La Signorina Giulia - Spazio Tertulliano (Milano)

Scritto da  Lunedì, 09 Novembre 2015 

L'euforia della festa nella Notte di Sant'Agata fa da sfondo alla morbosa partita giocata tra la giovane contessa Giulia e il suo domestico Jean. Giuseppe Scordio si immerge negli abissi dell'animo umano affrontando il capolavoro che lanciò Strindberg nel firmamento dei grandi autori.

 

LA SIGNORINA GIULIA
di August Strindberg
con Giuseppe Scordio, Sonia Burgarello e Agnese Grizzaffi
regia Giuseppe Scordio
aiuto regia Sonia Burgarello
produzione Compagnia Artistica Tertulliano

 

Questa mi mancava. Non sapevo che Giuseppe Scordio, oltre ad aver calcato le scene insieme a Giulio Bosetti per oltre dieci anni nei teatri di tutta Italia, avesse in comune col suo maestro la passione per il calcio. Sentiamo il racconto del maestro, che rievoca con prosa matura i sogni sbarazzini di un adolescente con velleità da calciatore: «Dicevo un’Ave Maria tutte le sere per diventarlo. Di giorno all’oratorio di Albino a giocare, allora la squadra si chiamava Albino-Falco non ancora Albino-Leffe, la sera a pregare e a fantasticare». Ma la parte più interessante viene ora: «Avevo un bravo istruttore, si chiamava Carrara, da lui ho appreso i fondamentali, il corpo avanti e la testa sul pallone quando si vuol calciare forte, guai a stare indietro, la palla s’impenna».

Bosetti, una volta messi da parte i ghiribizzi calcistici, non si dimenticò affatto di questi primi rudimenti. Solo che li applicò alla recitazione e in seguito alla regia teatrale. Il “calciare forte” possiamo intenderlo, metaforicamente, come il desiderio di arrivare dritto al pubblico, con semplicità e senza ghirigori intellettuali. E la “palla”, a giudicare dall'affetto e dalla riconoscenza che gli spettatori hanno sempre mostrato nei suoi riguardi, riusciva regolarmente a piazzarla in rete.

Venendo ai giorni nostri, fino a domenica scorsa è andata in scena, diretta appunto da Scordio, La signorina Giulia allo Spazio Tertulliano. Chi possiede buona memoria - magari aiutato dall'anagrafe, che notoriamente non perdona - ha avuto modo di verificare coi suoi stessi occhi che Giuseppe assorbe, eccome se assorbe la lezione del suo mentore. Niente fumoserie ingannevoli, niente sperimentalismi fini a se stessi, niente onanismi insomma: la mission del regista siciliano è più semplicemente giocare col pubblico in maniera leale, proponendo un'ora di intrattenimento onesto in cambio di un po' di attenzione. La gente va a teatro perché ha desiderio di sentire una bella storia e lui, alla gente, regala La signorina Giulia, ovvero un classico di Strindberg che già da molti decenni si è guadagnato il gonfalone dell'immortalità.

La Giulia che abbiamo visto al Tertulliano è una giovane nobildonna siciliana della fine dell'Ottocento - mentre il drammaturgo svedese ambientava le avventure della sua Julie appunto in Svezia. È una contessina con qualche lieve problema di etichetta: alle feste beve come una spugna, balla e danza gettando alle ortiche ogni freno inibitorio e infine, pietra dello scandalo nonché motore della trama, seduce uno dei suoi servitori, tale Jean, che è già fidanzato con la cuoca Kristin. Le armi per far prostrare il plebeo ai suoi piedi non mancano di certo alla blasonata, ma trattasi purtroppo di rapporto sentimentale impossibile da consumare in santa pace, perché nobili e servi non possono accoppiarsi liberamente. Dunque Giulia e Jean vivono la loro tormentata passione, e rivelano via via nell'arco della storia i loro caratteri, la loro personale maniera di reagire in presenza di un ostacolo da superare. Per di più, come non bastassero gli altri problemi, c'è pure la cuoca che se ne guarda bene dal benedire questa unione. Il finale, ça va sans dire, è tragico, ma da Strindberg non ci si può certo aspettare atmosfere da vaudeville.

Ogni giorno ha la sua pena, si sa, ma il buon August ebbe in sorte un'esistenza particolarmente travagliata. Stando alle biografie, le donne gli diedero parecchie grane, e lui reagì con una furente foga antifemminista. Sul fatto che odiasse l'altra metà del cielo, o per meglio dire il fatto che questa metà stesse pian pianino emancipandosi dalla condizione di sottomissione in cui aveva vissuto fino allora, non vi è dubbio alcuno. La donna emancipata, a suo personalissimo avviso, era niente più che “un ributtante Ermafrodito non troppo alieno dall'omosessualità alla greca”.
Però Strindberg era un genio, questo è il punto. E in quanto genio, forse in maniera inconscia più che volontaria, intuì l'enorme potenziale femminile. La verità - e forse questa verità gli farebbe abbastanza orrore - è che la sua Julie col senno di poi, a oltre un secolo di distanza dalla prima rappresentazione, può essere letta come un'icona protofemminista. Nonostante le sue debolezze, l'insicurezza derivante da un'infanzia difficile, la signorina ha un carattere piuttosto volitivo. L'attrazione fatale per Jean non è un capriccio del momento, bensì una scelta dettata dal libero arbitrio. Ci spiace insomma per l'autore, che intendeva consegnarla ai posteri come 'malafemmina', ma i posteri in linea generale hanno sviluppato una mentalità più aperta e inclusiva rispetto alla sua, perciò empatizzano coi tormenti di questa ragazza, la considerano una vittima delle circostanze con la quale solidarizzare.

Tornando alla Giulia del Tertulliano, l'intento del regista era presentare al pubblico una donna al 100%, amalgama di emozioni variopinte, di mille e più sfumature caratteriali non riducibili a una sintesi. Volendo possiamo anche definirla una scelta femminista, ma non è che sia poi così necessario star lì col termometro a misurare il grado di femminismo di Scordio. Più semplicemente, emerge da parte sua la consapevolezza che Giulia sia un materiale ribollente, e dunque dal punto di vista drammaturgico molto interessante da approfondire. E siccome una volta che si decide di fare le cose bisogna farle bene, allora ha intuito che Sonia Burgarello nei panni della protagonista sarebbe stata perfetta. Intuizione notevole. Sonia ha dalla sua una sensibilità enorme, che le consente di acchiappare la complessità di un personaggio laddove la ravvisa. Giulia - come direbbe Carmelo Rifici, che a suo tempo portò al Litta un'ottima Signorina Julie - è “un'anima frammentata, conglomerato di emozioni e pulsioni, veicolo onirico di qualcosa che accade indipendentemente dalla sua volontà”. Giulia è un'“anima rattoppata” (stavolta la definizione è dello stesso Strindberg), e per cucire in grazia di Dio quelle toppe ci vuole un abile lavoro di sartoria. Un lavoro che solo una brava attrice come Sonia è in grado di fare.

Per quanto riguarda la Kristin di Agnese Grizzaffi, la tiratina d'orecchie la facciamo a Giuseppe e non ad Agnese, perché un ruolo apparentemente secondario - la cuoca, fidanzata di Jean - poteva essere irrobustito maggiormente, reso più centrale. Addirittura c'è chi, come la regista Katie Mitchell, anni fa diresse uno Strindberg da lei definito “aerodinamico”, nel quale Kristin compariva come protagonista assoluta. Ora, senza voler pretendere di sfidare le leggi della fisica come la Mitchell - che fa gli spettacoli aerodinamici, mentre il resto del mondo, sfigatissimo, si accontenta di stare coi piedi per terra - quel ruolo di Agnese, con qualche piccolo accorgimento, in futuro potrà essere potenziato.

E infine Giuseppe, che oltre ad essere regista ha indossato pure, da coprotagonista, gli abiti di Jean. C'è una domanda da porgli: come mai dalla sua recitazione trapela, in fin dei conti, una sostanziale bontà d'animo del personaggio? Domanda legittima, poiché al di là di quel che ne pensava Strindberg - il quale, lo sappiamo, aveva le sue ubbie, i suoi preconcetti maschilisti - nel Novecento si è fatta strada l'immagine di Jean come uomo arrivista, cinico e spregiudicato. Ovvero un tipo decisamente inquadrabile come negativo, e ben lungi dal volersi redimere. Viene in mente a questo riguardo l'interpretazione che ne diede Valter Malosti, molto apprezzata da Franco Cordelli (e lo stesso Cordelli, con buona dose di cattiveria, massacrò in quell'articolo la povera Valeria Solarino, che oltretutto in ogni intervista rilasciata sottolinea la propria insicurezza, quindi un po' di carità cristiana nei riguardi della fanciulla non guasterebbe).

Detto questo, il cast nel suo insieme ha fatto una bella figura. Un bel salto in avanti rispetto alla prima assoluta della pièce nel 1889, il cui esito ci viene riferito dal sapiente Franco Perrelli: «Dalle recensioni pare che gli attori non fossero all'altezza del compito, e cercassero con l'eleganza della routine ottocentesca di venire a capo di quel tremendo gorgo di sensualità, disperazione, stupore e isteria che avevano avuto in sorte di tenere a battesimo sulla scena». Qui al Tertulliano invece le cose vanno diversamente. Qui si sentono vibrazioni positive, che circolano senza filtri tra palco e platea. Quell'atmosfera speciale di cui parlava Bosetti, al quale doverosamente affidiamo il finale: «Il teatro, lo sappiamo, è l’unico mezzo, di questi tempi, perché si realizzi un incontro tra uomini, perché la parola “Amore” possa ancora circolare fra di noi».

 

Teatro Spazio Tertulliano - via Tertulliano 68, 20137 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/49472369, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: da mercoledì a sabato ore 21.00, domenica ore 16.30
Biglietti: € 16 biglietto intero, € 10 biglietto ridotto under 26 over 60 / convenzionati, € 8 biglietto ridotto scuole e università convenzionate, € 7 biglietto ridotto scuole di teatro convenzionate, € 5 biglietto ridotto accademie e operatore; n.b. giovedì posto unico € 10

Articolo di: Francesco Mattana
Grazie a: Francesca Bartolino, Promozione Spazio Tertulliano
Sul web: www.spaziotertulliano.it

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