La Guerra Grande - Teatro India (Roma)

Scritto da  Mercoledì, 17 Giugno 2015 

Ha debuttato in prima nazionale al Teatro India il 23 e 24 maggio, in occasione del centenario della discesa in campo dell'Italia nel primo conflitto mondiale, il nuovo progetto del giovane e talentuoso regista Roberto Di Maio, intitolato "La Guerra Grande - Storie di gente comune". Traendo ispirazione dal testo omonimo curato dallo storico Antonio Gibelli, edito da Laterza, la drammaturgia di Paolo Di Maio si insinua tra le pieghe dei roboanti avvenimenti bellici consegnati agli altari della storia per addentrarsi nel vissuto di coloro che quella guerra l'hanno sperimentata sulle proprie ossa, attraverso la corrispondenza epistolare imbastita tra i combattenti asserragliati nelle trincee e i familiari che li attendevano a casa con incrollabile speranza. Testimonianza storica e linguaggi performativi contemporanei si intrecciano armonicamente dando origine ad un'opera possente ed emozionante, incarnata sul palcoscenico con vibrante pathos da sette interpreti di primissimo livello e indiscutibile carisma.

 

LA GUERRA GRANDE
Storie di gente comune
liberamente tratto dall’omonimo libro di Antonio Gibelli
drammaturgia Paolo Di Maio
regia Roberto Di Maio
con Stefano Fresi, Lucrezia Guidone, Diego Sepe, Rosario Petix, Beatrice Fedi, Piero Cardano, Giulio Cristini
ideazione Compagnia DeMix
produzione esecutiva Margherita Laterza
aiuto regia Graziano Molino
disegno luci Paride Donatelli
scene Luca Stadirani
musiche Claudio Cotugno (ATO)
video mapping Federico Spaziani
costumi Giulia Camoglio
Produzione Editori Laterza
con il sostegno di Presidenza del Consiglio dei Ministri
in collaborazione con Teatro di Roma

La Guerra GrandeUn punto di vista inedito, capace di porsi in una comunicazione intima e privilegiata con la sensibilità dello spettatore. Questo il modo di accostarsi alla tragedia bellica offerto dall'atto unico "La Guerra Grande - Storie di gente comune", intriso di sofferenza e disarmata impotenza di fronte al dolorosissimo dazio di vite umane imposto immancabilmente da ogni guerra, ma al tempo stesso percorso dall'ironia vivace e brillante di una quotidianità umanissima. Il progetto nasce a novembre allorchè Giuseppe Laterza si rivolge al regista Roberto Di Maio affinchè disegni un lavoro teatrale sulle pagine della cronaca del primo conflitto mondiale firmate da Antonio Gibelli. Lo storico genovese si era concentrato sul dialogo struggente affidato a lettere, cartoline e diari, su quel sottile filo rosso che annodava i combattenti impegnati in una guerra di cui neppure comprendevano appieno ideali e obiettivi ed i loro familiari in fervida attesa di un sempre più improbabile ritorno a casa; a questo prezioso patrimonio esistenziale attinge la drammaturgia di Paolo Di Maio, autore del testo, con il doveroso rispetto e al contempo con il desiderio di investigare i panorami emotivi di afflizione, fremente attesa e appassionato sentimento che connotano queste anime inquiete.

Le vicende narrate si snodano attorno al Centro Postale Militare di Bologna, diretto dal Tenente Mario Rossetti (Stefano Fresi), ufficio deputato allo smistamento della corrispondenza proveniente dai campi di battaglia; nella vita civile il tenente era un comune maestro di italiano, cosicchè la sua cultura sopra la media l'ha preservato dal coinvolgimento attivo al fronte, proiettandolo a combattere esclusivamente una disfida quotidiana, quella contro gli errori di ortografia che tempestano queste missive. Davvero semplice in questo contesto ovattato e protetto farsi fiero portatore di ideali patriottici e interventistici, almeno fintanto che non si scontrerà con la drammatica insensatezza di questa falsa retorica. Inizialmente la sua unica preoccupazione sarà quella di risvegliare dal suo sprovveduto torpore il giovane soldato Manzi (Giulio Cristini), suo ben poco perspicace aiutante. Tra la miriade di lettere che transita per le loro scrivanie polverose, anche quelle che il contadino bolognese Amedeo Lolli (Rosario Petix) rivolge con vivido affetto alla sanguigna Gemma (Lucrezia Guidone), lasciata nella loro masseria ad accudire due figlioli, le inestimabili mucche ed i rigogliosi campi, gravose responsabilità per le seppur robuste spalle della vigorosamente fiera sposa. Impacciato dal suo analfabetismo, Amedeo riesce ad affidare tutta la propria amorosa nostalgia a questi messaggi grazie al generoso supporto di Giovanni o professor' (Piero Cardano), macellaio salernitano così soprannominato al fronte in quanto i suoi studi di terza media gli permettono di aiutare i suoi commilitoni a incastonare su carta i pensieri costantemente rivolti ai propri cari. Giovanni rimane però lievemente ferito da una granata e nell'ospedale militare viene teneramente accudito dall'infermiera Rosa (Beatrice Fedi), crocerossina partita volontaria da Firenze; tra i due sboccerà una delicata simpatia, che ben presto evolverà in incontenibile ardore, inducendo la temperamentosa fanciulla a cedere alle lusinghe dell'arguto scugnizzo partenopeo e a sfidare l'algida autorità materna con una telefonata rivelatoria di questa trascinante passione. Nel frattempo nelle floride lande emiliane Gemma si sta adoperando con tutta se stessa, e con il sempre devoto supporto del curato del paese Don Alfonso (Diego Sepe), per ottenere una licenza per l'amatissimo Amedeo, così da riabbracciarlo almeno per qualche giorno e farsi aiutare nell'operosa attività tra coltivazioni e bestie da governare; il destino non arriderà però al loro impetuoso legame affettivo, poichè Amedeo sarà preso prigioniero dagli austriaci in una battaglia combattuta sull'Isonzo e deportato al campo di Celle in Germania, dove morirà di stenti nella solitudine di una cella oscura, deprivato di ogni forma di sostentamento.

La Guerra GrandeUn intreccio narrativo assolutamente coinvolgente, dal ritmo serrato e capace di giustapporre la leggerezza di passaggi all'insegna dell'ironia e della dolcezza e purezza delle emozioni ad altri indelebilmente sopraffatti dalla consapevolezza lancinante della perdita di ciò che per i personaggi protagonisti esiste di più caro al mondo. Di soverchiante impatto la scena della segregazione nel campo di prigionia dell'innocente contadino emiliano: buio pesto, penetrato solamente da una pallida luce radente attraverso le feritoie del carcere, con Amedeo al centro e gli altri personaggi nelle tenebre a frantumare nervosamente delle michette di pane; quando il soldato soccombe, precipita dall'alto un paio di scarponi, mentre gli altri attorno a lui disperdono le briciole ai loro piedi e si allontanano nell'ombra; sarà la vedova Gemma a recuperare i massicci scarponi, caricarseli sulla schiena e ad allontanarsi lentamente sotto il loro mortifero peso. Densa di struggente commozione anche la scena in cui il Tenente Rossetti e Don Alfonso rivelano alla vedova che il suo adorato Amedeo non farà mai ritorno: straziata dalla devastante rivelazione, la donna proromperà con il candore della sua saggezza popolare in una violentissima accusa contro lo Stato, colpevole di aver spedito insensibilmente questi giovani incontro ad un sicuro destino di martirio, e contro la Chiesa, rea di aver avallato questo scempio rassicurando i combattenti con il Rosario ed il Vangelo. La sepoltura necessariamente avverrà senza neppure il conforto di un corpo su cui versare lacrime; simbolicamente il fedele compagno Giovanni straccerà in mille frantumi una lettera nell'elmetto vuoto di Amedeo: alla dichiarazione della conclusione della guerra, proclamata da solenni fanfare, indosserà l'elmetto sotto una pioggia di brandelli di carta, di parole d'amore infranto, di speranze disilluse, esultando con un annientato "Evviva!". Un buio incombente si avventa sulle esistenze dei sette personaggi, ponendo fine alla rappresentazione.

La regia vibrante di Roberto Di Maio segue l'incedere del racconto in un crescendo di pathos, privilegiando nelle scene iniziali toni più arguti e brillanti per poi sprofondare progressivamente in un baratro di rabbia sorda e sofferenza. Efficacissimo il contrappunto tra la precisa ricostruzione storiografica e linguaggi performativi contemporanei come il video-mapping, che contraddistinguono la cifra stilistica della Compagnia Demix, in un riuscitissimo incontro con il teatro di parola e sonorità elettroniche. Grazie alle immagini proiettate in movimento sulla scenografia e sui corpi degli attori (ad opera di Federico Spaziani) rivivono le inquietanti atmosfere della guerra nei preziosi filmati provenienti dagli archivi dell'Istituto Luce; nel contempo l'accompagnamento delle musiche composte da Claudio Cotugno, riprendendo paradigmi sonori dell'epoca ricostruita in scena intessuti con moderni beat elettronici, risalta in contrasto con la scenografia e i costumi di matrice volutamente tradizionale e descrittiva (disegnati rispettivamente da Luca Stadirani e Giulia Camoglio).

L'eccezionale pregio di questo lavoro però, oltre che nella sicura e riconoscibile chiave registica di Roberto Di Maio, risiede senza alcun dubbio nella superlativa compagnia di attori che ne veicola il messaggio. L'ironia dolente di Stefano Fresi nei panni del Tenente Rossetti, la spassosa sprovvedutezza di Giulio Cristini in quelli del soldato Manzi, la frizzante spontaneità e caparbietà della battagliera crocerossina interpretata da Beatrice Fedi, il lancinante spasimo di impotenza e dolore che Diego Sepe riesce ad infondere nel personaggio di Don Alfonso, impossibile non lasciarsi coinvolgere dalle tormentate passioni da loro incarnate. Se però ci è concesso riservare un applauso ancor più vigoroso lo vorremmo spendere per le magistrali interpretazioni di Piero Cardano, capace di percorrere con forza ed intelligenza la variegata gamma emozionale di Giovanni o professor', dall'iniziale guasconeria irresistibilmente partenopea all'atroce presa di coscienza delle ferite inferte dalla guerra; per la solidità commovente con cui Rosario Petix affronta la parabola umana verso il supplizio dell'innocente contadino Amedeo; dulcis in fundo la magnetica, incisiva, straziante prova recitativa offerta da Lucrezia Guidone nel ruolo della verace vedova Gemma. Dopo aver lavorato a lungo con Ronconi ed essersi aggiudicata nel 2012 il premio Ubu come miglior 'Nuovo attore o attrice (under 30)', con questo nuovo personaggio colpisce lo spettatore con una tale intensità e carisma da rapirne l'attenzione anche in controscena.

"La Guerra Grande" è uno spettacolo onesto, necessario, livido di un'umanità autentica e generosa che non può non insinuarsi sotto la pelle dello spettatore, imponendo una riflessione sul significato di fatti storici a noi così prossimi, che pure ci paiono ineffabilmente lontani. E se una palpabile emozione ha accomunato l'intero pubblico presente al Teatro India - dal giurista Stefano Rodotà a numerosissimi giovani - l'obiettivo appare centrato in pieno; attendiamo dunque al più presto il ritorno in scena di Roberto Di Maio e dei suoi sette magnifici interpreti, per una ben più lunga e meritatissima tenitura.

 

Teatro India - Lungotevere Vittorio Gassman (già Lungotevere dei Papareschi) 1, 00146 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/684.000.346
Orario spettacoli: 23 maggio ore 21, 24 maggio ore 18
Durata: 1 ora e 45 minuti

Articolo di: Andrea Cova
Grazie a: Paola Rotunno, Ufficio stampa Compagnia; Amelia Realino, Ufficio stampa Teatro di Roma
Sul web: www.teatrodiroma.net

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