La città degli specchi - Teatro Linguaggi Creativi (Milano)

Scritto da  Francesco Mattana Domenica, 16 Febbraio 2014 

Milano. Ricercare. E poi trovare. Il nulla. In bilico. 1987. Decadenze. "Sì, ma dov'è cominciato tutto questo star bene?". Ossessioni e ricordi, sullo sfondo di una quasi invisibile Milano, in un tempo che segna l’inizio di una decadenza. Un uomo ricerca la sua storia, inseguendo un passato o le sue possibili alternative. Ma in quest’ossessione alla fine qualcosa emerge e la ricerca di quella storia diventa la ricerca di tanti sé diversi, tra ricordi veri o presunti, come gli infiniti riflessi di immagine in due specchi che si affacciano fra loro…

 

 

 

 

 

 

 

 

Produzione Teatro del Simposio presenta
LA CITTÀ DEGLI SPECCHI
di Antonello Antinolfi
con Francesco Leschiera e Valter Bagnato
regia di Francesco Leschiera

 

 

Cominciamo con la classica domanda da un milione di euro: che città è Milano? In tanti si sono cimentati con questo non facile quesito, fornendo anche in alcuni casi risposte niente affatto banali, meritevoli di attenzione. C’è un punto, però, su cui non ci si è soffermati abbastanza: è una città che, più di altre, ha paura della morte. Dietro il culto dell’effimero c’è un desiderio, naturalmente inconscio, di rimuovere il pensiero angosciante dell’aldilà. Un po’ come un cane abbandonato nell’autostrada: la morte, insomma, come impiccio di cui liberarsi alla svelta, senza dare troppo nell’occhio.


Non lasciamoci comunque ingannare dall’apparente pessimismo di questa introduzione: stiamo parlando di una città molto affascinante, in cui è bello vivere e crescere. Lo è oggi, ma lo era pure nel 1987, durante la tanto bistrattata (col senno di poi) stagione della “Milano da bere”. La città degli specchi, spettacolo andato in scena al Teatro Linguaggi Creativi dal 7 al 9 febbraio, fotografa quella epoca storica, di cui sono rimasti (eccome!) degli strascichi ai giorni nostri. Si trattava di parlarne in maniera non banale - e non era facile, perché anche su questo argomento la sociologia ha tirato fuori un bel po’ di luoghi comuni.


Ecco, il testo scritto da Antonello Antinolfi ha il pregio di fornire una chiave di lettura decisamente anticonvenzionale: mettere al centro della scena un uomo solo; uno che cerca disperatamente di entrare dentro il meccanismo “lisergico” della metropoli, dentro la bolla di sapone che tutto ingloba, tutto livella, tutto appiattisce. Ma non ce la fa, perché gli è rimasto un barlume di sale in zucca che lo spinge a porsi domande di continuo, a interrogarsi sul senso di questa inarrestabile frenesia che gli passa davanti agli occhi tutte le mattine, tutte le sere.


Per dare corpo a questo carattere non facile, pieno di sfumature, ci voleva un attore intelligente, che quelle sfumature sapesse inglobarle e restituirle al pubblico: ci voleva Francesco Leschiera (anche regista). Chi lo ha conosciuto fuori dalle scene ne trae l’impressione di una persona virile, di quelle che fanno star bene una donna dispensando un senso di sicurezza. In La città degli specchi, proprio perché è bravo, propone al contrario un personaggio che non sa bene dove andare a parare, cosa fare del domani. Che poi le impressioni, spesso, lasciano il tempo che trovano: può darsi che Francesco in verità, dietro questa scorza di “durezza”, condivida in realtà col borghese incravattato che ha interpretato le stesse fragilità, le medesime insicurezze. Senza dilungarci in spiegazioni psicoanalitiche, resta un’unica certezza: che ha molto talento, e lo dimostra; che ha preso il toro della crisi per le corna, opponendo alle contingenze sfavorevoli del teatro italiano l’arma della creatività, e sa maneggiarla molto bene. In questo senso, un plauso anche a Linguaggi creativi: piccola realtà, grandi idee. Questa è la verità, che appare lampante agli occhi di chi sa osservare.


Ora la rabbia, se non è filtrata dall’ironia, ha poca ragion d’essere, specie a teatro. E proprio qui sta la forza di questo spettacolo andato in scena lo scorso week-end: portatore sano di critica sociale, certo, ma senza mai prendersi troppo sul serio. Antinolfi - che, come dicevamo, ha scritto un gran bel testo - in parte condivide il motto degli indiani metropolitani “una risata vi seppellirà”. Lui lo declina in questo modo: una risata (forse) seppellirà le brutture del consumismo, il denaro come mezzo e come fine, lo sballo come parodia scialba del divertimento.


Dunque è il dubbio (non metodico, come quello di Cartesio) a dare spessore a questa pièce: lo yes man metropolitano, una volta tanto, si è preso una nicchia per riflettere tra sé e sé. Molto efficaci, in questo senso, le luci di Luna Mariotti, che sottolineano bene quel momento in cui il protagonista perde davvero la trebisonda, e si lancia in un monologo tragico, ricco di pathos. In genere, il suo meditare su passato, presente e futuro scorre via con una discreta sobrietà. Sul presente e sul passato gli dà una mano Lucio Dalla, a sua volta suggerito dal genio di Roberto Roversi (la canzone che propongono si intitola, appunto, Passato presente); sul futuro, volendo, poteva rivolgersi a Jannacci: oltre a La luna è una lampadina - brano sicuramente appropriato, che fa pendant col barbun Tamburella - c’è una canzone che il cantastorie meneghino scrisse proprio nell’87, che si intitolava Il futuro. E diceva così: “Il futuro / Sempre ammesso, sempre ammesso che c’è/ È una storia, è una storia che mi scrivo da me”. Il protagonista dello spettacolo, che per un’ora abbondante rimane intrappolato nella ragnatela delle sue elucubrazioni, certamente avrebbe tratto giovamento da questi versi.


Ilaria Parente ha disegnato una scena volutamente spoglia. Così doveva essere: ormai di quella Milano lì sappiamo un po’ tutto, l’abbiamo scoperta nei suoi vizi e nelle sue poche virtù; è come Adamo che, goffamente, cerca di coprirsi con una foglia di fico. Ma ormai è troppo tardi: le pudenda le abbiamo già viste!


Complimenti, dunque, al Teatro del Simposio. Il successo, in generale, non è dato dai numeri, ma dalla serietà e dalla passione con cui si lavora. Eppure, volendo, si potrebbe anche sognare in grande, pensare a un Oscar. Un Oscar? Sì, perché no. Magari già quest’anno: visto che Woody Allen, per le note vicende che lo riguardano, probabilmente sarà fuori corsa, a questo punto si liberano dei posti. Ragazzi, now it’s your time!

 

 

Teatro Linguaggi Creativi - via Eugenio Villoresi 26, 20143 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 0239543699, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Articolo di: Francesco Mattana
Sul web: http://www.linguaggicreativi.it

 

 

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