La donna che disse no - Ar.Ma Teatro (Roma)

Scritto da  Sabato, 15 Aprile 2017 

“La donna che disse no”, scritto e diretto da Pierpaolo Saraceno, con protagonisti lo stesso Saraceno e Mariapaola Tedesco, è in scena all’ Ar.Ma Teatro di Roma dal 13 al 16 aprile nella versione completa (dopo il “corto” presentato lo scorso autunno al Calàbbria Teatro Festival, che avevamo avuto l’occasione di seguire con interesse); uno spettacolo intenso che fonde un teatro manifesto con l’appassionata vicenda di una violenza su una donna, con una forte accentuazione della fisicità che nella prima parte della pièce assume il volto di una performance.

 

LA DONNA CHE DISSE NO
testo e regia Pierpaolo Saraceno
con Pierpaolo Saraceno, Mariapaola Tedesco
musiche originali Concetto Fruciano
scene e costumi Pierpaolo Saraceno
disegno luci Gianni Grillo
foto e video Daniele Manzella
direzione tecnica Massimiliano Boco
produzione Onirika del Sud

 

Avevo già avuto modo di vedere l’opera al Calabbria Teatro Festival a Castrovillari, lo scorso autunno, nella sua versione di “corto” che come presidente della giuria ho premiato come primo classificato. Dopo il successo dello scorso anno al Teatro Palladium, Pierpaolo Saraceno porta sul palco dell'Ar.Ma Teatro “La donna che disse no”, opera teatrale liberamente tratta dalla vera storia di Franca Viola.

Sul palco, insieme allo stesso autore e regista, Mariapaola Tedesco nella parte di Franca Viola, simbolo del primo vero rifiuto al matrimonio riparatore. Divenne simbolo della crescita civile dell'Italia nel secondo dopoguerra e dell'emancipazione delle donne italiane.

Il lavoro ha un ritmo circolare che inizia con la vittima, ormai diventata pazza, almeno secondo quella che dai più è ritenuta la normalità, e che pronuncia dei numeri, sono gli stessi che ripeterà alla conclusione della storia: il numero di un articolo del codice penale che grazie a lei è stato abolito e che ha messo fine allo scempio del matrimonio riparatore che liberava il violentatore da qualsiasi condanna. E’ forte e brusco il passaggio dalla prima parte del testo, che trasuda carnalità, amplificata dalla musica e dal canto che rendono l’atmosfera grottesca, con punte di sarcasmo, acuite rispetto alla precedente versione recensita su Saltinaria, e il finale. Ad un certo momento il regista serra la scena tirando le fila e offrendo un verdetto, riportando la vicenda narrativa e tragica sulle corde della cronaca. In quel suo “ritiro”, è racchiuso l’epilogo della lucida follia. Come se questa fosse l’unico strumento in grado di rompere gli schemi e cambiare davvero la realtà.

La vicenda storica narra che nel 1965, a soli 17 anni, Franca Viola venne rapita da Filippo Melodia, nipote del mafioso Vincenzo Rimi, e da altri suoi amici. La ragazza fu violentata per otto giorni: nel testo si dice da otto o più persone. Il padre fu contattato dai parenti di Melodia per la cosiddetta "paciata", ovvero per un incontro volto a mettere le famiglie davanti al fatto compiuto e far accettare ai genitori di Franca le nozze dei due giovani. Secondo la morale del tempo, una ragazza uscita da una simile vicenda, avrebbe dovuto necessariamente sposare il suo rapitore, salvando l'onore suo e quello familiare. All'epoca, inoltre, la Repubblica Italiana proteggeva, con l'articolo 544 del codice penale, il reato di violenza carnale, il quale veniva estinto se l'aggressore sposava la sua vittima. Franca Viola si rifiutò di sposare Melodia e, solo nel 1981, l'articolo 544 del codice penale venne abrogato. Si dovrà invece aspettare il 1996 perché in Italia lo stupro venga legalmente riconosciuto non più come un reato "contro la morale", bensì come un reato "contro la persona".

Una continua lotta tra un vero ed ingenuo amore e un matrimonio riparatore da parte della Mafia siciliana. Un mix tra prosa, musica e crudi movimenti corporei, evidenzia ancor di più quelli che furono i primi fiori d’acciaio ad urlare “No”, per difesa della propria dignità, della propria persona. Un’unica voce condurrà il prossimo a gridare una sola parola: Libertà. Questa parola è scandita dalla vittima che racconta cosa significa vivere in Sicilia, dove la libertà non esiste e dove essere una figlia femmina significa essere prigioniera due volte. Anche Filippo racconta la sua versione di quello che significa essere siciliani, ma dall’altra parte della barricata, quella di Cosa Nostra.

In questa seconda versione, che non si ha la sensazione che sia più lunga a dire il vero, la prima parte, molto forte, prepara in un crescendo il terreno al cuore della vicenda, raccontandone il contesto per poi, dopo l’esplosione della violenza, spengere le luci come un tramonto africano: dall’incandescenza al buio il passaggio è quasi immediato. Per Franca dopo lo stupro nulla è stato più come prima e qualcosa in lei si è spento all’istante e per sempre. Una sola luce, un solo riflesso, un grido per educare a una sessualità dolce e matura, per superare tabù e contribuire a sconfiggere definitivamente il maschilismo ancora imperante, nel ricordo di tante altre vittime di questa cultura di dominio e di sopraffazione, e per far conoscere ciò che ha caratterizzato nel 1965 la terra tradita, amata e da tanti ricordata.

Un forte e spietato messaggio in tempi in cui il femminicidio, lo stupro, la violenza sulle donne non smettono di caratterizzare negativamente le nostre società, in ogni parte. Lo spettacolo in pochi mesi ha già conquistato pubblico e addetti ai lavori. Diversi sono i premi e i riconoscimenti ricevuti: Premio Speciale al Festival Nazionale del Teatro XS della Città di Salerno; Terzo Classificato al Festival Nazionale del Teatro San Prospero di Reggio Emilia; Primo Classificato e Primo Premio Giuria Popolare al Calàbbria Teatro Festival di Castrovillari, nonché Finalista al Premio Salvo Randone di Calamonaci (AG).

 

Recensione di “La donna che disse no” in versione “corto” al Calàbbria Teatro Festival di Castrovillari: RECENSIONE

 

Note di regia

Essere Franca significa andare controcorrente, contro le regole stabilite dal popolo di quel tempo, siamo nel 1965; allontanarsi dal moralismo e dall'ipocrisia di certi ambienti tranquilli e puliti dove l’orrore c’è, ma è ben custodito lontano dalla vista. Essere Franca significa provare l’ebbrezza della libertà, reggere il sacrificio della coraggiosa scelta, mettere in discussione l’esistenza di Dio. Un oscuro circo a ciel sereno, all'interno del quale ci si ama e ci si odia.
L’opera si apre con un sogno premonitore. La vera protagonista è solo una bambola, che assorbe tutta la storia di Franca. Filippo, uomo dalle mille maschere, è solo un' intermediazione tra ciò che sta sul palcoscenico e gli spettatori. Un uomo appeso ad una quarta parete, in un continuo oscillare tra bene e male, tra amore e odio, tra libertà e incatenamento. Sul proscenio, esposti gli oggetti di un'ingenua fanciulla come simbolo di un passaggio temporale, che alla fine si rivelano come uniche cose pulite ed immutate. Un vestito da sposa come simbolo della sua verginità e del suo desiderio di matrimonio si contrappone ad un luttuoso abito nero, simbolo di un'atroce morte morale.
Franca va spavalda incontro alla morte e se ne frega di finire tra le braccia della “Cosa Nostra” di quel tempo. La musica “Meridionale”, evidenzia lo sfruttamento delle donne, scava l'anima dello spettatore portandolo ad elaborare il vero concetto del tragico. Una sacra musica orchestrale, paragonabile a quella del Cristo Morto durante le processioni pasquali del Sud Italia. Penso che tale opera sia un’interpretazione della realtà dove il paesaggio povero e scarno è macchiato da qualche pennellata surreale. Una storia da conoscere e far conoscere. Liberamente tratta dalla vera storia di Franca Viola.

 

Ar.Ma Teatro - via Ruggero di Lauria 22, Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06 39744093 - 333 9329662, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: ore 21, domenica ore 18
Biglietti: 10 euro

Articolo di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Rocchina Ceglia, Ufficio stampa Ar.Ma Teatro
Sul web: Profilo Facebook Ar.Ma Teatro

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