La fortuna con l’effe maiuscola - Teatro Quirino (Roma)

Scritto da  Venerdì, 09 Aprile 2010 
luigi de filippo

Dal 6 al 25 aprile. A distanza di quasi settant’anni dalla prima trionfale rappresentazione del 1942 con protagonisti gli indimenticati Eduardo e Peppino De Filippo, ritorna sul palcoscenico del Quirino una delle punte di diamante del teatro brillante partenopeo, l’effervescente umorismo agrodolce di “La fortuna con l’effe maiuscola”. Ne è regista, interprete e travolgente mattatore in scena lo straordinario Luigi De Filippo, egregio erede della più grande dinastia di commediografi e attori a cui il nostro paese abbia dato i natali nel secolo scorso.

 

 

I Due della Città del Sole presenta

LA FORTUNA CON L’EFFE MAIUSCOLA

commedia in due parti di Eduardo De Filippo e Armando Curcio

con Luigi De Filippo (Giovanni), Stefania Ventura (Cristina), Michele Sibilio (Vincenzo, Brigadiere), Marisa Carluccio (Concetta), Feliciana Tufano (Luisa), Paolo Pietrantonio (Erricuccio), Marianna Mercurio (Amalia), Giorgio Pinto (Roberto), Luca Negroni (Giuseppe), Alberto Pagliarulo (Cervasio) e Flavio Furno (Sandrino)

regia di Luigi De Filippo

scene Salvatore Michelino

costumi Maria Luisa di Monterosi

 

Talvolta il destino percorre dei sentieri imperscrutabili ed accade che, in un’esistenza avvolta da uno sconfortante alone di miseria e disillusione, si spalanchi improvvisamente uno spiraglio di speranza: è proprio questa la fortuna con l’effe maiuscola che giunge, impensabile e travolgente, ad investire la vita del povero Giovanni Ruoppolo. La vicenda narrata prende corpo in un umile, malandato e gelido appartamento di un quartiere popolare e degradato della Napoli del secondo dopoguerra, quello dove il protagonista trascorre una vita afflitta da fame, freddo, umidità e da una continua lotta per la sopravvivenza accanto alla devota moglie Cristina e al loro figlio adottivo Erricuccio, ragazzo a dir poco strampalato e bizzarro. Completano il quadro di questo folcloristico ed esilarante spaccato di vita quotidiana numerosi altri stravaganti personaggi che popolano il condominio dei protagonisti e invadono continuamente la loro modesta dimora: si va dall’immancabile portiera pettegola ed invadente alla moglie fedifraga che approfitta delle trasferte di lavoro del facoltoso marito per cornificarlo, dagli avvocati traffichini che sfruttano la povera gente per portare a termine i propri sordidi propositi fino ai ricchi borghesi completamente insensibili nei confronti della condizione di disagio e sconforto delle classi sociali più sfortunate. Un affresco vivido, colorato ed irresistibile di un contesto storico-sociale che ci è assolutamente familiare e verso il quale è del tutto naturale provare profonda partecipazione ed umanissima simpatia. In casa Ruoppolo si fatica a portare un pasto caldo in tavola, i creditori sono costantemente in agguato e non sembra esserci alcuna speranza di un cambiamento; semplicemente ci si limita a tentare di tirare avanti con estrema fatica, giorno dopo giorno, con l’unico sostegno di un solido amore coniugale e di un affetto sincero per il figlio adottivo squinternato e bisognoso di protezione. Addirittura Giovanni arriva ad accettare, pur di racimolare un’esigua manciata di denaro, di riconoscere davanti alla legge uno sconosciuto ragazzotto borghese in procinto di sposare una facoltosa nobildonna e che, essendo orfano, necessita di un padre “fantoccio” che gli garantisca la rispettabilità necessaria per accaparrarsi questo ambitissimo matrimonio di interesse. Proprio un istante dopo che questo accordo illegale è stato sancito, ecco però l’imprevedibile colpo di scena: è morto improvvisamente il fratello di Giovanni, emigrato da decenni in America, lasciandolo unico erede di una fortuna immensa costituita da cinquanta milioni di dollari, una sontuosa villa a Capri ed un piccolo tesoro di monete antiche e gioielli tempestati di pietre preziose. Un’unica clausola, l’erede non dovrà avere figli altrimenti questo strabiliante capitale finirà direttamente nelle mani del primogenito e lui rimarrà completamente a bocca asciutta: per un crudele gioco del destino quindi il nostro sfortunato protagonista vedrà sfumare l’insperata possibilità di cambiare radicalmente le condizioni di vita della propria famiglia, visto che il denaro finirebbe nelle avide mani del baldanzoso ragazzotto borghese appena riconosciuto come figlio legittimo. Giovanni però, uomo onesto, coraggioso e volitivo, non si piegherà a questa ennesima beffa della sorte e cercherà in tutti i modi, a costo anche di un doloroso sacrificio personale, di sovvertire il corso degli eventi e far sì che finalmente la giustizia sia ristabilita.

Uno spettacolo sicuramente di impostazione tradizionale, nel quale si respira la caratteristica cifra autorale della commedia partenopea del clan dei De Filippo, ma contraddistinto al contempo anche da una direzione registica asciutta ed essenziale e da una freschezza interpretativa tali da renderlo sicuramente godibile anche per un pubblico giovane. Ovviamente il ruolo di primo piano è riservato all’ottimo Luigi De Filippo, che interpreta il protagonista Giovanni Ruoppolo con un’autorevolezza capocomicale di altri tempi, ma lasciando comunque sufficiente margine agli altri attori in scena affinchè possano delineare i tratti caratteristici dei rispettivi personaggi in maniera originale e moderna, senza indulgere negli eccessivi manierismi o nella connotazione macchiettistica che portare in scena una pièce teatrale con sette decenni di storia sulle spalle potrebbe comportare. Tra tutti gli interpreti che affiancano in scena De Filippo è doveroso menzionare l’irresistibile e spassosissima performance di Paolo Pietrantonio nei panni dello sprovveduto e bizzarro Erricuccio, indubbiamente il personaggio più travolgente e comico, capace di strappare al pubblico risate a profusione grazie soprattutto a una gestualità e a una mimica facciale decisamente fuori dal comune. Un meritatissimo plauso va poi tributato anche alla realistica scenografia, opera di Salvatore Michelino, e ai curatissimi costumi realizzati da Maria Luisa di Monterosi, un connubio perfetto che ci conduce istantaneamente nell’atmosfera dell’umile rione napoletano che fa da cornice alle vicende narrate.

Reale fulcro e asse portante del testo teatrale è il prezioso e inconfondibile umorismo venato di amarezza che contraddistingue le commedie di Eduardo De Filippo, in questa circostanza coadiuvato nella stesura della pièce dal commediografo e giornalista Armando Curcio. Una comicità mai volgare, che regala innumerevoli risate al pubblico ma al contempo lo induce alla riflessione, narrando una fatica di vivere il quotidiano che travalica il tempo e lo spazio, proiettando la Napoli del secondo dopoguerra nell’attuale contesto socio-culturale, paragone quanto mai azzeccato e veritiero vista la difficoltà sempre crescente di innumerevoli famiglie a raggiungere la fine del mese e il sempre più diffuso impoverimento morale e culturale del nostro paese. E questa è proprio la missione più alta e preziosa del Teatro, concepito dai De Filippo come “racconto della lotta quotidiana che fa l’uomo per dare un senso alla propria esistenza”; una filosofia dell’arte teatrale che assume una particolare valenza per Luigi De Filippo nel caso di questa commedia, dal momento che letteralmente la vide nascere sotto i suoi occhi di bambino dodicenne: il padre Peppino e lo zio Eduardo la rappresentarono per la prima volta proprio sul palcoscenico del Quirino riscuotendo un sensazionale successo e proprio quelle rappresentazioni segnarono il debutto del piccolo Luigi, incantato dalla sublime magia della finzione scenica e conquistato dalla passione che i suoi familiari investivano senza riserve nella loro professione.

Si può quindi agevolmente intuire quale sia l’emozione e l’entusiasmo con cui Luigi De Filippo porta nuovamente “La fortuna con l’effe maiuscola” sul medesimo palco, sensazioni che si percepiscono distintamente ed affascinano lo spettatore. Due ore di divertimento intelligente ed appassionante, suggellati da un finale a sorpresa che non mancherà di stupire ed appassionare lo spettatore; un’occasione da non perdere per tornare ad apprezzare uno dei testi storici della nostra tradizione teatrale e riscoprirne, ancora una volta, l’estrema e sorprendente modernità.

 

Teatro Quirino – via delle Vergini 7, 00187 Roma

Per informazioni: numero verde 800013616, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Biglietteria: 06/6790616, orario 10-19 dal martedì alla domenica

Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 20.45, domenica ore 16.45

Pomeridiana ore 16.45: giovedì 8 aprile, mercoledì 14 aprile, mercoledì 21 aprile

Doppia ore 16.45 e 20.45: sabato 17 aprile

Biglietti: platea 30,00€ (ridotto 26,00€), I balconata 25,50€ (ridotto 23,00€), II balconata 22,00€ (ridotto 19,00€), galleria 16,00€ (ridotto 14,00€)

 

Articolo di: Andrea Cova

Grazie a: Paola Silvia Rotunno e Francesca Melucci, Ufficio Stampa Teatro Quirino

Sul web: www.teatroquirino.it

 

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