La Modestia - Teatro Argentina (Roma)

Scritto da  Ilaria Guidantoni Mercoledì, 10 Aprile 2013 

Dal 9 al 14 aprile approda al Teatro Argentina la riscrittura in chiave contemporanea di uno dei sette vizi capitali, declinato e ribaltato nella quotidianità delle identità individuali e dei valori collettivi, "La modestia" del drammaturgo argentino Rafael Spregelburd che la regia di Luca Ronconi porta sotto i riflettori del palcoscenico per restituirci il ritratto di una società in disfacimento. Quasi tre ore di narrazione senza sosta, in un vortice di sdoppiamenti che si riannodano per rincorrersi e perdersi di nuovo, eppure il tempo scorre. La mano del regista ha il taglio giusto, con un ritmo che non si riesce nemmeno a capire perché ma funziona. In un mondo che va per immagini, sintesi e semplificazioni, qui nell’immobilità apparente dello stesso interno borghese tutto è metafora con un intricato aprirsi di mondi infiniti alla Borges. Eppure la leggibilità resta perché la sensazione colpisce chiara. Pièce sarcastica sull’allegoria della Modestia che, affermandosi spudoratamente fino a dichiararsi il titolo di un romanzo il cui autore nega di esserne l’artefice – per modestia appunto – si nega per ribaltarsi nel suo opposto: la Superbia, uno dei sette vizi capitali della Eptalogia di Spregelburd, ispirata all’opera del fiammingo Hieronymus Bosch. Magistrale l’interpretazione degli attori, quattro per otto ruoli. Mirabile Maria Paiato che si conferma regina dei ruoli strazianti e stranianti che raccontano il dolore dell’anima e l’incomprensione altrui.

 

  

Coprodotto da Piccolo Teatro di Milano - Teatro d’Europa,
Fondazione Festival dei Due Mondi di Spoleto, Associazione Mittelfest
su progetto di Santacristina Centro Teatrale
LA MODESTIA
di Rafael Spregelburd
regia Luca Ronconi
con Francesca Chiocchetti, Maria Paiato, Paolo Pierobon e Fausto Russo Alesi
scene Marco Rossi
costumi Gianluca Sbicca
luci A.J. Weissbard
foto di scena Luigi Laselva

 

 

Il racconto è un gioco teatrale che rincorre un intreccio di storie, personaggi ed equivoci tra l’ex Unione Sovietica e l’Argentina di oggi, per offrire il ritratto di una umanità in disfacimento, ribaltando la “modestia” da virtù a peccato. In un’atmosfera a tratti di una quotidianità spiazzante, la vicenda di coppie prende corpo in un condominio qualsiasi, modesto e dimesso come i suoi personaggi; si aprono doppie porte che in senso figurato e scenico, facendo scorrere e arrivare oggetti su ruote, cambiano lo scenario. Il passaggio è tra l’Argentina di oggi e il sogno infranto, la nostalgia ma anche l’ironia del mito dell’ex Unione Sovietica. Per certi versi il fraseggio è quasi banale ma i toni e il contesto, la ripetizione ossessiva, la semplificazione estrema, lo rendono parte di un classico teatro dell’assurdo. Nello stesso tempo c’è una profondità che va oltre i temi classici dell’incomunicabilità, del conformismo, dello straniamento, per accedere al surreale e all’autoanalisi collettiva – durante il rito del fumo e di un riso scomposto dove l’infanzia non riemerge come periodo felice e incantato, ma assurda preparazione ad un’altrettanto sconclusionata esistenza. Ne emerge il rancore, la rabbia che coviamo perfino verso i morti che ci hanno lasciati impotenti e inermi. La modestia è una metafora che racconta sotto la scorza della virtù il vizio: associata nell’immaginario all’umiltà, evoca invece spesso in modo tanto chiaro da essere gridato l’umiliazione che è l’anticamera della rabbia. La modestia diventa così superbia: negarsi per dimostrare di essere, per ottenere il riconoscimento altrui; povertà che è spesso sinonimo di semplicità e qui diventa miseria dell’anima, voglia di riscatto per cui lo scrittore vuole pubblicare solo per denaro, senza alcun interesse per il mestiere dello scrivere. Il gioco fa parte di sette opere brevi di Rafael Spregelburg sotto il titolo di “Eptalogia”, ispirato alla pittura fiamminga di Hieronymus Bosch e alla sua cartografia dei peccati, rivisitati in chiave moderna e per opposizione. E’ così che l’Inappetenza diventa Lussuria; la Stravaganza, cela l’invidia; la Stupidità svela l’Avarizia; e ancora il Panico, l’Accidia; la Paranoia, la Gola e infine la Cocciutaggine, l’Ira. A ben vedere questa ambivalenza c’è da sempre nei miti e nei simboli della stessa mitologia ad esempio. Anche Platone ne “La Repubblica” evidenzia come la Democrazia degeneri in Demagogia, che è poi il preludio alla Tirannide e così via di seguito.
La storia è intrecciata e complessa, tanto che andrebbe letta più che rivista e forse spiegata, ma in fondo in questa regia non è così fondamentale e anzi si rischierebbe di perdere la sensazione del gioco di smarrimento nell’accelerazione in crescendo, per cui un personaggio è marito tanto dell’una che dell’altra donna senza violare il principio di identità e non contraddizione perché sono due vite, due mondi lontani, forse anche due epoche che, come in mondi paralleli di una logica fantascientifica, si parlano e si contaminano. La migrazione è legata allo stesso clima di modestia che accomuna i due appartamenti e i loro inquilini, di risentimento aprioristico che si manifesta fin dalla prima scena: una donna con una pistola in pugno punta ad un uomo che non conosce e che ha le chiavi del suo appartamento. Si scopre che gliele ha date il marito di lei, ma forse per un equivoco senza importanza non è davvero il marito e così parte il gioco della rincorsa di mondi imprendibili e fusi ad un tempo. Altro elemento è l’inaccettabilità dell’altro in quanto alterità, diversità: così i coreani immigrati in Argentina - che diventano un mantra ossessivo per una delle due donne - sono i veri esclusi come noi potremmo esserlo ai loro occhi. E ognuno poi si scopre meno filantropico di quanto potrebbe sembrare.
La scenografia nel suo verde smaltato, un po’ claustrofobico e allusivo di certe vecchie case decadenti che, è vero, potrebbero stare in sud America quanto in qualche quartiere di una città dell’est, chiude e imprigiona in un labirinto di doppie porte che nè proteggono, né sono funzionali - sono solo sovrastrutture - i personaggi, costringendoli al dialogo rissoso. Verrebbe da dire “il vero inferno - la miseria: “ma saremo sempre poveri?” si chiede una delle due donne (Maria Paiato) - sono gli altri”, pensando all’opera teatrale Huis clos (A porte chiuse) di Jean-Paul Sartre.
Interessante questo scivolare degli oggetti, scorrere da una parte all’altra del palcoscenico, cambiando la situazione, fino al moto indotto di un oggetto che sembra un innocuo ninnolo con cui baloccarsi - pendoli di metallo che trasmettono il movimento l’uno all’altro avanti e indietro - e che ‘per simpatia’ fa cadere una lampada, il vaso dei pesci rossi e anche un pezzo di muro. Un mondo dimesso con accenti grotteschi e isterici che la bravura dei quattro interpreti rende una bella prova d’orchestra.

 

 

Teatro Argentina - Largo di Torre Argentina 52, 00186 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/6840001
Biglietteria Teatro Argentina: telefono 06/684000311(ore 10-14/15-19 lunedì riposo), vendita on-line www.helloticket.it
Orario spettacoli: tutte le sere ore 21, giovedì e domenica ore 17, sabato ore 19, lunedì riposo
Biglietti: intero platea €27, palchi €22, galleria €16 - ridotti da €22 a €13 (senza prevendita)

 


Articolo di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Amelia Realino, Ufficio stampa Teatro di Roma
Sul web: www.teatrodiroma.net

 

 

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