La leggenda di Redenta Tiria - Teatro Libero (Milano)

Scritto da  Martedì, 29 Luglio 2014 

Dieci massi poggiati sul palco, posti in cerchio attorno ad una seggiola alta ed un leggio. E’ il regno di Corrado d’Elia, direttore del Teatro Libero che dal 21 al 24 luglio ha presentato qui uno dei suoi più intimistici monologhi, La leggenda di Redenta Tiria, all’interno di una rassegna che i milanesi apprezzano sempre più, Liberi d’estate… libera l’estate!, ovvero come godersi anche a luglio e fino all’inizio di agosto i piaceri del teatro ben climatizzato, fresco e con aperitivo in omaggio a chi arriva fin dalle 19.30 per chiacchierare e fare amicizia nella piccola hall al terzo piano di via Savona 10. Non serve arrivare qui preparati sul soggetto: basta che il protagonista sia lo stesso d’Elia e il pubblico accorre, sapendo che non resterà deluso. La giovane età degli spettatori che prendono posto rende la platea allegra e vociante, nell’attesa dell’inizio. Poi si abbassano le luci e le voci. Buio. Silenzio.

 

Produzione Teatro Libero presenta
LA LEGGENDA DI REDENTA TIRIA
Favola poetica dal fascino oscuro
da Salvatore Niffoi
di e con Corrado d'Elia

 

“Il tempo… il tempo… il tempo che passa, che scorre e che non torna mai indietro… Il tempo che si ferma quando racconto una storia! Benvenuti a tutti e agli amici sardi… musica!” e sorge questa fresca melodia allegra di tipo folcloristico e una voce soave di donna, che scopriremo appartenere a Marisa Sannia, cantante sorprendente per queste sue registrazioni straordinarie in dialetto accompagnate da una banda popolare sarda. Corrado sta per raccontarci storie che si inanellano l’un l’altra, tutte tratte da un romanzo di Salvatore Niffoi, barbaricino doc e autore di prose che gli hanno fatto vincere un Premio Campiello nel 2006, rendendolo uno dei più celebri scrittori della nuova letteratura sarda. Le sue parole si avvicenderanno ai canti di Marisa Sannia, come ci spiega Corrado d’Elia che ne ha scoperto i brani in dialetto andando sull’isola e innamorandosene immediatamente.

“Abacrasta è il nome del mio paese” riprende Corrado appena si abbassa la musica che lo accompagnerà per tutto lo spettacolo e già si trasfigura e ‘diventa’ i tanti che impersonerà, “ma non lo troverete su nessuna carta, è troppo piccolo”. Ancora la voce e la musica che fanno tremare i cuori, poi ancora lui che racconta usanze locali, di gente di campagna che vive attorno a paesini dove sorprendentemente nessuno muore di morte naturale. D’Elia indossa pantaloni neri, nere sono le larghe bretelle, amaranto la camicia. “E’ arrivata in paese Redenta Tiria, una giovane cieca, coi capelli neri, lunghi, lucidi come le ali dei corvi, i piedi scalzi. E' alla ricerca di un uomo e le risponde un uomo che le dà indicazioni senza accorgersi che lei non vede. Il canto della colonna sonora dialettale sale e scende di volume a seconda che Corrado parli o smetta di parlare, circondando il pubblico di continue emozioni.

“Era la vigilia di Natale del 1950 quando una bimba uscì a cercare il nonno e lo trovò impiccato a una quercia. La nonna per consolarla le disse di non preoccuparsi, che ad Abacrasta tutti gli uomini muoiono così. ‘Ma che dicono le voci, nonna?’. ‘Dicono Preparati che la tua ora è venuta’. Perché tutti sentivano quella voce ad Abacrasta, prima o poi. Tutti sapevano…”. Con un giro di musica e canti cambia la storia e ora si parla di una bambina destinata a diventare suora, perché quella era l’usanza in certe famiglie con tanti figli. Ma Benedetta amava ascoltare la radio e la musica dei Beatles, le piaceva ballare e sorridere, così “quando è arrivato il momento di darla a Dio, anche se lei avrebbe preferito darsi a Benedetto che indossava stivaletti così belli, poco prima di uscire di casa sentì la voce: ‘Aiò, è giunta la tua ora!’. Lei si vestì da suora, mise ‘Day Tripper’ sul giradischi e si appese a una corda, per non andare in clausura… Correva l’anno 1968”.

Ed ecco la storia di un giovane bello come una statua nuragica, “uno che prendeva le femmine come acchiappava le mosche: con una mano”. Corrado d’Elia muove le braccia sempre seduto sull’alta sedia, anzi un solo braccio perché con l’altro tiene davanti alla bocca il microfono e fa sognare tutti con quei pochi gesti, a cui s’accompagnano il corpo e il viso e lo sguardo e la bocca. Tutti vedono ciò che accade nel paese, alle persone, comprendono le battute, ne percepiscono le emozioni. Ora ci racconta la storia di Anchiso, bello come una statua nuragica, e di Amelia, moglie del parroco che non la faceva mai uscire di casa per gelosia; finché il prete andò via per un commercio, lei uscì di casa per sentire l’aria sul viso “e vide lui che si fermò e scese da cavallo. Non una parola: prima i loro sguardi, poi i loro odori. Si buttarono sul letto a baldacchino. Non una sillaba, solo mugugni e lamenti. Fu a quel punto che Anchiso sentì la vocetta, e così pure Amelia: ’Aiò, preparati che il tuo tempo è venuto’. Finirono su una corda uno di fronte all’altra in terrazza, come lenzuola profumate appese all’aria ad asciugare”.

I suoni risollevano gli animi, in fondo queste storie sono orribili. Ma ci sarebbe di peggio se non fosse per l’altissima percezione di poesia che dilaga ovunque, tra i colori, i gesti e le parole. Come la storia dei fratelli Gambalettos: “Otto fratelli, quattro maschi e quattro femmine, si ritrovarono un giorno alla casa dei genitori e restarono assieme fino a quando si levò la luna, come una grande seada nel cielo. Cosa si dissero nessuno lo saprà mai, ma andarono tutti assieme sull’altopiano degli Asfodeli, i cui rami danzavano al vento; gli otto fratelli, uno alla volta, salirono sul grande sughero dell’altopiano, ciascuno su uno dei suoi otto grandi rami. Si racconta che Tonino, il più piccolo dei fratelli, esitò a lanciarsi dalla corda e chiese: ‘Perché lo facciamo?’. E i fratelli gli risposero: ‘Perché così rinasciamo…!’ e nella notte sembrarono tante bambole che si intrecciano al vento”. La musica che ricopre le immagini è allegra, folcloristica, la voce dolce e gradevole, contrasta molto con l’emozione di dramma umano. Non c’è posto per la tristezza.

Vorrei continuare a raccontare queste storie ma temo che Niffoi e Corrado possano inquietarsi. Dovete andare ad ascoltarle dal vivo o a leggerle per intero! Perché riportare qui la storia di Giasone e di suo figlio Costantino, del giovane che divenne sindaco, di chi aveva il vizio del gioco delle carte, e come dimenticare Redenta Tiria? “Toc, toc, toc… Redenta bussò alla porta di Miché ma nessuno apriva. I garofani rossi riempivano l’aria di profumo piccante. Lei ne staccò uno e se lo mise fra i capelli. Toc, toc, toc… Redenta aprì la porta con la punta del piede. Entrò. Lui era seduto nudo, una cinghia sul collo, in attesa di andare. Lei lo guardò coi suoi occhi ciechi…” Lui rivide tutti i volti e gli eventi che avevano significato qualcosa nella sua vita, quando la nonna soffiava sul cucchiaino prima di imboccarlo, quando fece a botte con gli amici, e Cleopatra la puttana… “La sua vita iniziata e finita perché si era messo in testa di andare indietro nel tempo e aveva tentato di costruire una macchina che non aveva mai davvero funzionato, da quando aveva scoperto una sveglia”.

Alla ricerca del tempo perduto, del diapason di una clessidra, aveva pensato che se il tempo ruotava avanti, perché non poteva farlo tornare indietro? Michele era ostinato ma per quanto le ore gli scorressero addosso, in attesa di tornare bambino, un giorno sentì la voce. “E ora aprì gli occhi: Redenta era ancora davanti a lui. Si tolse la cinghia dal collo. Lei si avvicinò e lo aiutò a scendere dalla sedia. ‘Chi sei?’ chiese lui. Quando Redenta uscì, la casa era pulita, la macchina del tempo era sparita, nell’aria solo il profumo piccante dei garofani rossi…”. Le storie si susseguono, tutte meravigliose e fanno venire la nostalgia di luoghi e tempi mai visti ma che qui, al Teatro Libero e nelle nostri menti, prendono corpo, colori, movimenti e realtà, con parole belle di gente naturale. Racconti di miracoli, di vita e voci, musica e canti. E’ uno spettacolo straordinario, magico, come il racconto di Adelaide che diventa cieca a soli due anni ma poi, portata dalla mamma alla chiesa di Santa Lucia, torna a vedere in cambio però della verginità. Un giorno incontra un giovane bellissimo e…

Ve l’ho detto, non posso raccontarvi tutto, dei luoghi descritti con poche pennellate, così infinitamente belli che solo chi ha esplorato certe zone selvagge della Sardegna sa esistere per davvero, lontanissime dal mondo dei vip delle coste più o meno smeralde. Qui si parla di luoghi sacri per davvero, di famiglie esistite sul serio, di grida e pianti e risate e odio, cattiverie e amori autentici. Così, il nostro cantastorie arriva al termine senza che a nessuno venga in mente di alzarsi per andarsene e lui rientra ancora sul palco dopo i tanti applausi, sorridente e grato e dice: “Vabbè, è estate… stiamo ancora un po’ insieme” e concede un bis che diventa un tris ma tanto il suo pubblico farebbe qualsiasi cosa per trattenerlo, anche recitare a voce alta con lui e sognare asfodeli al vento e amare la voce di Marisa Sannia.

 

Teatro Libero - via Savona 10, Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/8323126, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: ore 21.00, aperitivo dalle 19.30
Biglietti: prezzo unico € 12,00 (prevendita e aperitivo inclusi)



Articolo di: Daniela Cohen
Grazie a: Serena Lietti, Ufficio stampa Teatro Libero
Sul web: www.teatrolibero.it

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