La lampadina galleggiante - Teatro Quirino (Roma)

Scritto da  Lunedì, 23 Gennaio 2012 
La lampadina galleggiante

Dal 17 al 29 gennaio. L’ironia tagliente e brillante di Woody Allen, declinata in questa circostanza in una chiave maggiormente intimista, sconsolata e solitaria, approda al Teatro Quirino con “La lampadina galleggiante”, sceneggiatura scritta dall’eclettico maestro newyorkese nel lontano 1981, che giunge per la prima volta sui palcoscenici italiani con la regia di Armando Pugliese e una protagonista d’eccezione come Mariangela D’Abbraccio.

 

 

Teatro della città presenta

Mariangela D’Abbraccio in

LA LAMPADINA GALLEGGIANTE

di Woody Allen

con Fulvio Falzarano, Mimmo Mancini

e con Barbara Giordano, Emanuele Sgroi, Luca Buccarello

scene Andrea Taddei

costumi Silvia Polidori

disegno luci Valerio Tiberi

regia Armando Pugliese

 

L’intreccio narrativo immerge lo spettatore sin dai primi istanti in un contesto urbano degradato ed insalubre, che geograficamente viene collocato nella periferia più povera e malfamata della Brooklyn degli anni Cinquanta ma che, nei colori, umori ed atmosfere restituiti dall’allestimento scenografico proposto da Andrea Taddei, rivolge anche evidentemente lo sguardo a contesti ben più vicini al nostro vissuto, come i fatiscenti “bassi” napoletani o gli squallidi ed abbandonati sobborghi di alcune delle nostre città nei drammatici anni del Dopoguerra. Una scelta registica ed estetica che, se da un lato avvicina l’opera al linguaggio drammaturgico tradizionale di ascendenza eduardiana, dall’altro ha indiscutibilmente il pregio di plasmare con naturalezza un clima sorprendentemente familiare, mediterraneo e viscerale, facilitando l’immedesimazione del pubblico.

L’azione scenica si svolge interamente nell’umile e decadente appartamento in cui una disastrata famiglia ebrea conduce in maniera stentata e desolante la propria esistenza: difficoltà economiche sempre più insormontabili si intrecciano al logorarsi progressivo di quei legami affettivi che in circostanze così dolorose dovrebbero rappresentare l’unico saldo appiglio a cui ancorarsi e che invece si sono inesorabilmente sfaldati sotto il peso soverchiante del tempo, della disillusione, dei sogni infranti, della sofferenza quotidiana. Tra gli effluvi venefici emanati dalle fabbriche circostanti e gli enormi palazzi-alveari che si stagliano su questa modesta dimora, è come se avessimo l’opportunità di carpire l’essenza più intima e inconfessabile delle dinamiche che animano la famiglia da essa ospitata, spiando dalla serratura; ci si ritrova in questo modo avvolti da un’atmosfera dalle fosche tinte hopperiane, disarmati di fronte ad un ritratto estremamente realistico e lancinante della solitudine e del senso di impotenza che contraddistinguevano la vita popolare americana dopo il secondo conflitto mondiale.

Un padre, Max (Mimmo Mancini), che ha accantonato l’entusiasmo e la gagliardia della giovinezza per sbarcare il lunario lavorando di notte in sordidi locali di infimo ordine e la cui unica speranza, per scampare alla morsa sempre più letale degli strozzini che lo assediano e alle incessanti recriminazioni della moglie insoddisfatta ed esigente, risiede in una tanto invocata quanto improbabile vincita al lotto, che gli consenta di divenire finalmente ricco e di poter fuggire il più lontano possibile con la giovane ed ingenua amante (Barbara Giordano). Una madre, Enid, (Mariangela D’Abbraccio), con velleità giovanili da ballerina sepolte sotto l’opprimente ed angusta coltre di una vita familiare priva di reale sostegno reciproco, amore e condivisione: la povertà che costringe a rinunce e sacrifici, ad escogitare nella vana speranza di racimolare qualche denaro fantasiosi espedienti, come la vendita di fiammiferi personalizzati per corrispondenza o un bizzarro commercio di pesci tropicali; un marito ostile e traditore che, nonostante gli ostinati e teneri tentativi di riavvicinamento da lei perseguiti, le prospetta dinanzi un muro di silenzio e gelida indifferenza; il balsamo lenitivo, che in realtà avvelena ancor di più l’anima e il corpo, offerto dall’onnipresente e consolatoria bottiglia di liquore; due figli problematici su cui, con istinto protettivo e amorevole, proietta le sue speranze ed ambizioni per un futuro migliore, auspici che si infrangeranno però come preziosi cristalli tramutatisi miseramente in schegge di vetro capaci di ferire nel profondo.

Il figlio minore Steven (Luca Buccarello) non ha decisamente voglia di impegnarsi negli studi e manifesta il suo disagio infantile sfogandolo in precoci atteggiamenti bullistici e in atti di piromania, che lasciano trapelare con evidenza il dolore respirato ogni giorno nel suo nucleo familiare. Il fratello maggiore Paul (Emanuele Sgroi) mostra una psicologia ancor più complessa e sofferta, introiettando l’instabile condizione che lo circonda e traducendola nell’incapacità di rapportarsi in maniera serena e naturale con il prossimo (disturbo che si concretizza nell’intensa balbuzie che lo attanaglia ogni qualvolta si trova in presenza di estranei) e nel desiderio di costruirsi un rifugio privatissimo ed invalicabile in una realtà parallela, onirica e fiabesca, come quella della magia. Tematica quest’ultima piuttosto ricorrente nelle pellicole cinematografiche di Woody Allen – in prima persona un fervido cultore dell’arte dell’illusionismo e della prestidigitazione sin dall’infanzia – che permea la rappresentazione, specialmente nel corso del secondo atto, avvolgendola in un rarefatto limbo di sospensione onirica e fiabesca che attenua la drammaticità degli eventi narrati, stemperandoli nella malinconia, in un agrodolce constatazione delle umane miserie e debolezze.

Enid, in modo del tutto inconscio e con il trasporto passionale ed impetuoso che può essere nutrito solamente da una madre nei confronti dei propri figli, individua nell’abilità di Paul e nel suo instancabile desiderio di esercitarsi tra trucchi, magie e mirabolanti numeri di illusionismo, la possibilità di un riscatto e di un futuro maggiormente prospero e gioioso; allorquando però lo costringerà ad esibirsi davanti a quello che erroneamente crede un prestigioso impresario teatrale (Fulvio Falzarano) e l’esito della performance si rivelerà catastrofico, comprenderà che neppure questa strada può essere percorsa. Persino le impacciate avances che il talent-scout sembrerebbe rivolgerle, ed il conseguente barlume di un nuovo e più sincero affetto, si infragono repentinamente come una bolla di sapone quando quest’ultimo si rivelerà anch’egli un derelitto il cui cliente più redditizio è rappresentato da un pastore tedesco parlante, e si scoprirà che è in procinto di abbandonare la città per seguire l’anziana madre in una lontana località di campagna più salubre e tranquilla.

Nessuna speranza di un rinnovamento repentino o di una salvifica fuga dalla deprimente e stantia realtà quotidiana, l’unica prospettiva rimane quella dell’accettazione, del ripiegamento su se stessi e sui brandelli che rimangono del calore familiare e dei sogni coltivati in gioventù. Un fallimento esistenziale descritto con una tale delicatezza e capacità di introspezione nel testo drammaturgico di Allen da emozionare intimamente ed autenticamente lo spettatore; l’opera, portata in scena con sapiente maestria da Armando Pugliese, viene impreziosita dall’ equilibrio costante tra istanti di sferzante umorismo, passaggi maggiormente drammatici e aperture evocative di grande lirismo e nostalgica riflessione.

Assolutamente pregevole e convincente il cast di interpreti, tra i quali spiccano il promettente ed intenso Emanuele Sgroi, il poliedrico ed istrionico Fulvio Falzarano e, ovviamente, la generosa, carismatica e vigorosa protagonista femminile Mariangela D’Abbraccio, meritevole di ulteriore plauso in quanto è stata capace di sostituire in tempi record Giuliana De Sio (ora in convalescenza a seguito di una pleurite con doppia polmite e di un embolo alla gamba sinistra) in maniera estremamente professionale e coinvolgente. Al di là delle sterili polemiche scatenatesi sulla stampa ad uso e consumo della cannibalizzazione mediatica di questa repentina sostituzione, probabilmente la De Sio avrebbe saputo infondere nel personaggio la grinta, l’energia e la potenza espressiva che da sempre contraddistinguono la sua cifra attoriale; come contraltare, Mariangela D’Abbraccio offre al pubblico romano un’interpretazione a tutto tondo, densa di sfumature ed accenti, conquistandolo senza riserve e rendendo “La lampadina galleggiante” un appuntamento realmente da non perdere.

 

Teatro Quirino - via delle Vergini 7, Roma

Per informazioni e prenotazioni: numero verde 800013616, biglietteria 06/6794585,

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Orario botteghino: dal martedì alla domenica dalle 10 alle 19

Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 20.45 mercoledì 18 e 25 gennaio ore 16.45

tutte le domeniche ore 16.45

Biglietti: platea € 33 (ridotto € 28,50), I balconata € 28,50 (ridotto € 24,50), II balconata € 23,50 (ridotto € 20,50), galleria € 18 (ridotto € 15)

 

Articolo di: Andrea Cova

Grazie a: Paola Rotunno e Francesca Melucci, Ufficio Stampa Teatro Quirino

Sul web: www.teatroquirino.it

 

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