La musica dell’anima - Teatro Comunale, Todi Festival XXXI edizione (Todi)

Scritto da  Domenica, 03 Settembre 2017 

“La musica dell’anima” racconta attraverso l’appassionata Pamela Villoresi la figura di Eleonora Duse fuori dagli aspetti del divismo e del lirismo sentimentale ai quali siamo abituati. Lo spettacolo è ben sostenuto dal testo di Maria Letizia Compatangelo, ben scritto, ben documentato, che restituisce una donna completa, un’eroina dell’interiorità come non la si immagina: impegnata per le donne, innovatrice, non vittima se non di se stessa e del suo disperato bisogno di sognare che l’ha portata agli amori difficili. La recitazione è didascalica anche nella rievocazione estetica, appassionata con la musica che prende un suo spazio come uno spettacolo nello spettacolo perché come dice alla fine “La musica è stata la mia vita, il futuro il mio destino”. E si sente tutta la sua sofferenza di essere nata troppo presto.

 

LA MUSICA DELL’ANIMA
di Maria Letizia Compatangelo
con Pamela Villoresi
al pianoforte Marco Scolastra
produzione Gazza Ladra

 

Lo spettacolo lo si ricorda soprattutto per il bel testo che racconta con una documentazione dettagliata ma non didattica, ben articolata, la vita di Eleonora Duse, la sua storia e i suoi dolori, oltre che i successi. Il testo contestualizza socialmente la figura di questa grande attrice, che intreccia la propria storia con quella dei grandi musicisti e scrittori dell’epoca, girando in lungo e largo tra l’Europa e le Americhe, cosa allora non così scontata. Ne scaturisce un affresco importante dalla provincia italiana a Pittsburgh dove muore per aver contratto una polmonite: si era incaponita di andare a piedi in teatro nonostante il freddo. Purtroppo diversamente dall’Europa i teatri tre ore prima dello spettacolo non erano aperti e quell’attesa le fu fatale. Il viaggio parte da Padova dove il nonno, personaggio di talento che aveva perso tutto dopo aver avuto un teatro tutto suo, lascia il padre nella miseria. La vita di bambina è nella miseria e nel freddo, figlia di due amorevoli quanto mediocri commedianti. La madre finisce presto in sanatorio e questa sventura la porta a doverla sostituire in scena. Sarà la sua strada, sfidando le convenzioni dell’epoca che consideravano gli attori persone poco di buono e lei doveva rimanere accucciata alla cattedra perché a scuola non poteva sedersi con le altre bambine figlie di buona famiglia.

Quello che emerge è il vissuto articolato e scandagliato con profondità dall’autrice di una figura complessa, lontana dagli stereotipi con i quali ci è stata proposta e in fondo poco conosciuta. E’ l’occasione per attraversare il mondo occupato da Sarah Bernard, l’altra grande divina con la quale viene paragonata e sulla quale in qualche modo trionfa anche se per lungo tempo c’è un legame di complicità. La Duse non ci appare né una donna dagli amori facili né una vittima perché, come racconta in scena la voce di Pamela Villoresi che sembra sentirsi Eleonora lei stessa, non permette a nessuno di frapporsi tra lei e il suo lavoro che è quello che rende liberi, soprattutto le donne: non lo permise neppure a sua figlia Enrichetta che allontanò cercando di proteggerla ma privandola di un affetto e di una tenerezza che non ebbe il tempo di recuperare; né all’amore complice e distruttivo del critico intellettuale e librettista Arrigo Boito, borioso e sprezzante verso la sua amica; e nemmeno a Gabriele Dannunzio. A lui dette semplicemente tutto e non fu ripagata, anzi ostacolata, privata di molta linfa vitale, anche economicamente parlando, tradita. La Duse era però consapevole, non vittima sacrificale se non del proprio karma diremmo oggi: il bisogno disperato di amare e di sognare, di condividere un sogno di arte e di impegno. Una passione folgorante che, come quasi sempre accade per le passioni estreme, le regala momenti ineguagliabili e dolori abissali. Dal racconto ci appare impegnata nel sociale anche quando si ritira a vita privata pensando ad una casa per le attrici, che sembrava allora una follia ma che vent’anni dopo viene effettivamente realizzata; l’attrice viene dipinta come una rivoluzionaria della scena che recita “nuda”, senza trucco, senza corsetti, libera di muoversi, dedita allo studio di tutto il copione e non solo della propria parte. Una donna che “toglie” anche in scena invece che aggiungere, una Coco Chanel del teatro verrebbe da dire.

E’ forse quest’ultimo l’elemento che manca un po’ nell’interpretazione, pur appassionata, sofferta, compresa, tanto che in alcuni momenti si ha l’impressione che inciampi davvero nell’emozione e nel pianto. Per quanto infine le mie conoscenze siano limitate soprattutto al periodo veneziano e fiorentino, trascorso alla Villa La Capponcina che coincide con l’amore con D’Annunzio, mi pare che il testo sia davvero puntuale.

La musica più che il teatro è stata la sua vita, anche se la carriera è stata quella di un’attrice. Piacevole l’esecuzione musicale alla quale è lasciato uno spazio ampio, che a tratti pare perfino uno spazio preso dal piano sacrificando la recitazione, ma che racconta la passione viscerale della Duse per la musica soprattutto di Chopin che lei non legge semplicemente come un romantico e per Beethoven che diventa quasi un feticcio: si fa costruire una scatola in forma di testa di gesso del musicista che si porta ovunque e che fa aprire per prima quando arriva nelle stanze d’albergo.


Teatro Comunale - Via Giuseppe Mazzini 15, 06059 Todi (Pg)
Per informazioni e prenotazioni: telefono 327 6353257 (dal martedì alla domenica, dalle 10 alle 13 e dalle 15.30 alle 19.30)
Orario spettacolo: venerdì 1 settembre ore 21.00
Biglietti: 12€ + prevendita

Articolo di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Nicola Conticello e Marco Giovannone, Ufficio stampa NCMedia
Sul web: www.todifestival.it

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