La donna che sbatteva nelle porte - Teatro Sala Umberto (Roma)

Scritto da  Sabato, 04 Febbraio 2012 
Marina Massironi

Dal 24 gennaio al 5 febbraio. Un monologo di grande intensità emotiva, un affresco esistenziale tagliente e drammatico in cui la solarità di una storia d’amore appassionata e galvanizzante sprofonda ben presto nel baratro opprimente della violenza più cupa e sordida, della dipendenza dall’alcol, momentaneo anestetico che non rimargina le ferite dell’anima, dell’apparente assenza di una via d’uscita. Fino al raggiungimento di un’improvvisa, salvifica e lacerante presa di consapevolezza, a quella presa di coraggio che può essere innescata solamente dall’istinto ancestrale più potente ed insopprimibile, quello di difesa nei confronti delle proprie creature.

 

Fondazione Teatro dell’Archivolto presenta

Marina Massironi in

LA DONNA CHE SBATTEVA NELLE PORTE

di Roddy Doyle

scene e costumi Guido Fiorato

luci Aldo Mantovani

assistente scene e costumi Lorenza Gioberti

assistente alla regia Maurizio Mastorchio

elettricista e fonico Stefano Monni

amministratore di compagnia Monica Fondacaro

regia e drammaturgia Giorgio Gallione

 

Marina MassironiGiorgio Gallione, direttore dal 1986 assieme a Pina Rando della Fondazione Teatro dell’Archivolto, cura l’adattamento drammaturgico di questo monologo intriso di sofferenza e sconcertante sgomento dell’anima, ma che negli ultimi istanti concede anche margine alla speranza per il futuro e ad una compassione umana dolente, simbolo di comprensione e commovente perdono. Seguendo l’indirizzo artistico e stilistico che da venticinque anni contraddistingue lo Stabile di Innovazione genovese, alla costante ricerca dell’inconsueto e dell’originale scandagliando molteplici fonti di ispirazione, dalla letteratura alla musica, dalla danza al fumetto, il nuovo spettacolo “La donna che sbatteva nelle porte” nasce come ricercata rilettura in chiave teatrale dell’omonimo romanzo dello scrittore e sceneggiatore irlandese Roddy Doyle. Un allestimento che trova nella regia dal sapiente taglio cinematografico, nel suggestivo dialogo tra scenografia e disegno luci dalla forte valenza metaforica e soprattutto nella magistrale e coinvolgente interpretazione di Marina Massironi i suoi punti di forza per un atto unico che colpisce decisamente nel segno, scuotendo in profondità la coscienza dello spettatore e nel contempo accendendo con decisione i riflettori su una tematica sociale di scottante attualità, la violenza fisica e psicologica sulle donne, la connivente indifferenza ed il colpevole manto di silenzio che vengono adagiati su questi drammi intimi, perpetrati al riparo delle mura domestiche.

Paula è una donna di trentanove anni con un passato lancinante alle proprie spalle: ora che è riuscita a porsi in salvo dal vortice di auto-annientamento in cui i fatti della vita l’avevano inesorabilmente precipitata, in un vorticoso e dolente flashback ci conduce nei meandri di difficoltose premesse, scelte affrettate e sfortunate casualità che hanno segnato il suo percorso. Una famiglia d’origine anaffettiva con un padre misogino ed una madre sottomessa, la crescita in un degradato sobborgo dublinese dove le già esigue opportunità a disposizione venivano precluse per il semplice fatto di essere donna, relegata senza scampo al ruolo di “troia” o a quello di “stronza”, il naturale desiderio di evadere da una realtà così costrittiva inseguendo il sogno di un amore come quelli ammirati in tv, il miraggio di una realizzazione sociale e sentimentale.

Marina MassironiEcco così che le attenzioni dell’intrigante Charlo, il ragazzo più ambito del quartiere, sicuro di sé, bullo al punto giusto, protettivo e carismatico, esercitano su di lei un fascino magnetico e destabilizzante: in pochi istanti Paula è catturata nella rete di un rapporto che inizialmente le regalerà per la prima volta l’emozione di sentirsi amata con passione, rispettata e difesa dall’ostile mondo circostante e che poi sfocerà in un matrimonio felice ed appagante, nella nascita di numerosi bimbi, dando vita ad un nucleo familiare armonico ed appagante. L’idillio durerà ben poco, destinato a sfaldarsi sotto i colpi del licenziamento di Charlo e del suo alcolismo sempre più ingordo e soffocante, una dipendenza che si riverbera nelle continue violenze, verbali, fisiche e psicologiche, a cui sottopone la nostra protagonista, indifesa, senza appigli, priva di affetti nei quali rifugiarsi e di speranze di cambiamento, di fronte a lei solo un interminabile tunnel oscuro e doloroso. Nemmeno in occasione delle sue innumerevoli visite in ospedale, nessun medico, nessuna infermiera le ha mai domandato come si fosse procurata ematomi, tagli e contusioni di ogni foggia; dentro di lei un grido squarciante, “Chiedetemelo!”, che continua a soffocare vista la costante presenza al suo fianco di un “premuroso maritino” che la accompagna per incuterle timore e non consentirle di rivelare il sordido segreto nascosto dalla loro famiglia. La versione ufficiale sarà immancabilmente il classico “ho sbattuto in una porta” (da cui il titolo della pièce), sono caduta dalle scale” o soluzioni similari, tristi clichè per celare un’evidente realtà di cui l’altrui menefreghismo e insensibilità sono squallidi complici.

L’incapacità di reagire di Paula individua una valvola di sfogo nella bottiglia, nella quale anche lei ha trovato una solida ancora senza rendersi conto della sua pericolosità e di quanto stia ulteriormente contribuendo a minare la sua salute e la sua psiche già orribilmente compromesse. Proprio mentre il ciglio di un baratro senza ritorno sta per essere raggiunto, ecco però l’evento traumatico che scatenerà finalmente in lei una reazione: il cogliere negli occhi di Charlo uno sguardo lascivamente incestuoso rivolto alla loro figlia maggiore scatena in lei una violenza sostanziata da anni di soprusi, privazioni e sofferenze; l’uomo sotto una gragniuola di sonore padellate e grondante sangue sarà costretto a varcare la soglia della loro casa, un abbandono definitivo che non ammetterà ritorno.

A distanza di un anno ritorniamo al presente, al punto di partenza del sofferto flashback lungo il quale siamo stati condotti da Paula: da un notiziario apprende che un maldestro ladruncolo, nel tentativo di impadronirsi di un’automobile, è rimasto ucciso su una strada di periferia; riconoscere nel personaggio di questo fatto di cronaca le fattezze del suo unico grande amore, tramutatosi poi in suo efferato e violento carceriere, genera in lei un imprevedibile turbamento, in una contrastante fusione tra il dolore per questa vita spentasi in maniera così degradante, in fondo all’abisso di malvagità e perversione in cui era stata inghiottita, e la gioia della sua ritrovata consapevolezza, della convinzione che, in qualche modo, tra le inevitabili difficoltà del quotidiano, riuscirà a farcela assieme ai suoi bambini.

Marina MassironiAssolutamente convincente, solida e vigorosa l’interpretazione fornita da Marina Massironi in questo complesso ruolo che richiede notevole versatilità per assecondare la raffinata alchimia del testo di Roddy Doyle, nella sua alternanza di sconfinata amarezza e angosciante sconforto a istanti di sferzante ironia. L’attrice, conosciuta al grande pubblico principalmente grazie al suo memorabile sodalizio televisivo e cinematografico con Aldo, Giovanni e Giacomo e dunque per ruoli brillantemente comici, premiata con il David di Donatello ed il Nastro d’argento per il film di Silvio Soldini “Pane e Tulipani”, ha sempre continuato a coltivare parallelamente la sua passione originaria per il teatro avendo l’occasione di essere diretta anche da Cristina Comencini e Dario Fo. La caparbietà, la forza espressiva e la commovente capacità di introspezione con cui affronta il personaggio di Paula, con il suo vitalissimo passaggio dall’ estrema fragilità di una donna abusata e sconfitta alla fiera risolutezza e al coraggio di una madre che per difendere i propri piccoli è pronta a rivoluzionare la propria esistenza e ad allontanare definitivamente l’uomo verso cui continua, nonostante tutto, a nutrire un cieco e ostinato sentimento d’amore, ci consegnano un’attrice veramente a tutto tondo, perfettamente a proprio agio anche in un monologo così drammatico ed intenso.

Un plauso va riservato alla regia di Giorgio Gallione, attenta a sostenere in ogni momento l’interpretazione e a valorizzare l’andamento emotivo dell’excursus esistenziale che ci viene presentato in scena. Particolarmente incisiva e d’impatto la scenografia di Guido Fiorato che inonda il palcoscenico di un prato color smeraldo su cui sono adagiati i relitti della vita andata in frantumi della protagonista: un frigo ed una lavatrice malridotti, qualche sedia, pochi mobili di modesta qualità e cadenti, il letto dell’ospedale destinazione delle sue sempre più frequenti visite a causa delle sevizie subite dal marito. Sullo sfondo, incombente simbolo di uno spiraglio di speranza, la porta dell’appartamento di Paula e Charlo, il varco che per lunghi anni la donna non ha avuto il coraggio di oltrepassare ma da cui infine l’uomo verrà fatto uscire con un sussulto di orgoglio e desiderio di riscatto che esplode in una violenza dirompente, troppo a lungo tenuta sopita.

Un’opera di grande valore drammaturgico, permeata di uno spirito fortemente femminile ma che per la sua carica di modernità e pathos riesce a conquistare senza riserve il pubblico, senza distinzione di sesso o generazione. Un ritratto di donna tragico ed ispirato, un appuntamento insolito per la programmazione della Sala Umberto, consuetamente ricca di commedie ed humour elegante, ma che conferma ancora una volta la vocazione di questo teatro a proporre una stagione all’insegna della drammaturgia di qualità.

 

Sala Umberto - via della Mercede 50, Roma

Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/69925819, 06/6794753

Orario spettacoli: dal martedì al venerdì ore 21, 2° mercoledì ore 17, sabato ore 17 e 21, domenica ore 17.30, lunedì riposo

Biglietti: da € 32 a € 23

 

Articolo di: Andrea Cova

Grazie a: Ufficio stampa Silvia Signorelli

Sul web: www.salaumberto.com

 

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