La pianista perfetta - Teatro Comunale (Todi)

Scritto da  Sabato, 01 Settembre 2018 

Il Pianoforte, al centro della scena, è il protagonista assoluto suonato dal vivo da Guenda Goria che, in una progressiva rarefazione di tempo e spazio, racconta sin nel profondo la forza vitale di Clara, donna che ha tradotto in arte la sua intera esistenza in un momento preciso, il pomeriggio prima di un importante concerto che potrebbe cambiare le sorti della sua carriera; un pomeriggio sbagliato in tutto sembra far presagire il primo insuccesso della vita di Clara. L’accordatore che non arriva, il baule smarrito, le lettere che sopraggiungono ad annunciare l’ internamento del marito Robert Schumann in ospedale psichiatrico offrono l’ affresco di una donna che a trent’anni è già madre di otto figli e leggenda della musica mondiale.

 

Produzione Todi Festival presenta
LA PIANISTA PERFETTA
di Giuseppe Manfridi
con Guenda Goria
regia di Maurizio Scaparro

 

Il senso della serata verte sulla brillante prova di Guenda Goria che fin dalle prime battute mi fa pensare alla Emmanuelle Seigner di “Venere in pelliccia”. Non solo per una certa rassomiglianza, pur col distinguo dell’etá anagrafica, ma per la convincente forza drammatica, la capacitá di conquistare l’attenzione, di attirare su di sé il pubblico - tanto che per tutta la serata non vola piú una mosca in sala - doti cui si aggiunge una straordinaria versatilitá artistica. Non é infatti da tutti i giorni incontrare un’abile pianista-concertista oltre che attrice di elevato spessore, e tralascio le altre skills pazientemente elencate nella presentazione: regista, ballerina, coreografa, studiosa di filosofia estetica. Mettiamoci pure che é figlia d’arte di una altrettanto brava attrice, Maria Teresa Ruta, e si avrá l’idea di un personaggio al di fuori del comune. E diciamola tutta: Clara Schumann Wieck, moglie e musa ispiratrice nonché paladina del genio musicale, non compreso dai suoi contemporanei, di Robert Schumann aveva bisogno necessariamente di tale interprete per poter rivivere un frammento della sua esistenza sul palcoscenico.

Il testo di Giuseppe Manfridi si sviluppa sulla preparazione di un concerto nella cittadina tedesca di Rostock in una sala adibita a feste comunali, con un pianoforte sgangherato, un sedile che scricchiola, un lampadario monumentale privo di candele, resti di una festicciola paesana in giro. Desolazione che Clara dovrá affrontare e sopportare in compagnia di un giovane attendente, un apprendista falegname del luogo che sostituisce addirittura il custode della sala in altre faccende affaccendato. Che guaio per il povero ragazzo che non sa che pesci prendere con la fremente, furibonda e anche un po’ rompiballe famosa concertista!

Come si intuisce da questo riassunto, Manfridi si muove agilmente nel genere del teatro nel teatro, assecondato dalla regia di Maurizio Scaparro che sembra ispirato dai “Sei personaggi” di Pirandello, soprattutto per “l’ingresso da una porticina laterale del teatro” come recita una didascalia introduttiva del capolavoro pirandelliano. Un introitus che ritroviamo anche in “Venere in pelliccia”, da cui peró (sottolineo il peró) parte una situazione drammaturgica di escalation fino al ribaltamento dei ruoli e dei rapporti di forza tra i personaggi.

Il testo di Manfridi dá inizialmente l’idea di procedere in questa direzione: il ragazzotto é troppo sempliciotto e anche un po’ troppo scemotto per essere davvero cosí (saranno la devozione per l’artista e l’emozione della bella donna di fronte a lui a farlo arrossire?) e prima o poi tirerá, ce lo aspettiamo, fuori gli attributi. Intanto é Clara a fare il diavolo a quattro: giunge perfino a parlare della follia del marito Robert al suo giovane interlocutore allibito introducendolo nella mente forsennata del coniuge e tempestandogli le orecchie con le dissonanze prodotte nella follia dalla mente geniale di Robert Schumann.

Ci siamo, mi dico: qui il testo dovrebbe prendere una piega “critica”, ideologica e politica. Le grandi follie dei geni dell’Ottocento - come quelle di Hoffmanstahl e di Nietzsche precedute nei primi del secolo da Novalis, folle e suicida - non sono infatti malattie mentali, ma atti di protesta e di rifiuto ideologico della societá borghese.

A questo punto Manfridi ha pazientemente costruito due personaggi, potenziali rivoluzionari e contestatori: il giovane figlio del popolo costretto a servire la grassa e tronfia borghesia tedesca e Clara Schumann Wieck che é un vulcano in ebollizione contro la societá dell’epoca che affama gli artisti come sfrutta il popolo. Qui il testo potrebbe esplodere, invece implode in una dimensione piú pietistica, buonista per usare un termine attuale: Clara si trasforma in una signora delle camelie commossa dagli omaggi floreali che le pervengono dalla direzione del teatro, ma anche dal fido Brahms, il compositore amico di famiglia, col quale intreccia un delizioso scambio di bigliettini in stile ottocentesco... Ma, ed ecco i lacrimoni, quel mazzolin di fiori che lei all’inizio butta disprezzandolo sul pavimento, perché bruttarello come colto da un arido campo e messo lá quasi come un insulto, è - colpo di scena - un omaggio di Robert (che peró abbiamo appena saputo ricoverato in manicomio per una grave crisi in cui non riconosce piú nessuno, neppure la moglie Clara)! Il finale é da libro cuore: il falegnamino tuttofare ma molto imbranato é innamorato della bella figlia del custode, ma non sa dichiararsi. Clara Schumann Wieck generosamente si impegnerá ad insegnare al fessacchiotto alcune note di una struggente aria di Robert da strimpellare all’orecchio della fanciulla per conquistarne i sentimenti.

Il lavoro di Manfridi é, intendiamoci, ben confenzionato da un commediografo che sa il fatto suo. Ci sono i buoni sentimenti, la rappresentazione di un mondo dell’arte in contrasto con la societá borghese, il popolino che si sottomette peró troppo pacificamente (ricordiamo che nel 1848 c’é stata una rivoluzione in Europa e che la Schumann é contemporanea di Marx!), echi musicali di un’arte ribelle e “dissonante”. La sensazione é peró che il tutto resti incentrato e concentrato sulla fruibilitá del fuilleton, sulla “teatralitá” che diventa preponderante e imperativa sulla drammaticitá: manca la cattiveria totalizzante (all’inizio c’é, ma sfuma progressivamente), e qui torno all’inizio della mia disamina, di "Venere in pelliccia", mentre si sprecano i “trucchi del mestiere” del buon commediografo che confeziona il prodotto come lo vuole il pubblico, ma non come vorrebbe, anzi esigerebbe il personaggio.

La regia di Maurizio Scaparro interviene sapientemente soprattutto nella gestione degli a solo pianistici della bravissima Goria: quella “rabbia in corpo” che il testo di Manfridi tende ad attutire virando verso il “plot” alla Dumas figlio, esplode allora sui tasti del pianoforte, sgangherato sí ma capace di far eco all’anima in pena dell’artista che avrebbe voglia di spaccare il mondo, quel mondo la cui follia si rivelerá nel giro di mezzo secolo ben piú grave e devastante di quella del geniale compositore.

 

Teatro Comunale - Via Giuseppe Mazzini 15, 06059 Todi (PG)
Per informazioni e prenotazioni: telefono 327/6353257 (ore 10-13 e 15.30-19.30)
Orario spettacolo: giovedì 30 agosto, ore 21
Biglietto: 15€ + prevendita

Articolo di: Enrico Bernard
Grazie a: Nicola Conticello e Marco Giovannone, Ufficio stampa Todi Festival
Sul web: www.todifestival.it

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