La musica è pericolosa - Teatro Argentina (Roma)

Scritto da  Giovedì, 08 Giugno 2017 

Dal 7 all’11 giugno al Teatro Argentina di Roma va in scena “La musica è pericolosa”, spettacolo-concertato con la direzione artistica di Nicola Piovani: alle tastiere e alla fisarmonica Rossano Baldini; al sax e clarinetto Marina Cesari; al violoncello, chitarra e mandoloncello Pasquale Filastò; alla batteria e percussioni Ivan Gambini; al contrabbasso Marco Loddo; al pianoforte lo stesso Nicola Piovani. Le luci sono di Danilo Facco e il suono di Massimiliano Martelli; gli elementi scenici sono curati da Maria Rossi Franchi, mentre la produzione è della Casa Editrice Alba e della Compagnia della Luna. Piovani si rivela un narratore raffinato, garbato, quasi schivo e di grande cultura, generoso con il pubblico. Lo spettacolo è la colonna sonora del cinema italiano dall’ “Intervista” di Federico Fellini alla produzione di Roberto Benigni, ma è anche costellato di molte canzoni cantautoriali. Infine un inno alla musica che fa paura come la bellezza più profonda nell’incontro con l’arte.

 

LA MUSICA È PERICOLOSA
concertato
di Nicola Piovani
tastiere, fisarmonica Rossano Baldini
sax, clarinetto Marina Cesari
violoncello, chitarra, mandoloncello Pasquale Filastò
batteria, percussioni Ivan Gambini
contrabbasso Marco Loddo
pianoforte Nicola Piovani
luci Danilo Facco - suono Massimiliano Martelli
elementi scenici Maria Rossi Franchi - direzione artistica Nicola Piovani
Produzione Casa Editrice Alba
Compagnia della Luna

 

La Stagione del Teatro Argentina si chiude con la creazione del Premio Oscar Nicola Piovani che porta a teatro “La musica è pericolosa”, il suo spettacolo-concertato che è un’opera polidisciplinare nella quale la musica è protagonista assoluta, corteggiata o ispirata da immagini e parole, a esprimere con le note, le partiture e le interpretazioni ciò che non si riesce a dire con altri linguaggi e arti.

Il maestro ha guidato gli spettatori in un viaggio di note e suggestioni, ripercorrendo i suoi lavori accanto a De André, Fellini, Magni, e altri registi spagnoli, francesi e olandesi, spaziando dal mondo greco mitico alla mancanza di un’educazione sentimentale, alla musica nella scuola italiana di oggi, un avvicinamento al bello che dovrebbe iniziare da bambini. Coprotagonisti della messa in scena gli strumenti musicali, come il pianoforte, il contrabasso, il sassofono, le percussioni, la chitarra, il violoncello e la fisarmonica, voce a ciò che non si può dire e a ciò che non si può tacere, ma che la musica può invece esprimere con la sua potenza che sembra a tratti disturbante perché infonde una sorta di inquietudine. E’ così infatti che inizia la narrazione: «La musica è pericolosa - racconta Nicola Piovani - come lo sono tutte le cose profondamente belle: ci cambiano, a volte ci ammalano di bellezza, come gli innamoramenti adolescenziali, pericolosi come i nostri incontri con quella musica che ha la forza di cambiarci dentro».

“La musica è pericolosa” è infatti un viaggio in grado di attuare una metamorfosi interiore attraverso un crescendo di atmosfere dense di sentimento, che compone e armonizza una narrazione teatrale in cui la parola arriva dove la musica non può arrivare e, soprattutto, la musica la fa da padrona là dove la parola non sa e non può arrivare. La frase, titolo dello spettacolo che sta andando in giro in Italia e anche fuori, come in alcuni teatri antichi della Grecia, è di Federico Fellini che dalla musica era intimorito e che la ricercava solo come sottofondo quando lavorava e quando l’impegno etico al lavoro lo proteggeva come uno scafandro dalla “possessione musicale”.

Le parole di Piovani sono racconti di vita vissuta, di incontri e di un mestiere che lo ha portato a creare per dialogare con gli altri, ad accompagnare, ovvero seguire le parole e i desideri degli artisti. Impressionanti sono la modestia e la semplicità di un grande artista in questa declinazione.
Sulla scena il pianoforte del maestro accompagnato dalle tastiere e dalla fisarmonica di Rossano Baldini, dal sax e dal clarinetto di Marina Cesari, dal violoncello, dalla chitarra e dal mandoloncello di Pasquale Filastò, dalla batteria e dalle percussioni di Ivan Gambini, dal contrabbasso di Marco Loddo e da proiezioni video che integrano e arricchiscono il racconto on fotogrammi di film, di spettacoli e, soprattutto, immagini che artisti come Luzzati e Manara hanno dedicato all’opera musicale di Piovani che restituiscono quell’unitarietà dell’arte fuori dal piccolo schermo che sembra ormai dominare incontrastato. Le ultime parole sono infatti di critica, sempre con il tono garbato che si addice a Piovani, per sottolineare come sia con la televisione che si avverte la necessità di parlare di “musica dal vivo”, dopo che per secoli, quasi millenni, la musica è stata solo viva.

Il primo brano del concerto-spettacolo è il tema dell’”Intervista” di Federico Fellini, mutuato per insistenza del maestro dal tema già scritto per un’opera teatrale di Vincenzo Cerami. La narrazione della musica che fa paura affonda le proprie origini già nel mondo greco antico con il mito di Orfeo e la sua cetra e delle Sirene, creature seducenti proprio per il loro canto e per questo pericolose: metà donna e metà uccello, diventate solo nell’immaginario medioevale metà pesce, divoravano i marinai che si avvicinavano alla loro isola, identificata con Capri. Apollonio Rodio nelle Argonautiche parla di queste creature che cantavano su una spiaggia “piena di scheletri e cadaveri putrefatti”, così la musica assume un carattere seducente e insieme macabro. Sarà proprio Orfeo che, con una sorta di controcanto che “manda fuori” il coro, vincerà le Sirene che si suicideranno gettandosi in mare. Le correnti marine porteranno Poseidone sulla spiaggia campana riconducibile al luogo dove oggi sorgono il Castel dell’Ovo e la città di Napoli e al suo mito Piovani ha dedicato l’omonima composizione.

Un altro mito che ha originato una composizione di Piovani è quello biblico di Salomè e della danza dei sette veli, ancora un intreccio di amore e morte nel segno della musica. Secondo una versione la giovane intese sedurre Erode per chiedergli la testa di Giovanni che si era rifiutato di baciarla, nell’immaginario voluttuoso descritto nel poema omonimo da Oscar Wilde e disegnato da Milo Manara - del quale sono state proiettate le immagini - mentre un’altra versione parla del convincimento su Salomè operato dalla madre.

Questa pericolosità per certi aspetti gioiosa dell’incontro musicale è stata rievocata da Piovani nell’esperienza dell’innamoramento adolescenziale che è poi il vissuto di ogni innamoramento. Sul tema dello stupore nell’incontro amoroso che apre al nuovo Piovani ha raccontato la sua storia di incontri musicali, a partire da quello con Prokofev e le sue trascrizioni delle quali abbiamo ascoltato una Mazurka (op. 17, numero 4) di Frédéric Chopin e un brano dal “Children’s Corner” di Claude Debussy. Tra l’altro la scelta, insieme a quelle citate, di Ludwig Van Beethoven, mi ha impressionato perché è stata la mia stessa identica iniziazione musicale, certo con risultati incomparabili. Lo spettacolo si è concluso con tre canzoni che hanno prestato l’occasione per sottolineare come la musica cantata si insedi nel cuore per l’emozionalità che è capace di offrire in una forte immediatezza.

Il primo brano del trittico è “Quanto t’ho amato” richiesto dal comico Roberto Benigni per il suo spettacolo “Tutto Benigni” con una chiusura a sorpresa sentimentale il cui testo è stato scritto a quattro mani con Vincenzo Cerami. La musica è di Piovani che però ha messo il verso conclusivo con una certa ironia: “In amore non contano le parole. Conta solo la musica”. Il secondo brano è l’accompagnamento perCaminito”, canzone cantata da Marcello Mastroianni nel film argentino “Di questo non si parla”, che Piovani ha cantato sul palco. Infine la storia di un’altra suggestione di bambino, accanto alla banda musicale del paese dove andava in vacanza che è diventata la musica d’ingresso per Benigni (in sala), nata dall’ascolto delle campane del campanile vicino alla casa dove Piovani ha abitato fino a vent’anni. Le campane emettevano tre note, “Mi”, “Fa” e “Sol” con infinite possibilità di composizioni. Una sequenza è servita per il disco di Fabrizio De André “Storia di un impiegato” (del 1973) e il paradosso è che quelle note del convento di suore sono finite per scrivere la musica di un brano censurato dalla Rai. E’ anche questa la magia di un incontro musicale.

 

Teatro Argentina - Largo di Torre Argentina 52, 00186 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06.684.000.346 (ufficio promozione) - 06.684.000.311 (biglietteria), mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Biglietteria: telefono 06/684000311/314 (ore 10-14/15-19 lunedì riposo), vendita on-line www.vivaticket.it
Orario spettacoli: ore 21, domenica ore 18

Articolo di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Amelia Realino, Ufficio stampa Teatro di Roma
Sul web: www.teatrodiroma.net

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