L'ultimo harem - Teatro di Rifredi (Firenze)

Scritto da  Sabato, 03 Febbraio 2018 

Al Teatro di Rifredi è andato in scena “L'ultimo harem”, liberamente ispirato ai racconti de “Le mille e una notte” e di Nazli Eray, ai saggi di Ayşe Saraçgil e al romanzo autobiografico “La terrazza proibita” della scrittrice marocchina Fatema Mernissi. Lo spettacolo, scritto e diretto da Angelo Savelli vede come protagonisti Serra Yilmaz, Valentina Chico e Riccardo Naldini; le scene e i costumi sono di Mirco Rocchi, mentre il disegno luci è firmato da Roberto Cafaggini. Il risultato - in scena da tredici anni (con oltre 25mila spettatori solo a Firenze) - è decisamente originale, sul filo del tema del racconto e della forza interiore del raccontare che è soprattutto donna, in un’atmosfera fiabesca che sembra di cartapesta. Davvero convincente l’interpretazione di Serra Yilmaz.

 

Pupi e Fresedde - Teatro di Rifredi Centro di Produzione presenta
L'ULTIMO HAREM
liberamente ispirato ai racconti de “Le mille e una notte” e di Nazli Eray
e ai saggi di Ayşe Saraçgil e Fatema Mernissi
testo e regia Angelo Savelli
con Serra Yilmaz, Valentina Chico e Riccardo Naldini
scene e costumi Mirco Rocchi
luci Roberto Cafaggini

 

"L'ultimo harem" non è uno spettacolo che si va a vedere nel senso tradizionale del termine, anche perché si è seduti all’interno del palcoscenico e lo si vive come in un sogno. La sensazione è di entrare in un libro di fiabe illustrato con quelle immagini vecchio stile, dal tocco un po’ kitsch, che sprigionano però il fascino della cartapesta.

Ci troviamo idealmente nel palazzo di Yildiz a Istanbul nel 1909, alla vigilia della definitiva chiusura degli harem, uno spartiacque che chiude con il vecchio mondo e apre alla nuova Turchia, moderna, laica. Eppure questa “liberazione” delle donne porta con sé una certa malinconia e in effetti anche la terza delle storie che si intrecciano dimostra come la libertà dall’amore sia cosa tutt’altro che scontata.

Il secondo episodio, che si intreccia in modo evidente con il primo, è un racconto all’interno dell’hammam che prende vita per conto proprio, va al cuore della questione quando la donna-uccello vola via e dice che, come si narra ne Le Mille e una notte, “la donna dovrebbe vivere sempre in allerta, da nomade, pronta a volare via anche quando è amata perché a volte perfino l’amore diventa una prigione”. “Ciò che è destino che avvenga, avviene, e ciò che non deve avvenire, non avverrà”: così dice la saggia guardiana dell’harem Serra Yilmaz, ripetendolo quasi come un mantra, all’indomita favorita circassa Humeyra, interpretata da Valentina Chico, dopo che l’insinuante eunuco Sumbul, Riccardo Naldini, le ha annunciato il probabile arrivo notturno del sultano. I tre ingannano l’attesa con il racconto di storie fantastiche.

La vicenda narrata prende vita con gli stessi tre attori interpreti di ruoli diversi: la madre nella veste poi di tre sorelle, il figlio in cerca dell’amore e la sposa del giardino proibito. Più di cento anni dopo, una casalinga dimessa e la sua spumeggiante amica sognano improbabili fughe dalla prigione del loro indecifrabile malessere quotidiano. Arriva la tecnologia, le leggi sono diverse ma le frustrazioni e i sogni restano gli stessi e il raccontare, il sognare, anche nel fondo di caffè di una tazzina, sono la sola e potente arma che le donne abbiano a loro disposizione.

Partendo da una novella de “Le mille e una notte” (La storia dell’orafo Hasan e della donna con le ali), dai ritratti e dalle testimonianze antiche e recenti di alcune favorite, oltre che da alcuni brani della scrittrice turca Nazli Eray e della marocchina Fatema Mernissi, scrittrice impegnata animatrice di una carovana civile, Angelo Savelli ha costruito un viaggio nell'immaginario femminile, un percorso alla scoperta della donna come custode dell'oralità che, reclusa nelle mura domestiche, tesse con le sue parole un affascinante arazzo multicolore, in cui maschi e femmine restano impigliati con le loro eterne contraddizioni.

Il testo è ben tessuto e anche la musica indovinata. Evidente il richiamo nella struttura della narrazione alla letteratura orientale e araba ma anche armena con le tre mele che calano dal soffitto, “una sulla testa di chi ha narrato, una di chi ha ascoltato e una dei personaggi”. Ci troviamo all’interno dell’hammam lussuoso tra fontane (in marmo di Carrara e piastrelle della Ceramica Chini al centro) dalle quali sgorga incessantemente acqua, tra profumi e veli suadenti, scenario che ci accompagna nel corso delle due prime storie mentre sulla parete di fondo la proiezione di immagini fotografiche racconta interni ed esterni della Turchia di allora e nel corso delle sue trasformazioni in modo suggestivo e convincente.

La terza storia che idealmente potrebbe essere il seguito della prima, la vita ricostruita fuori dall’ Harem, non fosse per il salto temporale, è all’interno di un appartamento modesto e proietta lo sgabuzzino dei due appartamenti confinanti: il luogo più umile, nascosto, della casa-prigione della donna, ma anche sua via di fuga; da un ripostiglio di moglie frustrata e poco considerata a camera oscura di un amante, vicino di casa, in qualche modo nuovamente prigioniera di una vita in ombra.

L’essere rinchiusa fisicamente o per la condizione psicologica della donna è il filo che lega le storie dalla parte dell’ombra, come la parola e il potere dell’immaginazione, lo strumento per uscire alla luce tra sensualità e ironia, un binomio che potrebbe diventare la descrizione di quello che incarna Serra Yilmaz.



Teatro di Rifredi - Via Vittorio Emanuele II 303, 50134 Firenze
Per informazioni e prenotazioni: telefono 055/422.03.61, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: feriali ore 21, domeniche ore 16.30
Biglietti: intero € 16, ridotto € 14

Articolo di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Cristina Banchetti, Ufficio stampa Teatro di Rifredi
Sul web: www.toscanateatro.it

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