La rosa tatuata - Teatro Quirino (Roma)

Scritto da  Andrea Cova Domenica, 24 Maggio 2009 

la rosa tatuataDal 19 al 31 maggio. Un’egregia chiusura di stagione quella che il Teatro Quirino affida al testo di Tennessee Williams, con l’interpretazione magistrale, intensa e viscerale di un’appassionata Mariangela D’Abbraccio ed una regia moderna e coinvolgente capace di orchestrare alla perfezione uno spettacolo complesso, ricco di sfumature ed emozioni contrastanti.

 

 

 

Teatro e Società presenta

Mariangela D’Abbraccio e Paolo Giovannucci in

LA ROSA TATUATA

di Tennessee Williams

traduzione e adattamento di Masolino D’Amico

con Dajana Roncione, Federica Restani, Jacqueline Ferry, Francesco Tavassi, Gabriele Russo e Antonietta Rado

costumi di Maria Rosaria Donadio

musiche di Luca Pirozzi

regia, scenografia e disegno luci di Francesco Tavassi

 

Scelta particolarmente azzeccata quella di chiudere una stagione teatrale di grande prestigio e successo con uno spettacolo di assoluto pregio come la pièce teatrale “La rosa tatuata” del drammaturgo americano Tennessee Williams. Scritto attorno al 1950 sulla scia di altre sue memorabili opere come “Lo zoo di vetro” e “Un tram che si chiama desiderio”, questo lavoro teatrale fu espressamente concepito affinché ne fosse protagonista Anna Magnani, ma l’attrice non conosceva abbastanza l’inglese da poterlo interpretare in teatro. Fu così che il drammaturgo si convinse a cedere i diritti per la realizzazione del celebre omonimo film richiedendo però espressamente di curarne in prima persona la sceneggiatura e che fosse affidata la parte della protagonista femminile alla stessa Magnani. La pellicola, diretta da Daniel Mann, riscosse un grande successo commerciale, grazie anche alla scelta di un protagonista maschile di grande fama come Burt Lancaster, e condusse addirittura la Magnani ad aggiudicarsi l’Oscar come migliore attrice protagonista nel 1956.

L’adattamento teatrale realizzato da Masolino D’Amico si mantiene piuttosto fedele al testo originale, conservandone intatta la grande carica emozionale e l’intreccio narrativo notevolmente articolato. Ambientata nel cuore della Louisiana, nella periferia di una cittadina che si affaccia sul Golfo del Messico, la narrazione si svolge all’interno di una rumorosa e folcloristica comunità di immigrati italiani: protagonista indiscussa ne è Serafina delle Rose, vedova passionale ed istintiva che, distrutta dal dolore per la perdita del marito, si rinchiude in un’esistenza permeata da un funereo senso di lutto, da una religiosità opprimente ed angosciante e da una ferrea castità, costringendo con estrema severità anche la figlia adolescente Rosa a preservare a tutti i costi la propria innocenza. A stravolgere radicalmente la situazione arriverà però il fortuito incontro con lo strampalato, spontaneo e divertente camionista siciliano Alvaro Mangiacavallo che vincerà le sue incrollabili resistenze, convincendola finalmente a lasciarsi andare, riconquistando la serenità e l’equilibrio da tempo smarriti ed abbandonandosi nuovamente al fluire della vita.

In un periodo storico in cui una nuova ondata di immigrazione travolge il nostro paese, originando interminabili dibattiti alla ricerca di un difficile equilibrio tra gli umani sentimenti di accoglienza e solidarietà ed un preoccupante e crescente sentimento di intolleranza, questo testo teatrale assume una valenza di sconcertante attualità, soprattutto per la sua capacità di gettare uno sguardo ironico e disincantato su questa piccola comunità di emigranti meridionali in America, ponendone in risalto le debolezze, gli eccessi e la colorita passionalità. Merito del regista Francesco Tavassi è stato soprattutto quello di riuscire ad orchestrare in maniera coerente ed armoniosa un intreccio narrativo estremamente elaborato e complesso, privilegiando nel primo atto atmosfere maggiormente cupe, opprimenti e drammatiche, per poi concedere invece allo spettatore un clima più disteso e divertente nel secondo atto, parallelamente alla progressiva decisione della protagonista di tornare ad assaporare la gioia di vivere. Particolarmente riuscita e suggestiva anche la scenografia, curata dallo stesso Tavassi ed articolata in numerosi piani verticali ed orizzontali, i quali consentono di descrivere con efficacia l’intero quartiere popolare in cui si dipanano le vicende narrate: l’attenzione viene in particolare focalizzata sulla dimora della protagonista, di cui viene mostrato lo scheletro ligneo, quasi a voler condurre l’occhio dello spettatore nel cuore di questo spaccato di vita quotidiana, ed il semplice mobilio che la arreda, a sottolineare la condizione di indigenza di questa piccola comunità di immigrati italiani.

Vero fulcro, anima e cuore pulsante dello spettacolo è però Mariangela D’Abbraccio, una strepitosa Serafina capace di catalizzare l’attenzione per l’intera durata dello spettacolo. La grande attrice partenopea ha abituato il suo pubblico, nel corso di una pluridecennale carriera di successi, a ruoli trasgressivi, intensi, inquietanti e passionali senza mai trascurare una componente di ironia e comicità che la rende capace di instaurare con lo spettatore un’intesa assolutamente autentica e personale. L’interpretazione offerta in questa pièce teatrale è incredibilmente coinvolgente e lacerante; si percepisce un approfondito studio, condotto con grande perizia, delle più recondite dinamiche psicologiche del personaggio che consente alla D’Abbraccio di immedesimarsi completamente in Serafina e di rendere partecipe il pubblico del progressivo viaggio da lei compiuto dal dolore più cupo ed oscuro sino al prevalere della voglia di riscatto e di uno spiraglio di speranza e rinascita. Particolarmente azzeccato anche Paolo Giovannucci nel ruolo del romantico, squattrinato ed estroverso camionista Mangiacavallo che segna, con la sua entrata in scena, l’inizio della parte più leggera e spensierata dello spettacolo. Molto convincenti anche i restanti membri della compagnia tra cui Dajana Roncione (nel ruolo della giovane, acerba e scalpitante Rosa, figlia adolescente della protagonista), Gabriele Russo (il marinaio Jack Hunter di cui quest’ultima si invaghisce travolgentemente), lo stesso regista Francesco Tavassi (che recita nel piccolo cameo del sacerdote della piccola comunità dove si svolgono le vicende narrate), Antonietta Rado (divertente fattucchiera artefice di pozioni ed incantamenti) ed infine Jacqueline Ferry e Federica Restani (le quali interpretano ruoli multipli a testimoniare un’esigenza di economia nella realizzazione dello spettacolo).

Il risultato del connubio di tutti questi pregiati ingredienti è una commedia eccezionalmente autentica, umana, emozionante e divertente, in cui Tennessee Williams indaga con grande acutezza e sensibilità nell’animo dei personaggi, proponendo allo stesso tempo un vivido spaccato di un ben preciso contesto storico-sociale. Caratteristiche distintive queste della più preziosa arte teatrale, quella a cui il Teatro Quirino nel corso di quest’ultima stagione ci ha decisamente e piacevolmente abituato.

 

Articolo di: Andrea Cova

Grazie a: Silvia Taranta, Ufficio Stampa ETI (Ente Teatrale Italiano)

Sul web: www.teatroquirino.it

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