La Governante - Teatro Quirino (Roma)

Scritto da  Enrico Bernard Giovedì, 25 Aprile 2013 

Dal 16 al 28 aprile. Il sipario del Quirino si apre con mezz’ora di ritardo, così mi sovviene un “quasi” litigio con Sarah Zappulla Muscarà. Nel corso di un convegno ad Erice in Sicilia tenni una conferenza su teatro e censura e stavo parlando appunto de “La governante” quando fui interrotto dalla studiosa siciliana esperta pirandelliana e di Brancati. Cosa inusuale che si interrompa un conferenziere con grida di sdegno dalla platea: solitamente ci si appunta l’obiezione e si aspetta il turno delle domande e dei chiarimenti. Cosa suscitò l’ira di Sarah Zappulla Muscarà contro di me? Avevo appena affermato che un brano di una battuta del personaggio dello scrittore Alessandro del dramma di Brancati poteva essere interpretato in chiave autobiografica, cioè come se parlasse in questo caso lo stesso Brancati:
ALESSANDRO: La moralità italiana consiste tutta nell’istituire la censura. Non solo non vogliono leggere o andare a teatro, ma vogliono essere sicuri che nelle commedie che non vedono e nei libri che non leggono non ci sia nessuna delle cose che essi fanno tutto il giorno - e dicono. Chiudere la bocca agli scrittori; ecco il sogno degli italiani.
Neppure l’avessi scritto io questo atto di accusa alla società italiana, alla borghesia, Sarah Zappulla Muscarà salta in piedi sulla sedia e mi urla contro: idiozia, il personaggio dello scrittore della commedia di Brancati non è autobiografico, ma è come tutti sanno Moravia, che se la prese pure vedendosi sbeffeggiato in scena. Lasciai passare il furore accademico della studiosa e precisai che io avevo parlato di “brano” autobiografico e non di “personaggio” e che se mi avesse lasciato finire la frase che stavo leggendo dai fogli della mia conferenza, l’uditorio avrebbe avuto la giusta precisazione: un brano autobiografico sulla censura…sia pur attribuito ad un personaggio, quello di Alessandro, che prende di mira Alberto Moravia.

 

 

Teatro Stabile di Catania presenta
LA GOVERNANTE
di Vitaliano Brancati
regia Maurizio Scaparro
scene e costumi Santuzza Calì
musiche Pippo Russo
luci Franco Buzzanca
con Pippo Pattavina, Giovanna Di Rauso, Max Malatesta, Marcello Perracchio, Giovanni Guardiano, Valeria Contadino, Veronica Gentili, Chiara Seminara

 

 

Racconto l’episodio perché ogni volta che si rappresenta o si parla de “La Governante” di Vitaliano Brancati il discorso finisce immancabilmente sulla censura patita dallo scrittore siciliano, che dedicò un pungente saggio al tema del bavaglio dell’Italia postbellica e catto-comunista (DC e PCI ieri, come oggi PD e PDL) contro chi denuncia ipocrisie e menzogne della borghesia italiana. Il libello “Ritorno alla censura” comincia del resto con queste parole:
Non siamo d’accordo coi ricchi e i possidenti italiani, i quali sono pronti a perdere la libertà di pensiero e di espressione pur di rimanere ricchi.
Tuttavia il tema della censura che colpì il testo di Brancati inducendo lo scrittore a questa rabbiosa e giustificata reazione ideologica non è a mio avviso "portante" nella struttura del testo, che vive, al di là della trama tragicomica e a tratti surreale, di un altro più importante fondamento ideologico: l’ipocrisia delle due principali confessioni cristiane, quella cattolica e quella protestante.
La trama, in spiccioli, racconta di una giovane e attraente, nonché colta, nutrice francese, la bella Caterina interpretata da un’algida e perturbante Giovanna Di Rauso, che entra a servizio di una famiglia patriarcale siciliana trasferitasi a Roma. Caterina è, o sembra essere, una calvinista tutta d’un pezzo: moralizzatrice e castigatrice di costumi che sembra andare d’accordo col vecchio patriarca siciliano, il cattolico (ma può bestemmiare solo lui in casa) Leopoldo Platania – interpretato da un Pippo Pattavina che sprizza “sicilitudine” e bravura da tutti i pori. In casa Platania girano personaggi che hanno ormai smarrito la rugosità e il pudore delle origini: il figlio Enrico (Max Malatesta) è un simpatico bamboccione che permette addirittura che la bella moglie Elena (la brava Veronica Gentili) coltivi sogni erotici più o meno spinti. Ma in casa si aggira anche Jana, la domestica un po’ selvaggia che parla dialetto stretto e va a piedi scalzi come una bestiolina: una bestiolina ingenua e spontanea che vive la sua sensibilità senza alcun freno inibitore sociale.
E’ proprio la presenza di Jana, la sua animalità e la sua fisicità immediata, a provocare una zona di perturbazione nella mente della bella francesina, che si libera da ogni sua angoscia sensuale denunciando la fragile donnina, l’animaletto di casa, rea a dire della “calvinista”, di avere tendenze esplicitamente saffiche. La ragazza sarà cacciata di casa e messa al bando al ritorno in Sicilia, a causa della calunnia. Morirà tragicamente. La verità invece è che ad averle, queste tendenze saffiche, è proprio lei, la calvinista: sarà scoperta in compagnia della nuova inserviente toscana a praticare il rito di Lesbo.
Questo breve e molto laconico riassunto serve a capire come il tema portante de “La governante” sia quello della morale religiosa, anzi dell’incontro nell’ipocrisia della morale sessuofobica protestante col perbenismo del cattolicesimo meridionale dove vale il motto: occhio non vede… Ma a fare le spese di questo incontro, di questa Santa Alleanza di moralismi religiosi – ricordiamo che con la Controriforma alla fine del ‘500 il cattolicesimo si adeguò alla sessuofobia calvinista e luterana – è una povera ragazza, prima sfruttata, poi calunniata e infine spinta alla morte per una colpa che, se pure fosse una colpa quella di essere lesbica, non sarebbe neppure sua. Anzi, dal momento che Enrico, il figlio del Cavaliere Platania, la povera Jana l’ha sfruttata e abusata anche sessualmente va da sé che la ricerca di tenerezza da parte della povera fanciulla, quel suo gridare “non mi piacciono gli uomini” sia più una ribellione contro l’abuso di cui è vittima, piuttosto che un outing omosessuale. Senonché è proprio l’ipocrita Caterina che fa la santarellina tutta casa e chiesa calvinista, la calunniatrice, a puntare il dito accusatorio, da che pulpito viene la predica, contro Enrico:
CATERINA: Lei ha un’inclinazione molto spiccata verso le ragazze povere […] Basterebbe guardarle con occhio pietoso. Si tratta di gente che soffre[…] Lei è di coloro che hanno bisogno di profanare per provarci gusto […] profanare la sofferenza e l’ingenuità […] L’ingenuità di chi è quasi analfabeta. Un vero profanatore è contento di dormire con una donna che per leggere deve passare il dito sulle parole […] Egli sa che sull’altra parte del cuscino non ci sono né libri né riviste. E questo gli fa piacere, come se tutto si svolgesse nel buio più perfetto.
Peccato che chi lancia questa accusa non sia impeccabile, tutt’altro.
La regia di Maurizio Scaparro scava molto i personaggi nell’anima, caratterizzandoli senza eccessi, con mano lieve e spessore drammatico. Ma la soluzione scenica è deludente. Ma come? Si cita Visconti nel programma di sala e poi si allestisce la scena ambientata in un ricco salotto anni ’50 con un divano e un cubo sgangherati rimediati alla rivendita dell’usato Ikea? Lo sfondo pittato del Cupolone fa un po’ tristezza per un teatro che dovrebbe essere moderno, se non all’avanguardia, soprattutto per la riproposta di un capolavoro come quello di Brancati che ha ancora molto da dire al nostro tempo. E allora, se non si poteva perseguire la maniacale perfezione di un Visconti, perché non farsi venire in mente una scenografia o una soluzione meno provinciale delle quattro quinte pittate e di un salotto (ahimé) svedese che si stenta a collocare sia in una dimensione realistica che in una situazione astratta?

 

 

Teatro Quirino - via delle Vergini 7, 00187 Roma
Per informazioni e prenotazioni:
numero verde 800013616, botteghino 06/6794585, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario botteghino: dal martedì alla domenica dalle 10 alle 19
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 20.45, giovedì 18 e mercoledì 24 ore 16.45, sabato 27 ore 16.45 e ore 20.45, tutte le domeniche ore 16.45
Biglietti: platea € 32 (ridotto € 27), I balconata € 26 (ridotto € 22), II balconata € 21 (ridotto € 18), galleria € 15 (ridotto € 12)

 

 

Articolo di: Enrico Bernard
Grazie a: Paola Rotunno, Ufficio Stampa Teatro Quirino
Sul web: www.teatroquirino.it

 

 

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