Trìnculo, nonché dalla bandiera usata come sipario che copre Ariel durante l’evocazione di Sycorax. Anche questo tema è ricorrente: Prospero è stato usurpato del suo regno ma diviene a sua volta usurpatore dell’isola, eredità di Calibano. In questo senso l’isola potrebbe rappresentare uno stato di coscienza simile al purgatorio, che obbliga a rivivere i propri errori per trarne consapevolezza.

Prospero sale sulla pedana e come un direttore d’orchestra dà avvio alla musica e accompagna le luci, dirige la musica dell’isola e anima la magia. Le musiche, a loro volta, contribuiscono ad animare i personaggi.

Le meravigliose sculture di scena create da Giovanni De Francesco, come le scenografie, sembrano consumate dalla salsedine, dal sole, dal vento e dal tempo. Composte da teschi, conchiglie, coralli, ossa, ma anche da materiali di scena come rotelle, gabbie e altri oggetti, ricordano i personaggi di "Nightmare before Christmas" di Tim Burton e sottolineano ancora una volta la nostra distanza temporale dalla vicenda e dall’autore. Appartengono dunque ad una vita lontana ma questa scelta, oltre a sottolineare il potere che Prospero detiene su tutti loro, fa pensare agli archetipi, comuni a tutta l’umanità e irriducibili al volto umano di un interprete piuttosto che un altro, lasciando aperta la possibilità che in una dimensione parallela, ma anche nel nostro stesso mondo, questi temi continuino a reiterarsi.

La TempestaLa dimensione metateatrale, già implicita nel testo che colloca la vicenda in corrispondenza con l’orario in cui si era soliti mettere in scena gli spettacoli, viene richiamata dalla clessidra posta in proscenio; è sottolineata, oltre che dall’avvertimento iniziale, grazie a differenti codici. La scenografia presenta diversi livelli di verità che procedono dal proscenio ornato da testi antichi, coralli, conchiglie che si illuminano come tizzoni ardenti durante le interazioni tra Miranda e Ferdinando, bottiglie contenenti messaggi; alla pedana; allo spazio adiacente alla pedana; all’impalcatura centrale costituita da due aste, unite da una corda sulla quale scorrerà successivamente un velo bianco come sipario, ai lati delle quali si trovano due pedane poste in diagonale che saranno poi congiunte per costituire il palcoscenico sul quale intercorreranno gli incontri tra Alonso, Stefano, Gonzalo e Antonio. In prossimità del fondale rimane visibile il baraccone-vascello con tanto di cartello apposto recante la scritta: “la Tempesta”. Dal soffitto alcuni ventilatori generano il vento. Le quinte e il fondale sono chiari e luminosi come la sabbia bianca disposta su tutto il palcoscenico. Le quinte saranno lasciate cadere nel momento in cui Prospero spezzerà la bacchetta e getterà il libro. I personaggi animati da Prospero sono affidati a marionette e fantocci manovrati a vista da lui stesso con l’aiuto di due “servi dell’isola”: questa formazione sembra ispirarsi alla tradizione teatrale giapponese del Bunraku. A tal proposito, questa interpretazione costituisce un ulteriore elemento di progressione: inizialmente i servi dell’isola indossano costumi seicenteschi con tanto di gorgiera, il contorno degli occhi è nero e il viso bianco; in seguito indosseranno delle maschere che coprono la parte superiore del viso ed infine cappucci neri. Anche l’uso delle luci riserva vere e proprie magie, ad esempio durante la disposizione dei fantocci di Alonso, Gonzalo, Stefano e Antonio viene creato un effetto di controluce di notevole bellezza, che favorisce l’illusione di essere situati, invece che in platea, dietro il fondale. Il congedo dell’autore dalle scene si esplicita nel finale “i nostri attori, come avete visto, erano finti” e parlando dei personaggi “riavranno la ragione e torneranno a essere se stessi”, “ora questa barbara magia io qui rinnego e spezzo questa verga”. Ma agli elementi che sottolineano la metateatralità, non da ultimo il fatto di trovarsi all’interno di una sala teatrale che porta il nome dell’autore dell’opera, si contrappone un più sottile quesito: siamo sicuri che il teatro o l’arte in generale, non siano più vicini alla realtà della realtà stessa? Spesso viviamo come sonnambuli incapaci di interpretare e talvolta anche cogliere quegli input, quelle voci, suoni e rumori indefiniti, che sono protagonisti latenti di ciò che accade sull’isola. Come se nella vita reale qualche “incantesimo del sonno” coprisse anche le nostre teste con quei veli bianchi. Quante storie avrebbe da raccontare l’isola se solo riuscissimo a distinguerne i bisbigli… Lo stesso Calibano ci avverte “tutta l’isola risuona, migliaia di strumenti ronzano”. In questo senso l’isola potrebbe rappresentare la sede dell’inconscio collettivo cui attingere personaggi, rapporti, temi e chissà cos’altro.

Due personaggi, in particolare, a mio avviso rappresentano il soffio vitale dell’arte che dà vita alle opere: Ariel e Calibano, quasi due facce della stessa medaglia e non a caso già presenti sull’isola all’arrivo di Prospero: l’uno etereo, potrebbe rappresentare l’ispirazione divina, forse la stessa “forza paradisiaca” che ispira Miranda al loro arrivo; l’altro, terreno e dunque inscindibile da Prospero in quanto essere umano. All’inizio della vicenda Prospero si pone di spalle al pubblico per chiamare Ariel, questo arriva con sussurri e sibili ma non ci è immediatamente visibile, parla attraverso Prospero che, come un medium, dà voce al suo spirito; solo successivamente ci appare una sorta di fantasmino bianco e Prospero torna in sé confessandoci che sotto il suo influsso la morte è inconcepibile, come se Shakespeare non si sentisse in diritto di ritirarsi dalle scene senza aver prima preso congedo da questa forza divina, “ecco mia arte, ora riposa”. D’altro canto Calibano è materia grezza e indomabile, è quell’essere che parla al poeta, gli fa infatti scoprire le bellezze dell’isola, lo tormenta senza tregua, rischia anche di ucciderlo, da lui non si può liberare, è dono e condanna. Se Ariel è un soffio divino, Calibano vive nella carne di Shakespeare, che fa dichiarare a Prospero: “questa creatura delle tenebre, parte di me, la riconosco come cosa mia e con me devo tenerla”; è forse la tempesta interiore che affligge poeti e artisti, quella senza cui non possono creare, è indemoniato, viscerale e viene tradotto in arte (“ti ho dato i mezzi per farti capire”). Molto probabilmente per questo motivo è l’unico personaggio interpretato da Ferdinando Bruni anche con l’uso della maschera, una maschera africana che sottolinea il carattere primordiale del personaggio.

La TempestaUn altro personaggio simbolico, a mio avviso, è Miranda; la figlia ispirata da una forza paradisiaca potrebbe rappresentare l’opera di Shakespeare, che lui lascia in eredità cedendola “in sposa” ai posteri; forse l’uovo situato all’interno della gabbia che costituisce la base d’appoggio del fantoccio rappresentante Miranda potrebbe essere interpretato come simbolo di fertilità eterna della sua opera; il poeta si rimette al pubblico: “ora il potere è vostro, potete lasciarmi su quest’isola o farmi veleggiare”.

Molto particolare la caratterizzazione dei personaggi di Alonso, Gonzalo, Stefano e Antonio che parlano in dialetto, cantano e danzano. In particolare ho associato in modo spurio ed ante litteram, la “chanson utopique” interpretata da Gonzalo al voltairiano Pangloss, effettivamente anche lui sopravvissuto ad un naufragio.

Altro tema predominante è la questione del tempo. In proscenio, accanto ad un teschio coronato d’alloro, che potrebbe rappresentare il tema del potere, ma che preferisco credere testimoni la “presenza” eterna di Shakespeare, si trova una clessidra parzialmente ricoperta di sabbia, come se il tempo fosse logorato e parzialmente sepolto dal tempo, anche il tempo è dunque un’illusione. A questo tema allude anche il riferimento “noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni e la nostra vita è breve come l’attimo di un sogno”; vale anche per la vita la duplicità attribuita al teatro, questa difficoltà di individuazione del confine tra sogno e realtà, costellata di momenti di dormiveglia, di incoscienza desta. Quanto siamo effettivamente ricettivi? Al tempo stesso è una magnifica riflessione sulla brevità della vita, che passa come una tempesta e traghetta infine il nostro ritorno, come un pietoso Caronte, verso l’isola da cui forse sono provenute le nostre anime, come nella tela di Böcklin. Ulteriore riferimento al tempo è la velocità con cui uno dei servi dell’isola fa vorticare la giostra su cui sono situate le miniature di Alonso, Gonzalo, Stefano e Antonio.

Tornando al teschio fregiato d’alloro in proscenio, ha creato in me la suggestione di Shakespeare alla conclusione di uno spettacolo: il pubblico ha guadagnato l’uscita e il teatro è chiuso, guarda ciò che ha intorno e ripercorrendo mentalmente la sua carriera, i personaggi, i temi, la sua memoria proietta in scena tutti questi elementi organizzandoli in una storia, non curandosi delle manovre a vista o dei personaggi non di scena comunque visibili in quinta, usando materiali che trova lì per lì per costruire ciò che gli serve per la messa in scena, e chiedendosi: “è stato forse un sogno tutta questa vita?”.

Ferdinando Bruni, caleidoscopico, offre un immenso bagaglio di tecnica vocale e interpretativa, sembra quasi un ventriloquo quando appoggia, dormiente, la testa sul libro e dà voce alla maschera di Calibano. La sua voce è il soffio vitale, scusate il riferimento biblico, che insieme alla musica infonde vita nella materia dei fantocci. Mago, demiurgo, regista e direttore d’orchestra. E, spogliato del suo mantello, gli applausi con cui il pubblico si spella le mani per un tempo indefinibile senza accennare a desistere, sono tutti meritati. Applausi condivisi con Francesco Frongia, i “servi dell’isola” Filippo Renda e Simone Coppo, l’aiuto regista Stefano Cordella e tutti gli artisti che hanno reso possibile la creazione di questo meraviglioso spettacolo. Applausi che, tra l’altro, testimoniano il vento con cui il pubblico vuole continuare a gonfiare le vele del vascello con cui questo autore è destinato a veleggiare in eterno, facendo ritorno all’isola solo nei periodi in cui i teatri sono chiusi.

 

Teatro Elfo Puccini (Sala Shakespeare) - corso Buenos Aires 33, 20124 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/00660606, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21.00, domenica ore 16.30 (Attenzione: lo spettacolo non andrà in scena giovedì 7 e domenica 17 maggio (solo scolastiche) - Giovedì 14 maggio andrà in scena alle ore 15:00 - Mercoledì 20 maggio andrà in scena alle ore 11:00)
Biglietti: intero € 30.50, martedì posto unico € 20, ridotto <25 anni - >65 anni € 16, scuole € 12, sostenitore € 40.50
Durata: 75 minuti senza intervallo

Articolo di: Sara Gaia Chiara Tagliagambe
Grazie a: Veronica Pitea, Ufficio stampa Teatro Elfo Puccini
Foto di: Luca Piva
Sul web: www.elfo.org

TOP