La classe operaia va in Paradiso - Teatro della Pergola (Firenze)

Scritto da  Domenica, 11 Marzo 2018 

Dal 27 febbraio al 4 marzo, al Teatro della Pergola di Firenze, ERT - Emilia Romagna Teatro Fondazione ha presentato “La classe operaia va in Paradiso”, liberamente tratto dal film di Elio Petri, con la regia di Claudio Longhi, la drammaturgia di Paolo Di Paolo e l’interpretazione dell’ensemble di attori che la stagione scorsa ha raccolto successi ed entusiasmo con la trilogia “Istruzioni per non morire in pace”. Regia e costruzione strepitose, originali, complesse ma godibilissime. Spettacolo lungo e articolato, riesce a garantire un ritmo dinamico per tutta la durata dell’azione, alternando momenti di commozione, di ironia, perfino di divertimento, con uno scambio tra cinema e teatro in una continuità tra video e interpretazione per la prima volta in un reale dialogo: le scenografie sul palco si prolungano nelle proiezioni. Non teatro nel teatro, ma cinema nel teatro: il dietro le quinte della nascita di un film che diventa rappresentazione e oggi spettacolo tridimensionale. Interessante anche la prospettiva storica di critica cinematografica che non fu così favorevole al film. Ben dosati gli inserti delle canzoni che diventano cabaret di impegno sociale. Lo spettacolo si dipana a trecentossessanta gradi, coinvolgendo il pubblico e la platea, perfino i palchi dove gli attori si affacciano per lanciare proclami e volantini, con una struttura complessa ed in costante movimento che fa immergere lo spettatore nella vicenda. Una piacevole conferma il talento di Lino Guanciale, apprezzato di recente anche nelle fiction televisive e al cinema, che dimostra di saper tenere vigorosamente la scena e di aver grande versatilità.

 

Produzione ERT - Emilia Romagna Teatro Fondazione presenta
LA CLASSE OPERAIA VA IN PARADISO
liberamente tratto dal film di Elio Petri (sceneggiatura Elio Petri e Ugo Pirro)
di Paolo Di Paolo
con Donatella Allegro, Nicola Bortolotti, Michele Dell’Utri, Simone Francia, Lino Guanciale, Diana Manea, Eugenio Papalia, Franca Penone, Simone Tangolo, Filippo Zattini
scene Guia Buzzi
costumi Gianluca Sbicca
luci Vincenzo Bonaffini
video Riccardo Frati
musiche e arrangiamenti Filippo Zattini
regista assistente Giacomo Pedini
assistente alla regia volontario Daniel Vincenzo Papa De Dios
regia Claudio Longhi



ERT - Emilia Romagna Teatro Fondazione presenta lo spettacolo “La classe operaia va in Paradiso”, costruito a partire dalla sceneggiatura di Elio Petri e Ugo Pirro, tornando allo sguardo eterodosso e straniante della pellicola originaria con protagonista Gian Maria Volonté per provare a riflettere sulla recente storia del nostro Paese.

“Riattraversiamo l’affresco grottesco diretto da Petri nel 1971 - afferma Claudio Longhi - con lo sguardo disilluso del nostro presente, a quasi dieci anni dall’ultima crisi economica mondiale. Se l’inferno umido e grasso della fabbrica cottimista dell’operaio Lulù Massa appare ben lontano dagli asettici e sterilizzati spazi industriali o dai lindi uffici dei precari odierni, lo stesso non è del ritmo ossessionante e costrittivo di una quotidianità, allora e ancora oggi, alienata”.

Alla sua uscita nelle sale cinematografiche nel 1971, “La classe operaia va in Paradiso” di Elio Petri riuscì nella difficile impresa di mettere d’accordo gli opposti. Industriali, sindacalisti, studenti, nonché alcuni dei critici cinematografici più impegnati dell’epoca, si ritrovarono parte di uno strano fronte comune contro il film. E la pellicola non ha così avuto una grande fortuna in Italia, nonostante la Palma d’Oro a Cannes e la galleria di stelle presenti, fra cui il citato Gian Maria Volonté, Mariangela Melato e Salvo Randone.

In effetti, nello spettacolo complesso e articolato messo in scena che riesce a far dialogare l’immagine cinematografica con la voce teatrale, verso la fine dal pubblico si levano attori-spettatori che discutono sul film. Il giudizio che ne scaturisce è di un’impressione confusa e di aver distorto alcune figure, soprattutto quella degli studenti, che sembrano dettare legge senza conoscere cosa sia il lavoro vero. E anche sui sindacati velatamente si insinua un disappunto messo in luce dalle due voci e stili diversi: chi vuole lo scontro con il rischio dei licenziamenti e chi l’unione per una battaglia che non sfoci nella lotta violenta. A ben vedere il film è stato anticipatore di quello che è avvenuto e probabilmente nel suo crudo realismo che non risparmia nessuno, nemmeno l’operaio stakanovista poi nuovo Spartacus, non è andato incontro al favore del pubblico perché chiunque poteva in parte sentirsi responsabile della propria condizione.

A quasi cinquant’anni dal suo debutto sui grandi schermi, il regista Claudio Longhi ha scelto di tornare allo sguardo scandaloso ed ‘eterodosso’, ferocemente grottesco, del film di Petri, per provare a riflettere sulla recente storia del nostro Paese, alternando utopie e disillusioni a quasi dieci anni dall’ultima tremenda crisi economica che stiamo ancora pagando.

“Sulla coda del film, in una breve e significativa scena, l’operaio Lulù Massa - spiega Longhi - girovaga per la sua casa catalogando a uno a uno gli oggetti lì presenti e recitando una personale e straniante litania domestica: a ogni cosa risponde un costo, a ogni costo delle ore lavoro. Mutatis mutandis, nella sua concisione quella scena, dalle tinte bluastre e dai toni buffi, parla molto alla (e della) nostra epoca dominata dal consumo ultraveloce - espresso e spersonalizzante grazie al potere della rete - affetta da una sindrome bulimica permanente mentre, al contrario, è risucchiata in un vuoto ideologico spinto”.

La vicenda narra la storia dell’operaio Lulù Massa, stakanovista odiato dai colleghi, osannato e sfruttato dalla fabbrica BAN, che perso un dito, scopre per un istante la coscienza di classe; quindi, come accennato, si intreccia qui con le vicende che hanno accompagnato la genesi e la ricezione contestatissima del film. Quasi un personaggio caricaturale che si mette in competizione con se stesso e con le richieste sempre più esigenti dell’azienda: una produzione che aumenta i ritmi fino all’inverosimile, abbassando i tempi di lavorazione e rischiando in sicurezza. Gioca Lulù con i secondi e gareggia con il kapò, schiavo a sua volta del sistema, che si sente però un privilegiato con la cravatta e la sua posizione più elevata anche in senso fisico: non sta alla catena di montaggio ma guarda dall’alto, controlla chi lavora con le macchine. E’ così che l’alienazione del cottimo - che dette luogo a un lungo dibattito e ad una forte polemica - marcia sempre più veloce rubando la vita della gente che entra con il buio ed esce dopo il tramonto come se il sole per loro non sorgesse mai.

Ottima la scelta di Lino Guanciale che, superando ogni tentazione di protagonismo, sulla scena teatrale incarna i panni dell’operario garantendogli un certo anonimato, così che il personaggio non venga vestito dall’attore. Peraltro la prova è ampiamente superata: l’interprete mostra di saper cavalcare la scena con grande versatilità, riuscendo a parlare dialetti diversi in un solo spettacolo, diventando personaggio comico, leggero, tragico e impegnato con la stessa disinvoltura. L’insieme del gruppo mostra nondimeno affinità, buone capacità interpretative e flessibilità nei ruoli che si alternano. Lo spettacolo è costruito attorno non solo alla sceneggiatura originale di Elio Petri e Ugo Pirro, ma anche ai materiali che ripercorrono la loro officina creativa, a come il film è arrivato al pubblico di ieri e di oggi, e a piccoli capolavori della letteratura italiana di quegli anni. Infatti, la compagnia, formata da Donatella Allegro, Nicola Bortolotti, Michele Dell’Utri, Simone Francia, Lino Guanciale, Diana Manea, Eugenio Papalia, Franca Penone e Simone Tangolo, accanto ai grotteschi personaggi della pellicola alterna sulla scena lo sceneggiatore e il regista stessi, qualche spettatore e alcune figure curiose e identificative della nostra letteratura a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta.

Il quadro è complesso perché finalmente a teatro il video non è usato né in maniera didascalica né a supporto evocativo o decorativo, ma diventa parte di una scenografia dinamica con la proiezione di messaggi che integrano la scena e scandiscono la pièce come un film utilizzando i materiali stessi del cinema: titoli di coda, immagini varie, messaggi scritti e citazioni, cartelli che segnano nello stile anni Settanta la fine del primo tempo e così via. Le scene sono di Guia Buzzi e, seppur molto semplici, essenziali, hanno la capacità di montarsi e smontarsi, nonché di combinarsi con quelle virtuali che sono proiettate. Una delle scene iniziali della catena di montaggio è straordinaria così come gli esterni con la proiezione delle immagini di Milano di ieri e di oggi, dalla fabbrica ad alcune vie riconoscibili.

Suggestiva e di grande raffinatezza la coreografia musicale di Vivaldi, che propone pezzi celebri rielaborati da Filippo Zattini originalmente per l’occasione, ‘rotti’ qua e là da canzoni dolci e amare dell’Italia alla fine del boom eseguite dal vivo da tutti gli attori. Il violino in scena e la figura del chitarrista impegnato, anni Settanta nel look e nei testi ironici e dissacranti, completano la rievocazione. I costumi sono firmati da Gianluca Sbicca, le luci da Vincenzo Bonaffini, i video da Riccardo Frati.

Malgrado la complessità della scelta registica che rende lo spettacolo denso di generi e contenuti, lo sguardo si distende, a tratti perfino si intrattiene. Forse qualche limatura nei due quadri dedicati alla vita personale e intima del protagonista potrebbe giovare all’insieme, anche se sicuramente il regista ha voluto introdurre la questione femminile. Le diverse figure suggeriscono una realtà poliedrica del femminile in fabbrica e accanto agli operai, meno facilmente narrabile per gruppi di appartenenza come accade sul fronte maschile. L’idea del regista, forse dello stesso Petri, è ambiziosa e probabilmente non del tutto riuscita ieri - come dimostrano le critiche degli attori-spettatori in sala - e oggi, a riprova di quanto il tema sia articolato e lontano da una soluzione, anche solo narrativa.

“Il cinema è un linguaggio eminentemente visivo - interviene Claudio Longhi - mentre il teatro che ho sempre praticato usa fondamentalmente la parola. Noi abbiamo agito molto sulla drammaturgia, trasformando alcune sequenze del film in racconti, quindi in monologhi, più che in dialoghi diretti. Spazialmente abbiamo utilizzato degli elementi scenici, come un nastro trasportatore, che ci consentono di alludere alla catena di montaggio e di restituire la dinamica dei movimenti in macchina. E poi uno schermo, su cui vengono proiettate delle immagini storiche, alcune sequenze fisiche non solo del film, agisce quasi da diaframma, come una macchina fotografica o una cinepresa, aprendo varie possibilità nella narrazione”.

Il film di Petri ha il merito di aver provato ad abbozzare una narrazione dell’Italia attraverso il lavoro, oltre i furori utopici degli anni febbrili che seguirono il Sessantotto. Un combinato di stili, con una sceneggiatura che qua e là strizza l’occhio alla commedia all’italiana, ma si lascia tentare, nel suo impasto cromatico, dall’estremismo espressionista, scandito dalla musica dura e pervasiva di Ennio Morricone. Ora lo spettacolo teatrale intende riflettere su quanto quell'affresco grottesco immaginato da Petri nel 1971 sia più o meno distante da noi. Un tempo, il nostro, post-moderno e post-ideologico, che fatica a riconoscere in modo netto i tratti di una qualsivoglia ‘classe operaia’, dispersa e nascosta dietro gli innumerevoli volti del lavoro ‘flessibile’.

“Si è svuotato il senso stesso della parola ‘rivoluzione’ - conclude Longhi - quindi il Paradiso che adesso si prospetta, forse, si può identificare con una promozione a una condizione borghese di fatto irraggiungibile. Però, quello che voglio aggiungere, è che il film ritrae una condizione di angoscia profonda e invece lo spettacolo ricalca il film, ma senza perdere quel senso di divertimento che credo sia condizione imprescindibile di ogni esperienza teatrale”.



Teatro della Pergola - Via della Pergola 30, 50121 Firenze
Per informazioni e prenotazioni: telefono 055/0763333, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 20.45, domenica ore 15.45
Biglietti: intero platea 34€, palco 26€, galleria 18€; ridotto Over 60 platea 30€, palco 22€, galleria 16€; ridotto Under 26 platea 22€, palco 17€, galleria 13€; ridotto Soci Unicoop Firenze platea 26€, palco 19€, galleria 14€
Durata spettacolo: 2 ore e 30 minuti, più intervallo

Articolo di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Matteo Brighenti, Ufficio stampa Fondazione Teatro della Toscana
Sul web: www.teatrodellapergola.com

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