La scuola delle mogli - Teatro Eliseo (Roma)

Scritto da  Sabato, 18 Gennaio 2020 

Dopo essersi cimentato con “Le intellettuali” e “L’Avaro”, l’estro creativo di Arturo Cirillo torna a confrontarsi con il Molière della maturità e con il coacervo di grottesca ironia e cupa, malinconica amarezza che contraddistingue la sua ultima produzione. In scena al Teatro Eliseo, fino al 19 gennaio, il godibilissimo ed assolutamente moderno “La scuola delle mogli”, una produzione concepita grazie alla sinergia tra Marche Teatro, Teatro dell’Elfo e Teatro Stabile di Napoli; un cristallino esempio di come una commedia di tre secoli e mezzo fa (il suo debutto avvenne il 26 dicembre 1662 presso il parigino Teatro del Palais-Royal), se rinfocolata da una traduzione illuminata come quella di Cesare Garboli, incastonata in una costruzione scenografica sorprendente e dinamica come quella di Dario Gessati, impreziosita dai sempre pregiati costumi disegnati da Gianluca Falaschi e incarnata da interpretazioni impetuose come quelle dello stesso Cirillo, di Valentina Picello e del giovane Giacomo Vigentini, allora il risultato non è certo l’ennesima polverosa riproposizione per noiose matinée scolastiche ma un lavoro teatrale da non lasciarsi sfuggire.

 

Produzione Marche Teatro, Teatro dell’Elfo, Teatro Stabile di Napoli presenta
LA SCUOLA DELLE MOGLI
di Molière
traduzione Cesare Garboli
con Arturo Cirillo, Valentina Picello, Rosario Giglio, Marta Pizzigallo, Giacomo Vigentini
scene Dario Gessati
costumi Gianluca Falaschi
luci Camilla Piccioni
musiche Francesco De Melis
regia Arturo Cirillo
assistente alla regia Mario Scandale
assistente scenografo Eleonora Ticca
assistente costumista Nika Campisi

Personaggi e interpreti:
Arnolfo, alias Signor Del Ramo - Arturo Cirillo
Agnese, fanciulla innocente allevata da Arnolfo - Valentina Picello
Crisaldo, amico di Arnolfo / Alain, servo di Arnolfo - Rosario Giglio
Georgette, serva di Arnolfo - Marta Pizzigallo
Orazio, innamorato di Agnese / Un notaio - Giacomo Vigentini

 

Le repliche capitoline segnano per questo delizioso spettacolo il crepuscolo di una articolata tournée che l’ha visto attraversare l’intera penisola durante lo scorso anno, dopo il debutto nel luglio 2018 al Festival di Borgio Verezzi e l’anteprima romana nella cornice della rassegna “Il Giardino Ritrovato” a Palazzo Venezia. Un cammino salutato da un costante, unanime, caloroso plauso da parte di pubblico e critica e, d’altra parte, come sarebbe potuto essere altrimenti per una pièce capace, con così rari gusto ed equilibrio, di coniugare il necessario rispetto della tradizione con una vivacità effervescente ed un ritmo contemporaneo cui contribuiscono tutte le componenti della messa in scena sapientemente orchestrata da Arturo Cirillo.

Ed eccoci dunque, sin dalle prime battute, inesorabilmente catturati dalle tragicomiche disavventure del nostro protagonista Arnolfo (Arturo Cirillo), facoltoso parvenu che, per celare l’umiltà delle proprie origini, ama fregiarsi del sontuoso appellativo di Signor del Ramo. Ossessionato dal demone del tradimento sperimentato in passato dalla sua prima moglie e con il costante chiodo fisso della fedeltà coniugale scolpito nel cervello, ha adottato una bambina, Agnese, educandola negli anni in modo tale da preservarne la più candida innocenza e una totale devozione nei suoi confronti; ora che la fanciulla (Valentina Picello) ha raggiunto un’età da marito, la tiene segregata in una deliziosa dimora-prigione agghindata di mobilio rosa confetto, in attesa di convolare con lei alle lungamente progettate nozze. Mentre l’amico Crisaldo (Rosario Giglio) cerca invano di farlo ragionare sulla sua dissennata fissazione per il tradimento e sull’insensato proposito per un maturo tutore di sposare la propria ingenua protetta, sopraggiunge in città anche Orazio (Giacomo Vigentini), esuberante figlio di un altro suo amico di lunga data, Oronte. E se la virginea Agnese è confinata nel palazzo di Arnolfo, con la guardia serrata di due sgangherati domestici, Alain e Georgette (lo stesso Giglio e Marta Pizzigallo), sarà sufficiente una minuscola finestrella affinché il suo sguardo curioso incroci quello appassionato dell’ardente Orazio e divampi immediatamente tra loro un amore incoercibile; quando poi il ben poco accorto spasimante racconterà incautamente le sue pene d’amore proprio ad Arnolfo, in realtà l’arcigno tutore che tiene rinchiusa tra quattro mura l’oggetto del suo desiderio, è facile immaginarsi il putiferio che finirà per scatenarsi. Tra machiavellici espedienti, sorprendenti capovolgimenti di prospettiva ed imprevedibili agnizioni, il divertimento sarà assicurato così come un tenero e rasserenante lieto fine.

La spumeggiante commedia attinge ad un’ispirazione di probabile carattere autobiografico, dal momento che, proprio a pochi mesi dalla sua composizione, l’autore aveva sposato l’appena ventenne Armande Béjart, figlia della sua compagna storica Madeleine. Nonostante il luminoso consenso di cui il drammaturgo parigino godeva presso la corte del sovrano Luigi XIV, la pièce suscitò parallelamente all’entusiasmo del pubblico anche un incandescente scandalo seguito dallo scontro con i rigoristi cristiani; seguirà l’anno successivo la nuova opera “La critica alla scuola delle mogli”, tramite cui Molière coglierà l’opportunità di rispondere direttamente ai propri detrattori, esprimendo al contempo anche i principi cardine del suo nuovo stile drammaturgico. La traduzione di Cesare Garboli è ricercata e briosa, abbracciando un registro di comunicazione contemporaneo senza snaturare l’eleganza della prosa molieriana, mentre va tributato alla regia di Arturo Cirillo il merito di riuscire ad armonizzare perfettamente tutte le componenti della messa in scena, singolarmente di indiscutibile valore, assieme capaci di creare un unicum dalla travolgente energia.

Balza immediatamente all’attenzione la casa di bambola, apparentemente inespugnabile carcere, dai colori sgargianti ed arredata di tutto punto, con una scalinata a collegare il salone di ingresso con la camera di un rosa zuccheroso che intrappola Agnese, un finestrone al pian terreno spalancato sull’esterno e la finestrella foriera di sguardi amorosi posta subito sotto il tetto. Adagiata su di un basamento munito di ruote, l’imponente dimora di Arnolfo ed Agnese viene a più riprese, durante la narrazione, fatta ruotare vorticosamente dagli attori in scena, andando a disvelare suoi nuovi reconditi dettagli o ad accompagnare col suo volteggiare impetuoso gli inseguimenti e le repentine fughe dei protagonisti. Una soluzione scenografica di grande impatto visivo e perfettamente funzionale alle dinamiche della pièce, frutto del vivido talento creativo di Dario Gessati, ed ulteriormente valorizzata dall’attento disegno luci di Camilla Piccioni capace di dipingere atmosfere ineffabili. Come non sottolineare poi i costumi finemente cesellati, che portano riconoscibilissima la firma estrosa di Gianluca Falaschi e ben sottolineano la psicologia dei personaggi: si passa dalla roboante pomposità damascata di Arnolfo e Crisaldo all’irriverente cappellino da baseball e bomber del focoso Orazio anch’essi impreziositi da elaborati arabeschi floreali, dall’ordinarietà disadorna dei domestici Alain e Georgette in abito da lavoro o grembiule rigorosamente bianconeri all’appariscente abito in latex rosa confetto della nevrotica bambolina Agnese pronta finalmente a conquistare una propria dignità di essere umano. Si diceva del notevole virtuosismo della regia di Arturo Cirillo: non è solo evidente nella direzione sicura, asciutta e divertita di una compagnia di attori dal talento luminoso, ma riserva anche guizzi di ingegno come gli attenti movimenti dal fascino quasi coreografico, l’interazione degli interpreti con l’articolata struttura scenografica o le luci stroboscopiche che cristallizzano le azioni dei personaggi in passaggi che ricordano atmosfere da avanspettacolo.

E se la maestria attoriale di Cirillo affonda tra i sordidi meandri dell’infido Arnolfo con il suo consueto carisma istrionico, non da meno sono gli altri due protagonisti: Valentina Picello nel suo donare all’innocente Agnese un magistrale equilibrio di sensibile vitalità e improvvisi lampi di ironia; ed il giovane Giacomo Vigentini, irrefrenabile nel suo impeto amoroso e di coraggiosa tempra nel conquistarsi il palcoscenico tra slanci poetici e peripezie da saltimbanco.

Ancora poche opportunità per questa stagione per lasciarsi catturare da un Molière così impeccabilmente in equilibrio fra tradizione e modernità: assolutamente da non lasciarsi sfuggire dunque le ultime repliche capitoline all’Eliseo, sino al 19 gennaio, e quelle in programma la prossima settimana al Teatro Comunale di Thiene, dal 21 al 23 gennaio.

 

Teatro Eliseo - Via Nazionale 183, 00184 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/83510216, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Botteghino: lunedì ore 13/19, dal martedì al sabato ore 10/19, domenica ore 10/16
Orario spettacoli: martedì, giovedì, venerdì e sabato ore 20; mercoledì e domenica ore 17; sabato 11 gennaio doppio spettacolo ore 16 e ore 20
Biglietti: da 15 € a 35 €
Durata spettacolo: atto unico, 1 ora e 35 minuti

Articolo di: Andrea Cova
Foto di: Fabio Lovino
Grazie a: Maria Letizia Maffei e Antonella Mucciaccio, Ufficio stampa Teatro Eliseo
Sul web: www.teatroeliseo.com

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