La Fleur: il fiore proibito - Associazione Culturale Controchiave (Roma)

Scritto da  Mercoledì, 12 Luglio 2017 

Cos'è il teatro "immersivo"? Non dovrebbe esserlo ogni forma di teatro? Allora in che misura è una novità? E cosa c'entra tutto questo con un night club gestito da una famiglia criminale romana? Con “La Fleur: il fiore proibito”, il regista Riccardo Brunetti introduce a Roma questa forma teatrale in gran voga nei paesi anglosassoni. Fino al 23 luglio presso l'Associazione culturale Controchiave.

 

LA FLEUR: IL FIORE PROIBITO
di Riccardo Brunetti, Francesco Formaggi
regia Riccardo Brunetti
con Sandra Albanese, Costanza Amoruso, Anna Maria Avella, Riccardo Brunetti, Daniele Califano, Chiara Capitani, Matteo Cirillo, Alessandro D’Ambrosi, Alessandro Di Somma, Silvia Ferrante, Adriana Gallo, Gabriella Indolfi, Azzurra Lochi, Elisabetta Mandalari, Valeria Marinetti, Diego Migeni, Matteo Minno, Alberto Mosca, Sarah Nicolucci, Alfredo Pagliuca, Elisa Poggelli, Adriano Saleri, Giulia Scenna, Annabella Tedone
staff Filippo Cavicchioni, Marta Chiogna, Emanuele De Simone, Paola Caprioli, Felice David, Amanda Lochi, Ascanio Modena Altieri, Emanuele Mazzucca, Claudia del Gatto, Fabiana Reale, Emiliano Trimarco
performer addizionali Alessandro Londei, Benedetto Farina, Guido Rossi, Rogger Rios Lopez, Matteo Poggelli, Emiliano Trimarco, Giuseppe Caprioli, Felice David
costumi Sandra Albanese
sarta Rosanna Notarnicola
responsabile set-up Anna Maria Avella
allestimento Project XX1 e Accademia delle belle arti di Frosinone
aiuto allestimento Donato Marrocco e Giorgia Amoruso
tecnica Project XX1
una produzione Project XX1
in collaborazione con Associazione Culturale Controchiave, Cinecittà World, Teatro Studio Uno, Accademia di belle arti di Frosinone, Circolo degli illuminati

 

Buona parte del teatro aspira a essere "immersivo" - a far cioè calare completamente lo spettatore nella storia o nell'esperienza rappresentata. Da qualche anno, però - diciamo dai primi anni 2000 -, con l'espressione "teatro immersivo" si tende a indicare un macrogenere caratterizzato da elementi solitamente assenti dal paradigma tradizionale dello spettacolo teatrale e volti a "immergere" - anche e soprattutto fisicamente - lo spettatore negli spazi dell'azione, che spesso e volentieri è concepita per essere site-specific, partecipativa, interattiva e volta più a tratteggiare situazioni e personaggi che una trama propriamente detta.

Gli storici del teatro potrebbero dire che non si tratta, in verità, di una nuova invenzione. Anzi. La concezione per cui lo spettatore dovrebbe sedersi, stare in silenzio e lasciare che lo spettacolo si svolga dinanzi ai suoi occhi (in modo non molto dissimile da quanto avviene dinanzi a uno schermo) è relativamente recente. A quel che sappiamo, nell'antica Grecia il pubblico partecipava alla messa in scena urlando, gemendo, protestando, inveendo. Il teatro medievale era, in buona parte, site-specific. In passato, spesso e volentieri lo spazio teatrale non era nettamente definito ed era illuminato dalla luce naturale, lo spettatore poteva andare e venire a piacimento e persino disturbare con battute rivolte agli attori, dai quali ci si attendeva una risposta. Dopodiché, volendo un po' semplificare, sono successe due cose. La prima è l'elettricità. Il maggior controllo delle fonti luminose ha permesso di isolare la scena dalla sala, favorendo una netta distinzione di ruoli e la frontalità dell'esperienza. La seconda è il naturalismo, reso popolare dalle opere di Checov e Ibsen, tanto per fare due esempi, con il suo netto innalzamento della "quarta parete"... che dagli anni '60 in poi compagini come il Living Theatre e molti altri hanno cercato di abbattere in ogni modo possibile. Arrivando però per secondi, perché già Pirandello, nel suo Sei personaggi in cerca d'autore (1921), aveva fatto entrare gli attori dalla platea, sorprendendo buona parte del pubblico, e poi in Ciascuno a suo modo (1924) e in Questa sera si recita a soggetto (1930) aveva occupato foyer, ingresso e sala e fatto interagire gli attori col pubblico, lasciando a quest'ultimo la scelta e la responsabilità di cosa udire e vedere in alcuni momenti dello spettacolo.
E tuttavia...

Non sorprende che - in un'epoca in cui il cinema inizia a rincorrere le esperienze della realtà virtuale videoludica - il teatro si adegui, riproponendo tutti gli elementi appena elencati e anche qualcun altro in più, avvantaggiandosi del fatto di essere già per propria natura "in 3D". Da qui il "teatro immersivo", filone emerso agli inizi degli anni Duemila nei paesi anglosassoni e contraddistinto da una serie di elementi che, presi singolarmente, non costituiscono una novità, ma che, uniti, aiutano o dovrebbero aiutare lo spettatore a immergersi in un'esperienza del tutto nuova e che potremmo definire di free roaming all'interno di una o più storie connesse tra loro: una volta indossata la maschera fornita all'ingresso, lo spettatore può decidere di esplorare la location, di seguire un personaggio, di appassionarsi (lasciandosi guidare dal proprio intuito) ad un filone narrativo o di restare sempre nella stessa stanza per vedere tutto quello che vi accade. O una combinazione di tutto ciò, naturalmente.

Tutto ciò è perfettamente possibile nei tre loop da cinquanta minuti circa di cui è composto “La Fleur: il fiore proibito” di Riccardo Brunetti (scritto insieme a Francesco Formaggi), che permette di seguire la famiglia criminale romana degli Andolini, i loro sottoposti, due agenti alla ricerca di prove per incastrarli e un'infiltrata che in precedenza era stata vittima della famiglia. Il contesto è un night club con tanto di bar funzionante e pista da ballo, ricostruito con cura (sebbene con qualche forzatura logica nella scelta e nella disposizione dei locali) ed esteso su tre livelli. Non manca neanche la classica maschera da far indossare allo spettatore, che svolge una doppia funzione: da una parte, tende a generare la sensazione di osservare voyeuristicamente gli eventi dal buco di una serratura; dall'altra, lo aiuta a essere più disinibito (nessuno potrà veramente leggere il suo volto) qualora venga chiamato in causa da un attore per svolgere un compito o seguirlo in un luogo appartato per delle micro-scene vis-a-vis.

La completa libertà del singolo spettatore ha due corollari: il primo è che, anche qualora siano previsti dei loop (com'è il caso di La Fleur), lo spettatore non potrà vedere tutto. La sua sarà un'esperienza giocoforza parziale, ma sarà anche unica; ciò pone delle sfide non da poco per un autore che non voglia limitarsi a scrivere delle scene fondamentalmente a sé stanti ma abbia l'ambizione di raccontare una storia (non è un caso, infatti, che l'accento sia posto, non tanto sullo sviluppo di una trama, quanto sulla ricostruzione di una situazione e della relazione tra i personaggi che la abitano). Coerentemente con l'epoca in cui viviamo, l'autore è, in pratica, costretto a creare un ipertesto teatrale, pieno di link che sta al singolo spettatore scegliere di seguire o meno, personalizzando il proprio racconto.

Il secondo corollario è che, non essendoci un percorso logistico prestabilito, il pubblico diventa per gli attori e per la produzione in generale una variabile in più da gestire. Lo spettatore potrà sedersi anche su quella sedia? Se prova ad aprire le ante degli armadi, cosa troverà dentro? Se prova a sfogliare il giornale, cosa potrà leggervi? Se malauguratamente (o dispettosamente) sposta un elemento di scena, come rimediare? Se interagendo rema contro il flusso previsto per la scena, come andare avanti? Se gli viene dato un compito (come spesso avviene), come fare se non lo porta a termine o se non lo fa in tempo utile? L'attore deve mantenere sempre alti l'attenzione e l'ascolto non soltanto nei confronti dei colleghi, ma anche del pubblico, con l'ulteriore difficoltà data dal fatto di trovarsi a pochi centimetri dallo spettatore più vicino: il rischio di rompere l'incanto è sempre dietro l'angolo. Lo scenografo dovrà fare gli straordinari (gli oggetti non saranno soltanto visti, ma potranno essere anche toccati e forse usati) e, con tutta probabilità, si dovrà prevedere la presenza di (tante) figure non molto dissimili dal direttore di scena, che controllino il corretto posizionamento degli oggetti per il loop successivo, impediscano l'accesso a una certa stanza in determinati momenti e così via (sfida nella sfida: integrarli nell'ambiente e nella storia).

A seconda che si preferisca o meno seguire una storia ben definita e univoca, l'esperienza può inizialmente frastornare o lasciare tiepidi. Probabilmente l'approccio migliore è quello di seguire, almeno nel primo loop, un unico personaggio: attraverso le sue interazioni con tutti gli altri si avrà la sensazione di procedere lungo un percorso delineato e al tempo stesso si avrà un assaggio di tutto il contesto. Poi si potrà scegliere cosa approfondire in vista del doppio finale alla fine del terzo ciclo (uno si svolgerà sul terrazzo, l'altro all'interno: occorrerà compiere una scelta): l'interesse e la curiosità dovrebbero avere la meglio anche sulla stanchezza (ci si sposta continuamente, si sta spesso e volentieri in piedi e lo spettacolo dura due ore e mezza) - o almeno questa è stata l'esperienza di chi scrive.

 

Associazione Culturale Controchiave - Via Libetta 1/a, Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 342.9744971
Orario spettacoli: repliche dal mercoledì alla domenica, ore 20 ingresso premium | ore 20.30 ingresso standard
Biglietti: https://tinyurl.com/lafleurentry - biglietto standard 18€, biglietto premium 30€
Durata: 50 minuti a ciclo (150 totali)

Articolo di: Pietro Dattola
Grazie a: Ufficio stampa Eleonora Turco
Sul web: projectxx1.wixsite.com/about

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