La bisbetica domata - Teatro Argentina (Roma)

Scritto da  Ilaria Guidantoni Lunedì, 24 Febbraio 2014 

Dall' 11 febbraio al 2 marzo. Regia e scenografia impeccabili, raffinate, nella miglior tradizione della rivista italiana d’epoca e del teatro di intrattenimento appena patinato. Teatro corale. Trasportare la vicenda nell’Italia del Ventennio del Novecento, rende l'intreccio narrativo concreto, lo eleva - anziché snaturarlo - e lo rende appetibile. Interessante e originale la scenografia, citazione culturale, ricostruzione storica e un pizzico di ironia. E’ evidente l’esperienza cinematografica e anche la conoscenza della storia culturale e dello spettacolo italiano. Lavoro ben interpretato dove la compagnia si muove come un unicum, un‘orchestra che mette sullo stesso piano le comparse rispetto ai protagonisti, prova di un lavoro curato e armonico. Mai c’è posa in un angolo del palcoscenico. Teatro classico, con un tono da intrattenimento forse senza guizzi di emozione ma, conoscendo il balletto russo, è nel pathos dell’insieme che si coglie l’emozione, mai nel singolo passaggio o nell’interpretazione individuale. Costumi curati e non leziosi. Forse qualche sintesi potrebbe essere necessaria nella seconda parte, anche se il pubblico gode di un certo approfondimento.

 

 

Coproduzione Teatro Stabile di Genova, Teatro Stabile di Napoli e Teatro Metastasio Stabile della Toscana, con la collaborazione di Napoli Teatro Festival Italia presenta
LA BISBETICA DOMATA
di William Shakespeare
regia e scene Andrej Končalovskij
con la collaborazione di Marta Crisolini Malatesta
traduzione Masolino d’Amico
costumi Zaira de Vincentiis
coreografia Ramune Chodork
luci Sandro Sussi
aiuto alla regia e direzione artistica Giuseppe Bisogno


Personaggi e interpreti
Caterina - Mascia Musy
Petruccio - Federico Vanni
Vincenzo padre di Lucenzio - Roberto Alinghieri
Servo di Battista, Una guardia, Curzio - Giuseppe Bisogno
Tranio servo di Lucenzio - Adriano Braidotti
Battista Minola - Vittorio Ciorcalo
Ortensio, Nataniele - Carlo Di Maio
Lucenzio - Flavio Furno
Bianca - Selene Gandini
Biondello servo di Lucenzio, Filippo - Antonio Gargiulo
Un pedante, Pietro - Francesco Migliaccio
Gremio, Giuseppe, Un sarto - Giuseppe Rispoli
Grumio servo di Petruccio, Seconda guardia - Roberto Serpi
Una vedova, Zuccherina - Cecilia Vecchio

 

 

Il Teatro Argentina ospita la prima regia italiana di Andrej Končalovskij che mette in scena, trasportandola nell’Italia fascista degli anni Venti, "La bisbetica domata", una delle commedie giovanili più divertenti di William Shakespeare.


Lo spettacolo dell’artista russo, famoso soprattutto per le regie cinematografiche, porta sul palcoscenico romano - dall’11 febbraio al 2 marzo dopo l’anteprima estiva al Festival di Napoli - la vicenda amorosa tra Caterina (Mascia Musy) e Petruccio (Federico Vanni) proponendo, tra equivoci, travestimenti, battibecchi e ispirazioni felliniane, una riflessione sulla natura femminile e sul ruolo sociale delle donne.


Sui palcoscenici internazionali, Končalovskij (Mosca, 1937) - fratello maggiore di Nikita Michalkov - è noto per le sue messe in scena di spettacoli quali "Il gabbiano" di Cechov a Parigi (1987), "Re Lear" a Varsavia (2006) e "Zio Vanja" a Mosca (2009). E’stato inoltre sceneggiatore di due capolavori di Andrej Tarkovskij: "L’infanzia di Ivan" e "Andrej Rublëv". La lezione cinematografica si vede tutta e nel migliore dei modi. La regia e la scenografia rappresentano la cifra che caratterizza lo spettacolo. Il fondale è un quadro espositivo che ritrae le piazze d’Italia di Giorgio De Chirico, composte e smontate ad ogni cambio di scena da una mano disegnata che sposta i monumenti con un pizzico di ironia. C’è ora la fontana, ora la Chiesa nel momento del matrimonio e per due volte passa un trenino dall’aria naïf che ricorda quello della nostra infanzia.

 

La citazione colta e metafisica cede il posto nel finale ad una scenografia mobile da rivista e varietà con la grande luna, le stelle e le luci. La scena è invece scarna, quasi solo occupata da tavoli, sedie, una fontana e qualche stoviglia, mentre ai lati sul fondo troviamo dei camerini utilizzati dagli attori che si cambiano, creando la sincronia tra il dietro le quinte e il palcoscenico con una continuità tra gli attori che interpretano la scena e lavorano per la scena.


La dimensione è corale. Gli interpreti sono tutti capaci, adeguati ma non spiccano: nessuno prevale o si ricorda sugli altri. La tessitura è fitta e in ogni istante anche la nostra visione laterale, lo sguardo distratto è riempito da un movimento, un gesto. Non ci sono mai solo i protagonisti: c’è un sottobosco che si attiva, due servi che complottano, litigano, giocano a carte; degli attori che si cambiano a vista nei camerini; un servitore che sposta le sedie; qualcuno che si ferma a guardare. E’ un teatro classico, ben fatto, appena patinato, senza spazio per grandi emozioni, per scuotimenti. Al regista interessa soprattutto la composizione, l’armonia d’insieme, non l’interpretazione del singolo. E’ in ogni caso un argomento di intrattenimento che ottiene il favore del pubblico.


La vicenda è attualizzata con costumi e ricostruzione di grande garbo, cura, senza eccessi leziosi, con un linguaggio che si declina nel contesto senza stravolgere l’originario, rendendolo anzi più credibile. I tipi diventano figure della nostra tradizione cinematografica, si piegano con realismo all’atmosfera domestica delle beghe familiari e anche ad una certa tenerezza. I caratteri sono ben delineati e si intrecciano in un gioco di relazione fino al saldarsi finale del gioco quando Caterina, detta Cattina, dichiara “La mia mano se a te piace con te vuol far la pace” e il gioco delle parti tra la moglie (la bisbetica non domata) e il marito che gioca tutto da solo - fisso nel suo obiettivo di una scommessa con se stesso, quella di sposare la fanciulla ribelle e domarla - cede. Il finale è nel segno della rivista, della finizione che è seria, di una serietà non liturgica, che gioca con se stessa, tra stelle filanti e un ballo di società.


Il messaggio arriva però in un cambio e scambio di apparenza e realtà dove nel gioco del rapporto amoroso alla fine ci si ingarbuglia con i propri strumenti. La scena si chiude sulle note di “Parlami d’amore Mariù”. Forse il secondo tempo potrebbe essere un po’ sfrondato anche se il pubblico segue con piacere, preso da una vicenda che perde gli accenti aspri e troppo legati alla commedia di genere dove il protagonista finisce per essere stereotipato e dar vita ad una commedia delle maschere. Il regista, nello sforzo di attualizzazione, ha invece compiuto un salto di qualità, con una traduzione psicologica anche degli eccessi che la rende una vicenda sempre valida.

 

 

 

Teatro Argentina - Largo di Torre Argentina 52, 00186 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/684000346
Biglietteria Teatro Argentina: telefono 06/684000311(ore 10-14/15-19 lunedì riposo), vendita on-line www.helloticket.it
Orario spettacoli: martedì, mercoledì e venerdì ore 21, giovedì e domenica ore 17, sabato ore 19
Durata spettacolo: 2h e 30’

 

Articolo di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Amelia Realino, Ufficio Stampa Teatro di Roma
Sul web: www.teatrodiroma.net

 

 

 

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